Ascolta con webReader

Fabrizio Lo Bianco e il , un’involuzione della specie

Fabrizio Lo Bianco, grazie per essere qui con noi quest’oggi. Scrittore e sceneggiatore, hai collaborato con le più grandi case editrici, ma forse non tutti sanno che da bambino sino all’incontro con Bruno Enna eri anche disegnatore, poi cosa accadde?
Grazie a voi! Dunque, che come disegnatore non avessi speranze “professionali” me n’ero già reso conto prima dell’incontro con Bruno Enna (che, invece, oltre a essere un eccellente sceneggiatore, è anche un bravo illustratore). Come disegnatore, mi definisco uno dei rari casi di “involuzione della specie”: non ero un mostro, ma poi ho letteralmente dimenticato come si disegna. L’incontro con Bruno però è stato fondamentale perché innanzi tutto è nata una bella amicizia, poi è stato lui a suggerirmi di fare delle prove di sceneggiatura per una casa editrice come la Disney e, in seguito, per Red Whale. Io fino ad allora avevo scarabocchiato qualche per alcune fanzine, organizzato mostre e scritto molti articoli di critica fumettistica, oltre a una tesi di laurea in Lettere Moderne sull’opera grafica di Sergio Toppi. Mi occupavo di giornalismo, copywriting e contenuti editoriali per il web per varie testate e per il Fondo per l’Ambiente Italiano e mai avrei pensato di sceneggiare o, comunque, di fare di questo il mio lavoro. I primi tentativi con la Disney peraltro non andarono bene e fino al 2004 continuai a leggere e fare il mio tranquillo lavoro da impiegato. Poi Bruno mi disse che Francesco Artibani e Katja Centomo stavano selezionando nuovi sceneggiatori per Monster Allergy. Mandai la mia candidatura (da lettore, adoravo la serie, che era già arrivata ai primi dieci/dodici numeri), feci una prova e andò bene. Ho conservato la mail con cui da Red Whale mi comunicavano che la prova di sceneggiatura andò bene. Non dormii per un paio di notti per la contentezza (non scherzo).

 

Il tuo amore per il fumetto lo coltivi sin da piccolo, quali i tuoi preferiti? Segui i manga giapponesi?

La passione per il fumetto la devo a mia madre, che è sempre stata una lettrice “forte” di ogni genere letterario, con una passione anche per il fumetto e, in particolare, per le “comic ”. Ho letto e riletto migliaia di volte tutte le strisce di Mafalda (la mia preferita, ancora oggi), dei Peanuts, Sturmtruppen, Lupo Alberto, Beetle Bailey, Andy Capp, Popeye e tanti altri. E poi leggevo sempre (anche le storie più vecchie: un mio zio aveva i numeri originali degli anni ’30), Asterix (sia negli albetti Mondadori in bianco e nero che le tavole a colori su “Il Giornalino”) e i supereroi della Marvel sugli albi della Corno. Oggi leggo un po’ di tutto, anche se ho progressivamente abbandonato le serie Marvel e Dc. Tra gli autori giapponesi mi piace tantissimo Taniguchi. Ammiro la sua capicità di raccontare in maniera poetica e non ricattatoria qualsiasi argomento, soprattutto quelli considerati commercialmente meno interessanti.

 

Scrivi novelle per bambini e cartoni animati, come riesci ad entrare nel mondo dei più piccoli? Ci vuole molta sensibilità?

Una certa sensibilità ci vuole, ma se scrivi per editori importanti, oltre a saper scrivere bene, devi dimostrare una certa professionalità nell’approccio a determinate tematiche che possono essere “a rischio” (per fare un esempio classico: il lutto). In teoria con i lettori più piccoli potresti parlare di tutto: quello che fa la differenza è il modo in cui porgi l’argomento. In questo senso, sì, ci vuole molta sensibilità. Per fortuna ci sono anche gli editor che ti aiutano a calibrare meglio eventuali deragliamenti. E’ quello che avviene per le novelle Piemme (che sia Geronimo Stilton o Joe Carrot) oppure sulla serie PopPixie: in questo genere di prodotti è fondamentale una stretta tra la “sensibilità” dello scrittore e lo sguardo “esterno” dell’editor.

 

Hai sceneggiato alcuni episodi di PopPixie e uno di Spike Team, come nascono queste collaborazioni?

Entrambe attraverso la collaborazione con lo studio Red Whale di Roma, di Francesco Artibani e Katja Centomo. Tanto la Rainbow quanto la Lucky Film si sono affidati a loro per formare una squadra di sceneggiatori e Francesco e Katja hanno pensato di inserirmi nel team. La collaborazione su PopPixie è poi andata avanti con libri e fumetti. Per Spike Team, dopo la prima serie, mi ha contattato Bruno Enna, uno dei ideatori insieme ad Andrea Lucchetta, Maria Claudia Di Genova e Andrea Greppi per una collana di libri con Fabbri/Rcs e successivamente Lucchetta mi ha chiesto di fare lo storyeditor per la nuova serie di cartoni in produzione per la RAI.

 


Hai presentato una tesi sull’arte di Sergio Toppi e spesso collabori con lui, qual è il vostro rapporto?
Un rapporto che va decisamente oltre la professione (peraltro non abbiamo mai realizzato un fumetto insieme). L’amicizia con Sergio e Aldina, sua moglie, è uno dei doni inattesi della vita. Da quando mi sono trasferito a Milano, più di dieci anni fa, sono stati un po’ come dei genitori adottivi. 

Puoi raccontarci quali sono le fasi per la creazione di una sceneggiatura per il fumetto?

Per alcuni anni – e mi capita spesso, tuttora – ho lavorato su serie altrui per le quali mi veniva fornito un soggetto già scritto dai creatori della serie (per esempio, si lavorava così su Monster Allergy e Angel’s Friends). In quel caso, lo sceneggiatore ha l’unico compito di sviluppare la storia in sceneggiatura attraverso la sua “visione” della serie, restando ovviamente sui binari dell’idea originale e rispettando il soggetto di partenza. Ogni tanto puoi concederti qualche spazio per dare una coloritura personale alla storia, ma sempre concordando il tutto con il soggettista.
In seguito ho cominciato a lavorare su soggetti interamente miei e all’inizio è stato abbastanza complicato: sceneggiare bene non è facile, occorre impegno, tecnica e una buona dose di inventiva. Ma scrivere da zero un soggetto – cioè la base di ogni sceneggiatura – è un lavoro ancora più difficile. Non solo devi trovare un’idea il più possibile originale, ma devi strutturarla in maniera tale che non presentcosiddettii i  “buchi” che possono rendere debole un’idea apparentemente interessante. Occorre poi un certo equilibrio: scrivere soggetti strutturati e narrativamente solidi, ma non noiosi o scontati. Insomma, ritengo che la fase più difficile nella creazione di un fumetto sia proprio questa, la stesura del soggetto. La sceneggiatura è poi una scrittura piuttosto tecnica, in cui fornisci al disegnatore tutte le indicazioni necessarie per disegnare una tavola, vignetta per vignetta. Ci sono sceneggiatori che danno indicazioni iperdettagliate (e si offendono se i disegnatori non le rispettano), altri danno pochissime indicazioni e lasciano ampia libertà ai disegnatori. Io ai miei esordi descrivevo ogni dettaglio, anche quelli superflui, di una vignetta (mi disegnavo l’intero fumetto con degli storyboard terribili che però mi erano utili a visualizzare le scene). Con il tempo, ho lasciato più spazio al disegnatore (ci sentiamo via mail o al telefono, se ci sono dubbi sulle inquadrature o sulle soluzioni di regia) e adesso faccio gli storyboard solo per le scene più complicate.

Qual è la situazione odierna degli sceneggiatori di fumetti in Italia?

Non è di sicuro rosea. Il fumetto – lo sanno tutti – attraversa ormai da anni una grave crisi, ne consegue una generale mancanza di opportunità lavorative. Non c’è stato un vero ricambio generazionale tra i lettori e se un tempo il fumetto era davvero un medium popolare (nel senso più ampio del termine), oggi sta diventando quasi un interesse di nicchia. Sono pochissimi i fumetti per i lettori più piccoli e questo è un male per tutto il settore. A volte, anche tra noi addetti ai lavori, diamo troppo per scontato che leggere fumetti sia “naturale”. E invece è un’operazione intellettuale complessa, soprattutto se non si ha l’abitudine – fin da piccoli – a sfogliarli. Coordinare testo e immagine non è così scontato, per questo bisognerebbe ripartire dai bambini.

 

Hai avuto numerose collaborazione estere quali differenze sul piano lavorativo hai potuto riscontrare?

In realtà finora sono state collaborazioni “passive”, nel senso che sono stati pubblicati all’estero dei lavori originariamente stampati per il mercato italiano. Gli unici contatti diretti li ho avuti per degli articoli proprio su Sergio Toppi per la Image, ma anche qui è stato fondamentale il tramite, Smoky Man (uno dei massimi esperti di fumetto in Italia, oltre che un amico).
Che rapporto hai con la tecnologia?

Prima di fare il fumettista ho lavorato per un periodo per dei provider di British Telecom e per una piccola società che faceva siti web. Poi al FAI ho gestito l’area web, vincendo anche due premi prestigiosi in quest’ambito. Dopodiché, con la stessa rapidità con cui ho disimparato a disegnare, ho disimparato a gestire reti e costruire pagine web (un settore in cui, peraltro, se ti fermi sei perduto). Diciamo che il mio rapporto con la tecnologia è basato sull’opportunismo: se una tecnologia mi serve, imparo a usarla per il tempo e le competenze strettamente necessarie al suo sfruttamento. E’ un matrimonio d’interesse, ecco. Facebook, invece, mi interessa e mi colpisce per le sue potenzialità (nel bene e nel male). Ritengo che blog e social network possano essere strumenti utili per il lavoro. A me è capitato di ricevere delle commissioni grazie a questi canali.

 



Qualche progetto futuro?

A parte la seconda serie di Spike Team, alla quale stiamo lavorando, e i fumetti per “Il Giornalino” e “GBaby”, tutti in uscita tra quest’anno e il 2013, c’è un lavoro per Rcs a cui tengo tantissimo e che spero di poter portare a termine entro l’anno.

Dove possono reperire tue notizie i nostri lettori?

Sul mio sito, www.fabriziolobianco.it

Vuoi fare un saluto?

Sì, ai miei bimbi, che magari un giorno cercheranno su un motore di ricerca che cosa combinava il padre sempre attaccato alla tastiera e troveranno questa intervista. Babbo vi pensa sempre!

Veronica Lisotti: Google+