Camera Obscura – Dellamiamorte. Di Giuseppe Ino

Camera Obscura – Dellamiamorte

Camera Obscura. Questa nuova raccolta di racconti, sono la rappresentazione immaginifica di uno stato d’animo, di un incubo, di visioni notturne tra sonno e veglia. Il terrore allo stato puro che viene generato da un oggetto, da una sensazione, da un animale o da una persona irrompe nella nostra quotidianità mettendoci alla prova scombussolando il nostro apparente quieto vivere.

Giuseppe Ino

La presente opera è frutto del mio ingegno e non è vincolata da diritti di alcun tipo appartenenti a terzi né viola in alcun modo norme penali o diritti di terzi di qualsivoglia natura

I racconti:

Una notte come tante, non è sempre così che si dice?… Invece non fu una notte come tante: le nuvole cominciarono a rubare il posto alle stelle, i tuoni e i lampi manifestavano il loro crescente potere.
Due palpebre si aprirono con uno scatto fulmineo serrandosi nello stesso tremendo istante..
Il sonno fu spezzato, divenne agghiacciante veglia.
Quelle palpebre proteggevano gli occhi castani di Amedeo, il giovane trentenne che si ritrovò ad assistere a qualcosa che varcava la soglia dell’immaginazione.
Il balcone della sua stanza era spalancato, come le persiane di legno all’esterno.
Un turbinio continuo di suoni e lampi e tuoni provenienti dal cielo, illuminava una sagoma che sembrava sospesa a mezz’ aria verso la parte alta del balcone.
Amedeo si fece coraggio, si alzò dal letto, mentre fuori i lampi si lanciavano in una lotta sfrenata.
Accese tutte le luci, sembrava davvero un incubo.
Invece no, lui era sveglio, anche troppo, avrebbe tanto voluto essere addormentato in quel momento!
Si avvicinò lentamente verso il balcone incurante del pavimento gelido.
No, quella sagoma non era sospesa a mezz’ aria, quello sarebbe stato possibile in un sogno o un incubo, ma quello non era né l’uno né l’altro.
Quella sagoma era un pupazzo senza occhi, bocca e naso, aveva solo una testa priva di espressione.



Quel pupazzo possedeva solo due braccia e due gambe.
Aveva però qualcosa che lo teneva sospeso.
Qualcuno si era divertito sadicamente ad impiccare il “povero malcapitato di pezza” .
Nei film o racconti del genere si sospetterebbe oltre che di un sogno, anche di una possibile e autentica minaccia di qualche malato di mente.
L’indomani, quando le nuvole divennero un po’ più generose lasciando spazio anche alla luce brillante del sole, Amedeo si alzò.
In quel momento si ricordò di indossare le pantofole, mentre le infilava, alcuni flash del sogno della notte appena trascorsa lo raggiunsero come scariche elettriche.
Frammento dopo frammento.
Amedeo si passò distrattamente una mano fra i capelli già disordinati dal contatto agitato con il cuscino contribuendo a spettinarli ulteriormente.
Raggiunse subito il balcone e altrettanto sorse la domanda: “
Il pupazzo di pezza senza volto era accasciato ai piedi del suo balcone, com’ era possibile? “
Un’improvvisa valanga di sensazioni tentò di sommergerlo, soprattutto perché dovette ammettere che quello che aveva visto la notte precedente non era un sogno; era realtà.
Lui cominciava a ricordare anche di aver preso una sedia e aver tirato giù personalmente quel pupazzo, e allora?
Amedeo corse in cucina e vi trovò la madre Stefania a preparare la colazione.
“ E’ successa una cosa molto strana stanotte mamma. “
“ Davvero? In che senso strana? “

“Qualcuno, non so ancora come mi ha “gentilmente” impiccato un pupazzo sul balcone, dopo essere chissà come riuscito ad entrare in camera mia nel cuore della notte.
Mentre ero immerso in un sonno a dir poco comatoso e magari si è soffermato accanto al letto mentre si faceva gioco di me. Il solo pensiero mi fa sentire male, mi fa sentire disarmato . “
“Tu, tu sei veramente sicuro di quello che stai dicendo vero? Non l’ avrai semplicemente sognato tutto questo. A volte facciamo dei sogni talmente reali che… “
“ sembrano veri… no mamma, era ed è reale, perché se fosse stato un sogno, come spieghi la presenza di quel pupazzo in camera mia in questo preciso istante? “ Sembrava non esserci risposta.
La notte seguente, alle tre esatte, Amedeo spalancò gli occhi: ancora il balcone e le persiane spalancati.
Il pupazzo impiccato in alto.
Si strofinò gli occhi appannati dal sonno e riuscì a scorgere qualcos’ altro.
Ma si, si, quello, quello era un volto, un viso piccolo e tondo che sghignazzava; si affacciava e nascondeva ripetute volte per farsi beffe di lui, della sua vulnerabilità.
Amedeo aveva la pelle d’oca, cercò nuovamente di raccogliere anche quel poco coraggio rimastogli e si avvicinò al balcone.
Niente, nessun corpo, volto sghignazzante, niente di niente, ma il pupazzo impiccato era sempre lì.

Il mattino seguente, dopo aver informato ancora la madre che cominciava anche lei seriamente a preoccuparsi, Amedeo decise di raccontare tutto al suo migliore amico, Fabio, che al termine del racconto poté impressionarsi e spaventarsi più di lui.
Quella stessa sera, intorno alle due, Fabio sgranò gli occhi, il respiro si serrò, il cuore cominciò a battere.
Anche il suo balcone era spalancato.
Nel buio non riusciva chiaramente a distinguere ma intravide una sagoma che si stagliava sullo sfondo blu notte e sembrava sospesa a mezz’ aria.
Fabio si alzò dal letto restando subito intrappolato da brividi di paura e freddo abilmente mescolati.
Accese la luce e si accorse che la sagoma non era semplicemente sospesa ma bensì impiccata.
Fabio continuò ad avvicinarsi, si strofinò gli occhi ed anche per lui non si trattò per nulla di un incubo, ma d’assoluta e inaccettabile realtà.
Non riuscì a gridare, il terrore e lo sgomento erano insopportabili, talmente forti da strozzargli in gola anche il minimo sibilo.
Fabio prese una sedia mentre le prime lacrime cominciavano a rigargli il volto increspato di sofferenza.
Altro che pupazzo di pezza.
Quella sagoma impiccata aveva due braccia e due gambe.
Ma possedeva anche un volto, due occhi e una bocca e una sua precisa espressione disegnata in volto.
Quel volto era di Amedeo, il suo più caro amico impiccato al suo balcone.

L’espressione era quella vacua e spenta della morte appena giunta.
Perché Amedeo aveva commesso un simile gesto?
Perché sul suo balcone?
E cosa significavano quei racconti sul pupazzo di pezza?
Erano forse dei tentativi inconsci di chiedere aiuto?
Oppure semplicemente un avvertimento che di lì a poco si sarebbe ucciso?
Interrogativi che non trovarono mai una risposta esauriente.
Solo angoscia, tristezza e totale incapacità di accettare la morte, ennesima di un giovane.



Commenta questo articolo