Camera Obscura – L’Ascia: Di Giuseppe Ino

Camera Obscura – L’ascia

Camera Obscura. Questa nuova raccolta di racconti, sono la rappresentazione immaginifica di uno stato d’animo, di un incubo, di visioni notturne tra sonno e veglia. Il terrore allo stato puro che viene generato da un oggetto, da una sensazione, da un animale o da una persona irrompe nella nostra quotidianità mettendoci alla prova scombussolando il nostro apparente quieto vivere.

Giuseppe Ino

La presente opera è frutto del mio ingegno e non è vincolata da diritti di alcun tipo appartenenti a terzi né viola in alcun modo norme penali o diritti di terzi di qualsivoglia natura

I racconti:

  • The Box
  • Occhi indiscreti
  • Lama
  • La Notte
  • ——————–L’Ascia
  • Serenità
  • Dellamiamorte
  • Vertigini
  • Lama sul collo
  • Oblio
  • SMS
  • Fear
  • Dark Wireless
  • Fuochi fatui
  • L’urlo finale

Nic amava molto il suo piccolo giardino, era così poco il verde che lo circondava che per lui era diventata un’esigenza ogni giorno più impellente coltivarsi un piccolo spazio verde, da curare e coccolare nel tempo libero.
Era lì in quel momento a pulire dai rami secchi, foglie morte e ormai inutili.
Continuamente alla ricerca di nuovi semi da piantare, cominciava ad ammirare le prime stupende rose rosse appena bagnate dalla brina del primo mattino che come gocce di cristallo risplendeva al tocco dei primi caldi raggi di sole.
Aprì un sacchetto di plastica trasparente, raccogliendo in un pugno tanti semini, con una paletta iniziò a scavare ottenendo una buca profonda circa trenta centimetri, a quel punto vi versò all’interno dei semini di fiori comunemente chiamati “Bella di notte”, piccoli fiori gialli che di giorno hanno i petali chiusi, per aprirsi poi completamente col buio.
Nic si spostò di qualche centimetro all’interno dell’aiuola, ricominciò a scavare e ottenne una nuova buca, più o meno come la precedente compiendo poi la stessa operazione.
Il sole intanto cominciava a riscaldarsi sempre di più, generando una giornata primaverile dolce e profumata come solo la primavera può essere.
Si preparò a scavare una terza buca, sterrando con la paletta urtò contro qualcosa di duro, il giovane diede un altro colpo deciso e secco ma incontrò ancora lo stesso ostacolo.
Pensò quindi di scavare tutt’intorno a quell’improvviso ostacolo con l’intenzione di scoprire cosa c’era che gli impediva di continuare.

Più toglieva terra più diventava umida e scoprì così qualcosa che sembrava un pezzo di legno, scavò ancora e ancora scoprendo un lungo e robusto manico.
Continuò a togliere terra per allentare quel pezzo di legno e poterlo estrarre facilmente, lo afferrò saldamente e iniziò a tirare, a tirare finché non capì di cosa si trattava.
Il lungo manico terminava alla base con una grossa lama ricurva all’estremità: si trattava di un’ascia.
Osservando con sempre maggiore attenzione quella terribile arma vide che era sporca, aveva delle chiazze color porpora incrostate, sembrava sangue, sangue rappreso e terreno ma poteva trattarsi anche di vernice.
Nic però non riusciva quasi a smettere di osservare quell’arma robusta e possente, minacciosa e letale.
La sentiva stranamente familiare anche l’impugnatura gli ricordava qualcosa ma non capiva bene cosa.
Cosa ci faceva un’ascia seppellita nella sua piccola e amata aiuola? Chi poteva avercela messa?
Il cervello del giovane fu improvvisamente assalito da una miriade d’immagini che iniziarono a trafiggergli il cranio come potentissime scariche elettriche.
Erano immagini raccapriccianti di sangue, morte, sofferenza, urla strazianti di dolore e orrore, soprattutto vedeva un’ascia che fendeva l’aria con forza e determinazione raccapriccianti.
Mentre percepiva quelle immagini iniziò a sentirsi male, gli girava la testa, il cuore gli batteva contro il petto come un martello pneumatico impazzito.

Vedeva il corridoio di casa sua, l’ascia che si alzava e si abbassava, schizzi di sangue che imbrattavano le pareti, i quadri appesi nel corridoio, urla di suppliche e di sofferenza mentre la lama implacabile continuava a colpire incessantemente e senza pietà.
Nic gettò via istintivamente quell’ascia disseppellita, inciampò nel basso recinto dell’aiuola e rovinò pesantemente sul prato del suo bel giardino, quelle immagini cessarono di scatto.
Sudava, sudava copiosamente, era come se avesse vissuto in prima persona quelle scene: erano casa sua quelle pareti che aveva visto?
Perché le aveva viste impugnando quell’ascia?
Si alzò e in preda al terrore più cieco si precipitò in casa.
Appena oltrepassato l’ingresso, si ritrovò nel corridoio e a quel punto rivide le stesse scene di pochi minuti prima.
Il corridoio era pieno di sangue sulle pareti, sui quadri, lunghissime strisce schizzate con violenza inaudita.
Il pavimento era ridotto nelle stesse condizioni un vero e proprio mattatoio, Nic iniziò a piangere come un bambino disperato, i mobili erano ribaltati, oggetti e suppellettili riversi sul pavimento o distrutti.
Ovunque scene di violenza e colluttazione e intanto le immagini tornarono più veloci e violente di prima.
Vide suo padre correre, urlare, ribaltare con forza qualunque cosa potesse capitargli sotto mano, tutto quello mentre si guardava indietro continuamente, era inseguito da qualcuno che impugnava un’ascia e con quella lo colpiva la prima volta alla spalla destra.

Nic si ritrovò dinanzi lo specchio del corridoio anch’esso sporco di sangue, in quel istante terribile vide se stesso imbracciare quell’ascia micidiale e potente mentre inseguiva suo padre per la casa e lo colpiva senza pietà, la lama si insinuava nella carne spaccando le ossa come fossero di plastica, ancora un colpo e volò via un piede come staccatosi da un manichino.
Vide suo padre ormai allo stremo che perdeva sangue e vita tra atroci sofferenze.
Nic si scostò dallo specchio rivelatore, iniziò ad urlare a squarciagola e corse fuori in giardino ansimando, cadde inginocchiato al suolo e vomitò sul prato, era sudato e affannato.
Riprese l’ascia dissotterrata e iniziò nuovamente a scavare, scavare, scavare rabbiosamente per nascondere quell’arma severa e cinica, a quel punto vide le sue mani sporche di sangue, i vestiti sudici di sangue e terreno.
“Ho ucciso mio padre…ho ucciso papà…ho ucciso il mio papà…l’ho fatto fuori…l’ho fatto a pezzi…com’è potuto succedere…come…come…come!”
Nic piangeva, urlava e rideva, ormai era sotto choc.
In lontananza cominciarono a riecheggiare delle sirene che si avvicinavano sempre più, sopraggiunsero decine di auto della polizia e un’ambulanza, in pochi attimi il giardino dapprima mite e quiete diventò un viavai forsennato di poliziotti, passanti e vicini curiosi, e di manette che si chiudevano ai polsi di Nic.
L’ascia seppellita solo per metà fu raccolta dagli agenti
della scientifica e sigillata come prova.

Fu condotto alla centrale di polizia per l’interrogatorio, ormai non piangeva più, non urlava più, lo sguardo era divenuto vitreo, le pupille dilatate, un pallore cadaverico.

Il padre era entrato in camera sua quella mattina come tante, gli aveva per l’ennesima volta ordinato di fare un po’ d’ordine e lui senza battere ciglio era uscito in giardino, aveva imbracciato l’ascia che usavano per spaccare legna per il camino, era rientrato in casa e aveva cominciato ad inseguire suo padre che si stava preparando per andare al lavoro.
Era tornato in giardino, aveva seppellito l’ascia in una delle sue aiuole e aveva iniziato a piantare i semi delle sue “belle di notte”.
L’ascia era ricomparsa quasi rivivendo di vita propria.



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