Camera Obsura – Lama: Di Giuseppe Ino

Camera Obscura – Lama

Camera Obscura. Questa nuova raccolta di racconti, sono la rappresentazione immaginifica di uno stato d’animo, di un incubo, di visioni notturne tra sonno e veglia. Il terrore allo stato puro che viene generato da un oggetto, da una sensazione, da un animale o da una persona irrompe nella nostra quotidianità mettendoci alla prova scombussolando il nostro apparente quieto vivere.

Giuseppe Ino

La presente opera è frutto del mio ingegno e non è vincolata da diritti di alcun tipo appartenenti a terzi né viola in alcun modo norme penali o diritti di terzi di qualsivoglia natura

I racconti:

  • The Box
  • Occhi indiscreti
  • ———————Lama
  • La Notte
  • L’Ascia
  • Serenità
  • Dellamiamorte
  • Vertigini
  • Lama sul collo
  • Oblio
  • SMS
  • Fear
  • Dark Wireless
  • Fuochi fatui
  • L’urlo finale

Le lacrime premevano contro gli occhi come una cascata contro una roccia.
Le iridi erano rosse e lucenti come cristalli e lei che cercava di ricacciarle indietro… ma sembrava tutto inutile.
La prima lacrima fece capolino scivolando come rugiada sulla guancia abbellita da un po’ di trucco.
La lama lucente e sottile del coltello si avvicinava inesorabile alla vena pulsante del polso. Prima sfiorando, quindi affondando nella carne la lama del rasoio recidendo una vena con il primo rivolo di sangue che iniziava a gonfiarsi ed a scivolare sul pavimento.
In quel momento il suo sguardo ricolmo di sofferenza si rivolse alla parete dietro il letto e così… sentì le urla.
Il coltello le scivolò di mano, la sua caduta fu attutita dalla moquette.
Si accostò alla parete e attese… di nuovo le stesse urla.
Erano urla d’orrore, sgomento, strilli d’impotenza e disperazione appena smorzate da una parete di cemento.
La stessa che generosamente le lasciava penetrare anche attraverso la grata del condotto d’aerazione.
Le urla cessarono improvvisamente, così com’erano comparse, Lisa si alzò dal letto e vide il sangue, il suo sangue e ne fu spaventata, sembrava essersene dimenticata.
Il braccio ne era quasi completamente avvolto, si era mischiato con il color porpora della moquette, era stato assorbito dal bianco cotone delle lenzuola.
Corse in bagno, aprì l’acqua fredda e si sciacquò frettolosamente.

Si asciugò, prese il rotolino di garza sterile dall’armadietto e si fasciò il polso ferito che pulsava verso l’esterno la sua linfa rossa, legò stretta la fasciatura e uscì sul pianerottolo.
Tese l’orecchio alla porta della camera vicino alla sua… si udiva tutto tranne quelle orribili grida.
Si udivano dei passi che sembravano tranquilli, il vociare confuso di un televisore e la voce di una donna che forse stava conversando al telefono.
Lisa volle in ogni caso accertarsi che tutto fosse a posto, suonò delicatamente all’uscio, e quegli stessi passi si avvicinarono verso la porta.
Qualche clic e la porta si aprì per metà lasciando apparire in parte un bellissimo viso femminile incorniciato da una riccia chioma rossa: “
Mi scusi… abito qui accanto e… ecco, mi, mi chiedevo se fosse tutto a posto… sa, ho sentito delle urla e quindi…”.
“Delle urla?… ah si certo, mi dispiace, era la tv. Forse ho alzato troppo il volume. Stavo guardando “Psycho”, ha presente no, il famoso film di Hitchcock, la famosa scena della doccia, mi fa impazzire. In ogni modo può stare tranquilla, il film è terminato. Sono contenta che ci siano ancora dei vicini così attenti e premurosi. Lei è arrivata qui ieri vero?”
“Si, ieri, proprio ieri. Beh mi scusi ancora se l’ho disturbata…”.
“Ma lei sta bene?… Il suo braccio sanguina”. Lisa osservò il braccio e fu colta di sorpresa: ”
oh… niente di grave… “mi sono tagliata”. Buonanotte”.
L’altra le ricambiò il saluto con espressione esplicitamente interrogativa e sospettosa, richiuse la porta con un’improvvisa fretta.

Lisa rientrò in camera, chiuse la porta in un modo talmente brusco da sembrare una fuggiasca!
Esalò un profondo respiro e fu colpita da una smorfia di dolore e strinse il polso con l’altra mano, la garza era intrisa di sangue.
Sciolse in fretta la fasciatura buttandola via a casaccio e cercò nuovamente il coltello, la lama ancora macchiata.
Si risedette sul bordo del letto, impugnò il coltello e indurì il polso destro scoprendo ulteriormente le vene bluastre, era pronta a farla finita… solo in quel momento sentì le urla.
Era ancora l’appartamento vicino.
Ancora il televisore?
Forse l’inquilina stava rivedendo “Psycho”?
Non era possibile ovviamente, neanche lontanamente plausibile, in quel momento le urla sembravano autentiche.
Lisa non gettò via il coltello, anzi, lo impugnò con fare minaccioso.
Pensò che non fosse il caso di bussare ancora alla porta, guardò l’imbocco del condotto d’aerazione.
Scorse il vecchio baule in cui custodiva sempre vecchi abiti, foto, bambole rotte o solo danneggiate, magari mutilate dai suoi morbosi giochi d’infanzia.
Afferrò con forza il manico rumoroso e arrugginito e iniziò a tirarlo verso la parete, lo sforzo si rivelò eccessivo, il polso tagliato continuava a vomitare sangue, si sentiva sempre più debole e affaticata.
Riuscì ad accostare il baule, si aggrappò all’apertura del condotto e con i palmi delle mani imbrattate di sangue si issò con tutta la forza possibile, entrando nel vano del condotto.

Iniziò a camminare carponi lungo il corridoio di metallo del condotto.
Le urla diventavano sempre più vicine, lei si ritrovò nei pressi della griglia dell’altro appartamento, vi accostò lo sguardo e vide…
La sua vicina di casa distesa sul letto, completamente nuda, gambe e braccia divaricate e la lama di un coltellaccio conficcata in bocca.
Lisa fu percossa da brividi di terrore e disgusto, si sentiva come incastrata in un orrore paralizzante.
La vista si stava annebbiando, il respiro diventava sempre più pesante e incerto, le forze la stavano abbandonando.
Quasi non si accorse di una mano tozza e forte che l’afferrò per una caviglia e prese a trascinarla verso le sue folli spire, Lisa si dimenava disperatamente, agitando i piedi all’impazzata riuscendo a liberarsi.
Riprese subito a trascinarsi nel condotto per cercare salvezza nel suo appartamento.
Sbucò fuori del condotto, scivolò sul suo stesso sangue sempre più vischioso, si precipitò urlando con furia sul pianerottolo in cerca d’aiuto.
Il suo respiro era ansimante, cercava di darsi una calmata ma era difficile, la fatica era stata troppo grande, ad un certo punto era sicura di non farcela… invece.
Aprì l’acqua del lavandino al massimo e si sciacquò convulsamente le mani sudice di sudore e cemento che era diventato come terriccio secco e arido sulle sue mani sofferenti.
Uscì dal bagno e si sedette nuovamente sul letto.

Lisa non riusciva a rassegnarsi, doveva mettere fine alla sua grigia esistenza, dopo tre mesi trascorsi in ospedale, in un reparto di rianimazione, dopo la traumatica esperienza con il misterioso e brutale assassino cui era riuscita a sfuggire miracolosamente, si era trasferita in un motel di terz’ordine.
Seduta sul letto sfatto, osservava distrattamente la spessa fasciatura al polso, il suo viso era sempre più pallido e sofferente.
La lama di un vecchio rasoio da barba che si avvicinava al polso in direzione delle vene.
Le lacrime le scivolavano giù copiose come un manto leggero e rugiadoso che le rigava dolcemente le guance… solo in quel preciso istante udì le urla dalla parete dietro di se.
Il volto di Lisa s’illuminò come l’alba di un nuovo giorno, le aveva riconosciute quelle urla maschili, il cemento ancora fresco che si andava solidificando continuava a muoversi come un costume aderente alla pelle.
Dopo una lotta estenuante, in cui lei sembrava avere la peggio, era riuscita ad indebolirlo con un calcio tra le gambe, lui si era subito piegato in due dal dolore, mugolando e tossendo.
Lisa ne aveva approfittato per armarsi di una rozza sedia di legno e con una furia che l’aveva sorpresa, la scaraventò con violenza sul capo di quell’uomo misterioso e violento tramortendolo.
Avrebbe voluto chiamare qualcuno, la polizia, ma pensò che se l’avessero vista nello stato in cui era, poteva correre il rischio di essere arrestata.

Accecata da un irrefrenabile desiderio di violenza che neanche lei seppe spiegarsi in quel momento, uscì per procurarsi degli attrezzi e del materiale da muratore…avrebbe fatto un gran bel lavoro!
Si sentiva orgogliosa del lavoro svolto, soprattutto considerando che lei non aveva mai murato vivo nessuno in vita sua.
La lama del rasoio era sempre più vicina, a pochi millimetri e in quel frangente si udirono nuovamente delle urla femminili provenienti dalla stanza di fronte… c’era ancora bisogno di lei!



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