“Di Dei e Regni” di Vincenzo Merolla: Cap. 4 -I Deserti della Fame-

di Dei e Regni. Capitolo Quattro. Le conseguenze del grande conflitto si mostrarono agli occhi di sir Francis sotto forma di un lugubre paesaggio.

In principio, quello che dagli elfi stessi venne denominato “deserto della fame”, era stata una rigogliosa foresta usata dallo stesso sir Francis come luogo di meditazione.
In seguito ai fasti della guerra, venne trasformata in un vero e proprio campo da battaglia dal re in persona, il quale vi attirò l’esercito rivale, sperando in un loro annientamento servendosi del fitto della vegetazione.
Fu allora che gli Elfi, nell’estremo tentativo di una vittoria, videro giusto l’impiego del fuoco, tramutando a loro volta la foresta in una vera e propria gabbia per topi inermi, una brutale azione che trasformò quelle verdi vallate in spogli tronchi senza vita, impiantati in un terreno cosparso del grigio delle ceneri, mentre la brulicante fauna lasciò il posto a mere leggende che raccontavano di bestie carnivore, che sir Francis sperava essere sole fandonie usate per intimorire chiunque tentasse una fuga dal proprio esilio.
Allontanatosi abbastanza dalla cinta di mura per dirsi sicuro, l’uomo poggio il corpo ancora inerme di madame in prossimità di un fiume oramai quasi prosciugato.
Meditando sui momenti trascorsi con lei, tornò indietro fino al momento del primo incontro, quando una più giovane Bovié, ingiustamente famosa come truffatrice, era stata invitata da un incredulo re Francis, insospettito di fronte alle tante assurde storie a lei attribuite.
In uno dei tanti eventi organizzati al solo scopo di dilettare i commensali, una donna vestita di stracci era stata invitata a presentarsi al cospetto di una schiera di nobili curiosi e, in fin dei conti, pronti a deridere le stranezze che quella particolare giornata avrebbe sicuramente portato.
In effetti dalla bocca di madame fuoriuscirono storie di profonda assurdità, che raccontavano di strane torri occultate alla vista dei comuni mortali, nascoste sotto un velo che a sua volta mascherava un cielo dei colori più vivaci.
Lì, gli spiriti di coloro che oramai avevano incontrato la morte, vagavano tra questi limbi in cerca del proprio posto dove dimorare per l’eternità.
Le storie avevano affascinato sir Francis a tal punto da desiderare la partecipazione di madame Bovié ad ogni evento organizzato nei propri salotti, dando adito a malevoli dicerie riguardo incantesimi perpetrati dalla donna per ingraziarsi il re.
Forse quest’ultimo aveva visto nei suoi occhi la buona fede riposta in ciò che lei stessa affermava, una convinzione che dava qualità all’eloquenza della donna.
L’uomo sapeva che quel viaggio non sarebbe stato facile, iniziando a preoccuparsi per l’incolumità di colei che oramai considerava un’amica, in fondo per gli ultimi sovrani ad occupare i regni poco prima dell’avvento del grande conflitto, i Sidhe non erano altro che creature da inserire nelle proprie credenze, talvolta addirittura della cui esistenza dubitare.
Tuttavia storie antiche raccontavano di strane popolazioni simili a bambini dai volti raggrinziti e dai cappelli a punta, che assaltavano le carovane armate di piccoli forconi, oppure di dolci fanciulle che attraevano ignari esploratori fino a farli smarrire per decenni, in alcuni casi per sempre.
Sir Francis, viste le premesse negative, prese dunque ad osservare quel seme che aveva convinto la donna ad intraprendere tale viaggio, domandandosi se davvero tutto questo valesse tanta follia, qualcosa che al fine sembrò sussurrare la vera importanza di quell’oggetto, una riflessione che portò la sua attenzione sul contenuto della bacca, visibile a malapena al di sotto della brulla patina semitrasparente.
Lì davanti ai suoi occhi l’uomo stentava a credere che quello che all’apparenza sembrava un nocciolo, si presentava in realtà sotto forma di un piccolo feto umano.
Prima che l’anziano potesse porsi altre domande, gli occhi della donna aprirono il sipario ad un nuovo risveglio, un evento che, nonostante ravvivasse un senso di gioia, non dissipava i pensieri riguardo quell’immagine del piccolo embrione, dando adito ad una forte motivazione eguale a quella provata dalla stessa madame Bovié.
I due, oramai improvvisatisi esploratori, vagarono per qualche ora nel mezzo di quel deserto. D’altronde il luogo si presentava come una landa senza punti di riferimento significativi, una distesa di tronchi anneriti che contrastavano col biancore delle ceneri di corteccia bruciata che ricopriva il terreno.
L’unica fonte che potesse aiutare la ricerca consisteva in una collina distante almeno mezza giornata, una questione che, unita al sole ormai calante, costrinse i due a munirsi di qualcosa che illuminasse il loro cammino.
Fortuna volle che i secchi arbusti offrissero l’ingrediente ideale alla realizzazione di torce dalla discreta resistenza, dopotutto anche se la notte rendeva quel luogo ancor più lugubre e spaventoso, i due sovrani non potevano esimersi dal continuare il cammino, volendo prevenire una conseguente caccia perpetrata dagli elfi, nel caso questi avessero scoperto la loro fuga.
Con passo lento, aiutati solo da un minuscolo  cerchio di luce che illuminava gli alberi che man mano diventavano sempre più alti, sentirono d’un tratto la viva presenza di qualcosa che  in principio si palesò sotto forma di un affannato respiro, fino a tramutarsi in piccoli occhi luminosi.
Una bestiale creatura dalle fattezze di Volpe, ma eretta su due zampe, sbarrò la strada dei due malcapitati, emettendo un ringhio torvo e ripetitivo.
Istintivamente sir Francis frappose la sua persona tra madame e la bestia, sguainando l’arma pronto ad ogni attacco repentino.
Prima che la belva potesse compiere qualsivoglia attacco, qualcosa frenò ogni tentativo di affondare i propri denti nelle carni dell’uomo: la lama di una daga che fracassò di netto il suo cranio.
Dal buio, una figura avvolta dalle pellicce di passate prede, rivolse una seconda daga stretta tra le mani contro un attonito sir Francis sbalordito da quello che stavano vedendo i suoi occhi, un altro uomo.
Entrambi gli uomini puntarono le proprie armi, aspettando uno la mossa dell’altro:

“Voi chi siete?”

Sir Francis non volle nascondere quella nota di superiorità nei confronti di quello che sembrava un cacciatore, d’altronde in cuor suo non trovava giusto quel modo di presentarsi.

“Tu piuttosto chi sei? io sono il Re Francis ed esigo rispetto”.

A tali parole l’assassino della bestia rivolse il suo sguardo alla mano raggrinzita e scarna del vecchio, notando il simbolo di Danu raffigurante l’elfo che glorifica la terza luna, un monito lasciato ad ogni regnante per ricordarne la sconfitta.
A tale conferma l’uomo rinfoderò la propria arma accennando di seguito un inchino:

“Sapevo che prima o poi uno dei nobili avrebbe tentato una fuga dal proprio esilio. Mi presento, il mio nome è Giovanni”

Scritto da Vincenzo Merolla

Supervisione Mariarosaria Piemontino

Disegno di Daniela Di Girolamo



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