Di Dei e Regni – Secondo ciclo: Di Vincenzo Merolla. Capitoli 1 e 2 (di 8)

Di Dei e Regni – Secondo Ciclo. Capitolo 1 La Morrigna. –  In quanto divinità, seppur minore rispetto a quelle creatrici, mai Babth si era trovata al cospetto di un simile aggeggio

Tolker lo aveva denominato Mistarael, una sorta di velivolo dalla forma affusolata che serviva da trasporto tra questo mondo e la terza luna.
La maschera da corvo nascondeva tutto lo stupore provato al cospetto di cotanta bellezza: apparentemente un cilindro dalla punta affusolata conficcata nel terreno, che tuttavia riportava sulla superficie in metallo un bassorilievo in bronzo raffigurante l’orgoglio dell’esercito elfico durante una carica.
Suo malgrado la creatura doveva sopperire a ben altro che al fascino meramente artistico, poiché un nome era stato pronunciato da quell’elfo che aveva deciso di seguire il suo viaggio; un nome che aveva scritto un passato d’umiliazione, inconcepibile.
Madame Bovié era stata per la divinità probabilmente l’ostacolo più grande alla conquista della città dei morti, una scocciatura che credeva oramai passata da tempo.
Eppure, colui che si era pronunciato come generale elfico, aveva appena riferito di star inseguendo lei in compagnia di un certo Sir Francis; la domanda a tal punto sorse d’un tratto in tutta la sua spontaneità: e se la donna in questione stesse architettando qualcosa proprio per appropriarsi della città dei morti? La questione divenne subito qualcosa che andava oltre la sottrazione del suo cadavere più prezioso, Alla, da parte delle divinità creatrici, un problema risolvibile solo grazie all’intervento di un essere altrettanto divino.
Mistarael dal canto suo seguiva tale altissima figura con quel fascino ancora impresso come un colore di un artistica pennellata sui suoi bulbi oculari.
D’altronde quei cieli multicolori, visti poc’anzi, parlavano al suo cuore più della promessa di un qualsivoglia paradiso, offerto in passato dalla propria divinità creatrice Danu.
Quel che in normali circostante avrebbe costituito un pretesto onde sguainare la sua lama, barcollava nel suo saio logoro, borbottando qualcosa su una certa Nemain.

“Devo consultarmi con lei. Lei è l’unica che può aiutarmi”

Quella voce tanto profonda smosse le pareti dello stomaco di Mistarael, in un innaturale fremito secondo per terrore solo al mistero su quale orribile volto celasse quella maschera.
Ad ogni modo quel nome, Nemain, non era nuovo alle orecchie appuntite dell’elfo, poiché già durante il grande conflitto echi erano giunti fin dentro le retrovie, dove il generale elfico aveva guidato il suo esercito, sussurri che parlavano di divinità minori che avevano partecipato di persona in qualità di condottieri.
Il Tolker era ormai alle spalle dei due viaggiatori da almeno qualche ora, un tempo che Mistarael stava spendendo nella perplessità più totale, non tanto per la misteriosa destinazione, quanto per il fatto d’essere stato scelto per uno scopo ancor più occulto.
Come arcano, del resto, rimase l’ordine impartito all’elfo di trasportare il corpo inerme di uno dei propri guardiani con sé, verso una destinazione che solo dopo un’altra interminabile ora si rivelò essere nient’altro che una cittadina masticata da un fango che ahimè aveva lasciato le spoglie di qualcosa d’ormai morto; una probabile conseguenza del gran conflitto.
Lì ai piedi di un lago prosciugato, Badbh diede ulteriori ordini a Mistarael di appoggiare il cadavere in prossimità di quella che un tempo doveva essere la riva di un grande lago prosciugato.
Una volta che l’elfo eseguì le direttive, nonostante una certa nota di perplessità toccasse il suo animo, la divinità sottrasse di netto la lama del generale dalla sua fodera, sviscerando il corpo della guardia con disarmante naturalezza.
Rivoli di sangue gocciolarono verso il letto del vecchio lago creando una piccola pozza che iniziò a ribollire al suono di arcane parole dette dalla stessa Badbh; un verbo che nemmeno l’erudito Mistarael aveva mai udito.
E dal gorgoglio di quel sangue, qualcosa al fine emerse, una splendida donna che solo il rosso ematico che ricopriva il corpo slanciato e quel ghigno di piacere, rendevano terrificante.
Badbh, di fronte a tale visione, emise un sorriso.

“Nemain, finalmente ti rivedo”

Quella figura, attraente e raccapricciante in egual misura, non proferì parola alcuna, limitandosi a gattonare verso il cadavere, cercando in tutti i modi di ripulirlo del suo stesso sangue che ancora fuoriusciva copioso.
D’altronde quella che era stata magicamente evocata da quella pozza, non era una semplice donna dall’aria selvaggia di chi ha combattuto un intero esercito a mani nude; quella era nientemeno che la divinità rappresentante il caos covato nell’animo di ogni guerriero.
Forse proprio per questo, ad ogni sua evocazione, ella si prodigava nella rituale forma di rispetto di lavare il sangue di chi aveva cercato di difendere la propria vita nella furia della battaglia.
Solo dopo aver adempiuto al compulsivo rito, la creatura in questione rivolse un sorriso gentile, cosa in totale contrapposizione rispetto all’aspetto primitivo.

“Cara sorella, a cosa devo la tua visita?”

Agli occhi di Mistarael, le due divinità sembrarono scambiarsi sguardi affettuosi, senza ovviamente conoscere i retroscena dietro la loro unione, un vero legame che aveva trovato maggior forza nella guerra.
Tuttavia il solo pronunciare il nome di madame Bovié, spense ogni ardore di un amore fraterno, tramutando il tutto nel cupo insieme forse celato nell’oblio dei ricordi.
Tale cambio repentino di emozioni era dovuto ad un passato cui la divinità e la negromante si erano giocate la contesa della città dei morti in presenza di una creatura ancor più potente.
Sì, il solo sentire il nome di madame Bovié scosse persino Nemain stessa, intimorita da un probabile ritorno di quel che mai più avrebbe voluto rincontrare.

“Spero che Azrael non né sia a conoscenza”.

Tale entità suscitò ulteriori fremiti, persino nelle due creature divine, d’altronde era al vero regnante dell’Oltretomba che ci si stava riferendo.
La creatura in questione simboleggiava la morte a tal punto da essere evocato ogniqualvolta essa spezzava la vita di qualcuno.
Si dava il caso che possedesse una certa predilezione nei confronti di madame Bovié, una sorta di affetto forse equiparabile all’amore stesso.
Tuttavia, forse per quel potere che tutto concede, come le altre divinità anche Azrael sentiva spesso quella nota dolente che fa dell’esistenza un concetto noioso.
Tale tedio aveva spinto la creatura a concedere il predominio della città dei morti, a patto che una delle due controparti vincesse una partita a scacchi.
Badbh sapeva bene che stavolta non sarebbe servito barare, poiché un suo passo falso avrebbe permesso al gran re dell’Oltretomba di far prevalere la sua diletta.
La questione necessitava improvvisamente di un intervento terzo e tale non poteva essere che uno:

“Nostra sorella Morrigan, solo lei può aiutarmi”

Nemain dal canto suo sentiva la gravità della situazione, chissà d’altronde cosa avrebbe significato risvegliare un essere della potenza di Azrael.

“É ora di una nuova Morrigna, Badbh. Dobbiamo unirci con nostra sorella Morrigan”

La divinità, dietro la sua maschera da corvo, accennò un sorriso all’idea di una nuova Morrigna, un evento straordinario e pregno di macabra magnificenza, seppur raro.
Senza che si proferisse altro dunque, la corvina divinità sfilò via il suo saio, scoprendo un’inaspettata figura aggraziata, tuttavia deturpata da quella maschera.
Le due sorelle iniziarono un approccio inconsueto agli occhi di un elfo, abituato ad osservare un interazione tra entrambi i sessi così carnale solo durante le feste perpetrate nei regni umani.

Capitolo 2 – Il Gran Concilio

La muta di lupi correva incessantemente cercando di sfuggire a quella minaccia invisibile, la paura intrinseca in ciò che i loro occhi ferali avevano appena visto.
Correvano costantemente da quella notte cui Badbh si era mostrata dal nulla all’orizzonte delle terre desolate di Florenzia.
Correvano dopo che quegli occhi tra i cespugli avevano osservato il macabro prodigio dell’unione di due divinità.
Erano ormai mesi che il gruppo di mannari serviva la propria madre come esploratori, rinunciando a quel nido sicuro sotto il suo ventre; giorni trascorsi senza che nulla di significativo servisse ad allarmare la grande Lupa.
Quelle creature conoscevano la minaccia covata dietro quella maschera da corvo, sapevano che qualsiasi cosa avesse smosso dal proprio regno il sovrano della città dei morti possedeva quel sapore di un evento tanto grande da modificare il destino di tutti.
Quasi tre interi giorni erano al fine trascorsi senza che le belve fermassero il proprio moto, una corsa tanto rapida da impedire ai loro occhi di distinguere la foresta di Acree, nell’arcipelago di Vitigna, a sud delle terre di Erania, che via via andava palesandosi.
Una volta entrati nel fitto del fogliame, la muta iniziò un concerto di ululati, diffondendo quella cantilena nel tentativo di attirare l’attenzione della loro madre.
Quando il suono divenne al fine sempre più acuto, un movimento brusco delle grandi querce preannuncio l’arrivo della grande Lupa, che con grande balzo atterrò poderosamente, distruggendo il muro di foglie che la separava dai suoi pargoli.
Un insieme di guaiti di diversa frequenza venne composta da colui che si potrebbe definire un capobranco, un maestoso lupo dal pelo nero, cui le bianche screziature lasciavano presagire un età avanzata.
La creatura, con fare supponente, eresse il suo corpo sulle due zampe posteriori, ricordando le sue origini umane.
Quelli che Zarfar emise non erano in realtà semplici versi, ma un vero e proprio linguaggio utilizzato universalmente da ogni mannaro, un lessico che le antiche bestie avevano denominato “Feirero”.
La fiera madre Lupa per un attimo rimase basita di fronte a ciò che venne lei riferito, in fondo era dalla notte dei tempi che un tacito accordo sanciva il rispetto reciproco dei territori, appartenessero sia a divinità come a creature quali i mannari, cosa dunque voleva significare la venuta di Badbh? Quali minacce potevano intercorrere considerato il potere che un tale sovrano possedeva? E cosa poteva spingerla a costituire con sua sorella una nuova Morrigna?
La questione apparve alla mente della mannara in una forma tanto greve da convincerla ad istituire una riunione, era al fine giusto che i suoi fratelli e sorelle dovessero sapere.
L’antico concilio dei mannari aveva fama di essere uno tra gli eventi più antichi che i popoli umani e Sidhe potessero ricordare, un evento che sanciva l’incontro di ogni rappresentante di tale razza.
Nessuno, a differenza loro, conosceva le motivazioni che istituivano tali cerchie, tuttavia molti vecchi sovrani potevano tutt’ora testimoniare di straordinarie migrazioni di massa perpetrate dalle colossali bestie in occasione di tali grandi adunate.
La madre Lupa corse dunque verso la rupe più alta che la foresta potesse offrire, quella delle montagne mugghianti e, una volta raggiunta la vetta più elevata, aspettò che il sopraggiungere della notte mostrasse lo splendore delle tre lune.
Quando queste illuminarono il cielo, l’ululato da lei emesso propagò la sua imponenza tanto da smuovere persino i rami dei più solidi alberi.
Dopo pochi minuti la solenne figura del mannaro stambecco mostrò la sua eleganza, belando a sua volta dopo aver scalato i picchi innevati di quel che un tempo era il regno di “Swedesh”.
Tutte le vette e le colline di Erania vennero un po’ per volta raggiunte da tali mastodontiche creature, che con il proprio richiamo diedero inizio ad un esodo di massa creato onde raggiungere la propria sorella Lupa.

Molte impronte, grandi almeno dieci volte in più del consueto, deturparono il sottobosco della foresta di Acree, pregna com’era di ogni gigantesca bestia proveniente da tutta Erania.
Persino il gran pipistrello, padre di tutti i vampiri, volò dalle terre dell’est onde giungere silenziosamente al chiarore delle tre lune.
In cerchio ogni mannaro attese che la sorella Lupa, lì al centro di un anfiteatro fatto di rami e arbusti, prendesse parola.
Dopo i convenevoli saluti, sommessa la mannara emise una serie di rantoli che allarmarono non poco i presenti.

“Badbh si è unita alla propria sorella Nemain, qualcuno sa darci informazioni in merito?”

Un vociare di strilli, aneliti e ululati si diffuse al solo udire quel nome, un fracasso che dimostrava la profonda paura che tali creature serbavano in seno, tuttavia nel timore generale la grande madre dei ratti volle dare il suo contributo.

“I miei figli hanno visto una giovane donna allontanarsi dalle terre di Fiorenza, non abbiamo interferito poiché le questioni umane non ci interessano, ma che si tratti di una delle sorelle?”

I figli della madre Ratto, come altri mannari, non conoscevano le reali fattezze di Alla ne quelle dei consanguinei di Badbh , non potendo dunque porre una giusta corrispondenza, rimaneva il rischio che tale potesse essere una delle due sorelle del regnante dell’oltretomba, un problema che raggiunse immediatamente ragguardevoli dimensioni.
Badbh, Macha e Morrigan, tre fratelli, tre divinità che avevano fatto della grande guerra il loro campo da gioco.
Ancor prima di divenire il simbolo che per tutti vuol dire morte, la regina della città dei morti aveva condiviso con le due divinità legate al conflitto la frenesia che solo i campi da battaglia avevano saputo donare.
Insieme, le tre divine creature, avevano agito unicamente per smorzare il tedio di una eternità piatta, compiacendosi delle proprie manovre che al fine avevano portato uomini ed elfi a compiere azioni che avevano contribuito a rovesciare regni e atti fratricidi tra loro stessi.

“Se è cosi l’unione ultima tra i tre potrebbe porre le basi di un nuovo conflitto.”

Replicò la grande aquila, che d’un tratto si vide circondata da sguardi sempre più rivelatori di un terrore sopito unicamente dalla fine di una guerra tanto bruta da aver soppresso la vita di molti mannari tra cui la compianta madre Orsa.

“Bene, immagino a tal punto che un nostro intervento sia giusto, chi è a favore faccia un passo avanti”.

La richiesta della madre Lupa non sortì gli esiti immaginati, d’altronde era condivisa da tutta la comunità mannara la sapienza sul grande potere di Badbh, un monito che fece indietreggiare ogni bestia.
Eppure le zampe di qualcuno trovarono al fine il coraggio di avanzare verso la luce delle tre lune, quelle della madre Aracnide che al cospetto di tutti propose fiera la sua soluzione, intrinseca in qualcosa dimenticata tra le polveri dei campi di battaglia.

“Rufus, lui potrebbe aiutarci, lui è stato l’unico guerriero che è riuscito a sfregiare Morrigan”.



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