Di Dei e Regni – Secondo Ciclo: Di Vincenzo Merolla. Ultimi Capitoli

Di Dei e Regni – Secondo Ciclo – Patrizio il Misericordioso – Il mare, quella via di fuga tanto cercata, ora si palesava agli occhi di sir Francis nella forma di colossali fauci che trascinavano lui e i suoi compagni d’avventura il più lontano possibile da quella parete rocciosa che delineava la fine delle foreste di Arpinia.

Le onde ostacolavano i suoi movimenti già indeboliti dall’età avanzata, eppure, tra una bracciata e l’altra, l’uomo al fine riuscì a sorreggersi ad una trave del carro oramai distrutto dalla rovinosa caduta.
Dopo aver ripreso un po’ di fiato il vecchio re poté guardarsi attorno per realizzare la situazione.
La prima preoccupazione fu rivolta a madame Bovié che, seppur esausta, aveva trovato anch’ella ristoro grazie all’ausilio di una vecchia trave condivisa con il più giovane Giovanni.
Parte del carro era ancora intatto, creando una struttura che si ergeva di almeno qualche metro dalla superficie del mare.
Lì si sorreggeva un uomo il cui kilt a quadri lasciava supporre una probabile provenienza dalle terre di Scotish, in compagnia di un emaciato elfo.
Per sua sorpresa, non troppo distante, anche il Changeling poggiava il suo fragile corpo ad una trave, cosa che fece intuire un’eventuale fuga insieme ai tre uomini che avevano approfittato dell’arrivo di quel carro impazzito.
Poi del fumo iniziò a catturare l’attenzione dell’uomo, uno strano vapore che proveniva da qualcosa che ora galleggiava svenuto.
In preda ad un istinto di eroismo, sir Francis nuotò di gran fretta verso tale creatura la quale, nonostante fosse completamente bagnata, deteneva una temperatura tanto elevata da rendere impossibile anche il solo contatto con la sua pelle; in tal caso non fu difficile ipotizzare che quello non era altri che il tizzone ardente che tanta ira aveva provato mentre inseguiva il carro oramai distrutto.

“Non puoi toccarlo, quella è una salamandra. Sono stato io a farla arrabbiare e solo perché gli ho sottratto qualche bottiglia.”

La voce era quella dell’elfo macilento che, per quanto malmesso, apparve familiare agli occhi del vecchio re.

“Chi siamo per ora non ha importanza. Per quanto riguarda il come siamo giunti a voi sappiate che quelle che avete varcato non sono semplici foreste, ma un cerchio delle fate.”

Sir Francis nella sua vita aveva udito ogni sorta di storia fantastica riguardo i Sidhe, meno che dei cerchi delle fate; forse l’unica nozione riguardo i regni appartenenti a tali creature era stata data al tempo dalle strane testimonianze dei contadini che abitavano proprio il regno del duca di Gorlois, adiacente la foresta di Arpinia, racconti che parlavano di strani portali per altri mondi.
In pochi infatti conoscevano la reale geografia dietro il regno delle Fate: laddove nella percezione di Umani e Sidhe tale appariva come zona circoscritta, detta appunto cerchio magico, nella realtà tale mondo era un’unica e immensa regione collegata.
Come del resto nessuno poteva conoscere quali legami vi fossero tra Finvarra e tali arcani, un mistero forse connesso al periodo cui l’elfo aveva trascorso da eremita, dopo i fasti della guerra.
Sir Francis ad ogni modo sentì sempre più presente quella sensazione di sconforto dovuta al pensiero di un insuccesso della missione che, suo malgrado, si era prefissato di compiere.
In aggiunta, oltre allo sconforto, iniziò a farsi largo in lui il sospetto d’aver già incontrato quello strano individuo dal fare tanto arrogante, una questione che di seguito venne confermata dal luccichio del ciondolo al suo collo, un simbolo che fece ribollire il sangue nelle vene del vecchio re tanto da spingerlo a nuotare come un forsennato onde inveire ai danni di quell’elfo.

“Ho capito chi sei, sei il sovrano dei Tuatha. Ora pagherai il sangue versato dal mio popolo.”

Tuttavia qualcosa d’un tratto placò l’animo del vecchio re, una serie di rintocchi per la precisione, tanto inusuali tra le onde di quel mare così vasto.
In lontananza, tre imbarcazioni si avvicinavano verso i naufraghi, spinte da almeno sei piccole figure.
Quando queste furono abbastanza vicine la minuta statura, la pelle raggrinzita e tesa sulle ossa e in particolare i cappelli a punta, non diedero dubbi sulla loro natura: quella di “Folletti”.
Alla prua dell’imbarcazione centrale uno di tali omuncoli, distinto da una tunica e un copricapo entrambi riportanti un trifoglio, soleva tintinnare un grosso campanaccio.
Quando la nave fu ormai al cospetto dei naufraghi, questi srotolò una pergamena schiarendo in seguito la voce:

“Per concessione del misericordioso Patrizio vi accogliamo nel regno di Kilpatrick.”

Sir Francis ben conosceva quel nome, Patrizio e di conseguenza il suo reame nelle terre di Irish, l’isola adiacente la regione di Anglonia, ma ignorava tuttavia il perché fossero probabilmente dei folletti e non degli elfi a guardia del suo esilio.
Non avendo suo malgrado alternative, il vecchio re si voltò per un attimo verso quella sgangherata compagnia riflettendo sulla possibilità di accettarli o meno come proprio seguito.

“Il mio nome è Sir Francis, io e la mia compagnia accettiamo l’invito.”

*****
Contrariamente ad ogni pronostico, il regno di Kilpatrick non presentava le ferite della grande guerra, abbagliando gli occhi della spedizione con una luce quasi innaturale considerato lo sfacelo già incontrato precedentemente.
Puck, ovvero il folletto che all’apparenza comandava quella schiera di rematori suoi simili, informò gli ospiti che quello di Patrizio era un regno abbandonato inspiegabilmente dalla guardia elfica e, ancor più incomprensibilmente, governato da un re che tuttavia aveva deciso di chiudersi nel suo esilio forzato.
Giovanni, che fino ad allora aveva solo udito storie riguardanti tali creature, scrutò loro con una certa nota di curiosità.
Ai suoi occhi tali apparivano sì nella forma di comuni fanciulli, ma tuttavia affetti da una bizzarra e precoce vecchiaia.
Ad ogni modo, una volta che le imbarcazioni arrivarono al piccolo porto, un’umile carrozza aspettava lì alle porte della città. Un’arcata il cui monito, impresso su di una targa di terracotta, recitava “Sia chiunque il benvenuto”.
Diversamente dagli altri, Alfio venne trasportato ancora rovente e privo di sensi al fianco del nocchiere legato al sedile mediante l’ausilio di spesse corde.
Come già accennato la cittadina sembrava non aver subito ferite considerevoli dai conflitti passati: le piccole case dai tetti spioventi facevano da base a un castello magnificamente ben mantenuto, come se questo fosse stato eretto da poco.
Particolare di tale edificio erano gli ornamenti d’oro che ricoprivano tetti e guglie, segno di una ricchezza inusuale se paragonata ad altri regni d’esilio lasciati invece a marcire nella decadenza.

“Quella è la dimora di Patrizio, il nostro re, il nostro dio. A lui dobbiamo molto.”

Quel che tuttavia apparve immediatamente bizzarro, sia agli occhi di Sir Francis che della sua compagnia, fu la totale assenza di servi umani.
Dal canto suo Madame Bovié scrutò per un attimo nell’Oltretomba, osservando con stupore la totale mancanza di una qualche presenza spiritica, sostituita apparentemente da un marcescente odore che ricordava lo zolfo.
Ad ogni modo una volta arrivati all’entrata del castello una nutrita folla di Sidhe, compresi tra gnomi e folletti, circondò la carrozza implorando un’udienza del re Patrizio.
Armati di picconi e pale, gli stessi folletti rematori di poc’anzi aiutarono a disperdere la calca onde facilitare l’entrata al castello.
Al suo interno un’eguale sensazione di disagio percepita da madame Bovié fu colta anche da Rufus; d’altronde i mannari erano famosi per le loro doti nel prevedere pericoli imminenti.
Tuttavia durante l’avvicendarsi nel lungo corridoio una zona in particolare fece rizzare ogni pelo del suo corpo, una stanza chiusa da una piccola e insignificante porta in legno.
Dopo aver attraversato corridoi all’apparenza infiniti e salito lunghe scale a chiocciola, furono al cospetto del salone dove Patrizio, in un’umile tunica, soleva osservare una porzione di mare da un congegno che ricordava un enorme cannocchiale.
Quando la spedizione di sir Francis fu presentata dal folletto Puck, il sorriso del sovrano abbagliò i loro occhi con quella pace forse tanto cercata e mai trovata in quel caos che oramai era parte integrante dell’intera missione.

“Benvenuti! prego accomodatevi.”

Capitolo 8 – Liberi

Il sorriso di quel sovrano assunse la forma di un sole che rompeva il grigio delle nubi dopo anni di tempesta.
Quella sul volto di Patrizio non era agli occhi di Sir Francis unicamente la manifestazione di una qualche emozione, ma qualcosa che sussurrava al suo orecchio di trovarsi nuovamente a casa.
La stanza presentava tutta la magnificenza già accennata dalle mure esterne del castello, dove lo stesso oro delle guglie adornava mobili e oggetti nonché lo stesso cannocchiale, con cui il sovrano si dilettava.
Anche l’abbigliamento del re Patrizio non era da meno e di certo la sua cappa non parlava di qualcosa riconducibile alla povertà.
Il piccolo folletto schiarì di nuovo la voce prendendo umilmente parola.

“Mi dispiace disturbarla mio signore, ma un membro di tale spedizione abbisogna del vostro aiuto e nel suo laboratorio già attende uno gnomo.”

Subito quel sorriso, che tanto aveva allietato il cuore di sir Francis, venne ombrato da un’espressione che rasentava preoccupazione.

“Va bene Puck. Miei graditi ospiti, vogliate dunque seguirmi. Aiuterò il vostro amico a guarire.”

La spedizione di Sir Francis venne in seguito condotta attraverso ulteriori scale a chiocciola che stavolta conducevano in direzione di un vero e proprio laboratorio, posto all’interno dei sotterranei del castello.
Lì uno gnomo attendeva seduto su di uno sgabello, trepidante mentre agitava le goffe gambette.
Non era facile distinguere tali creature l’una dall’altra poiché tutte indossavano la medesima maschera.
Questi fu poi fatto stendere su di una sorta di lettino ai cui lati erano posti due ripiani contenenti quelli che sembravano dei ferri medici.
Senza indugio alcuno e senza curarsi dei presenti, il buon Patrizio levò la sua Cappa e, dopo essersi rimboccato le maniche della sua camicia merlettata di quadrifogli, si protese verso la creatura.
Con una sorta di pinza, tra le urla dello gnomo, con forza il sovrano estrasse le viti che tenevano legata la maschera al volto della povera creatura.
Sommesso il re Patrizio espresse il suo monito contro un passato dove l’uomo, ahimè, aveva dato sfogo ad ogni sua aberrazione.

“Vedete miei cari, questa maschera che ora mi accingo a togliere, come il capello a punta che adorna il mio ciambellano Puck, sono un chiaro segno delle colpe che noi esseri umani abbiamo nei confronti dei Sideh…”

Le urla continuarono sempre più incessanti una volta che la maschera fu tolta mostrando ai presenti tutta la deformità dei tratti che tali creature purtroppo possedevano: un volto corrotto da pustole e rigonfiamenti, reso ancor più orribile dal sangue che ancora sgorgava fresco dalle ferite.

“… Vedete ad esempio, siamo noi che abbiamo costretto gli gnomi a celare la loro deformità inchiodando tali maschere ai loro volti, come allo stesso modo abbiamo fatto con i copricapi a punta dei folletti, per distinguerli dal fogliame dei loro nascondigli nei boschi…”

Poi lo sguardo di Patrizio fu rivolto al cospetto di Finvarra, come a supplicare perdono.

“… Per non parlare delle sevizie perpetrate ai danni degli elfi. Ad ogni buon conto c’è sempre un modo per redimersi.”

E tale alla vista della spedizione sembrò proprio quello di curare gnomi e folletti che ad uno ad uno continuarono a presentarsi al cospetto del re Patrizio, onde essere dispensati dai propri fardelli imposti dai precedenti regni.
Dal canto suo sir Francis rifletteva sulle parole di Patrizio, desiderando ardentemente che tali non corrispondessero a verità.
Eppure lui, come madame Bovié del resto, sapevano quanto il potere insignito nei regni umani avesse influito su quei Sidhe colpevoli di occupare terre da loro reclamate.
Eppure il problema delle passate colpe non tangeva l’animo della donna che dal suo canto continuava imperterrita a subodorare quell’intenso odore di zolfo, notando la sua maggiore concentrazione proprio dentro le mura del castello.
Forse fu più per un fattore legato alla curiosità che madame scrutò nuovamente nell’Oltretomba e, solo in tal frangente, notò un particolare non da poco, una scia luminosa che tracciava un percorso che conduceva verso il corridoio d’entrata.
Ad ogni modo, dopo aver adempiuto alle cure dello gnomo, Patrizio ordinò che l’elementale fosse fatto accomodare sul lettino.

“Interessante, era da un po’ che non incontravo un elementale. Dobbiamo eliminare il sale dal suo corpo.”

Detto ciò quel gruppo di folletti guidati da Puck prese una serie di tubicini collegati ad una sorta di ampolla in vetro cui era annessa una pompetta.
Tali cavi possedevano alle proprie estremità degli aghi che di seguito vennero impiantati nel torace dell’elementale.
Lo stesso Patrizio attivò la pompetta manualmente fintanto che parte del sangue di Alfio cominciò a riempire l’ampolla, un liquido più nero e denso a dispetto di quello presente nelle vene degli esseri umani.

“L’idea è quella di purificare il suo sangue.” Annunciò Patrizio ad una spedizione stupita di fronte a tale congegno medico.
Eppure non era l’arte medica a catturare l’attenzione di madame Bovié, quanto quel fatto singolare regalato dal suo pregio di poter scrutare l’Oltretomba.
Delle ombre indefinite, difatti, iniziarono a palesarsi attorno il corpo dell’elementale. Delle figure non ben definite se non per quanto riguardava gli occhi: due sfere accese di un innaturale fuoco che volteggiavano tra nere sagome.
Poi d’un tratto la visione del corpo di Alfio mentre prendeva fuoco spaventò la donna che, seppur abituata a visioni peggiori, non si aspettava di certo una simile scena.
Solo in seguito madame Bovié fece caso a un particolare probabilmente notato anche dagli altri, una serie di reazioni che davano idea di un certo nervosismo da parte di Rufus.
Il mannaro dal canto suo sentiva sulla propria pelle un fremito innaturale che smuoveva le sue viscere, un’inquietudine percepita sotto forma di belati e rumore di zoccoli in sottofondo.
Ogni pelo del suo corpo cominciò a torcersi, mentre piccoli grugniti salivano incontrollabili dalla sua gola.
Tale concatenazione di reazioni scosse il mannaro al punto da costringerlo a trasformarsi nella sua ferale forma davanti a tutti i presenti.
Rufus agli occhi allarmati di tutti apparve nella forma, esile si, di un’antropomorfa fiera. Tuttavia le chiazze di pelo sparso di diversa natura e consistenza, un solo orecchio di natura pressoché felina e un solo braccio rimasto nella forma umana, rendevano il tutto una vera deformità persino per i canoni appartenenti alla propria razza.
Tale chimera con un solo balzo sbaragliò i presenti onde correre in direzione del corridoio d’entrata.
La spedizione insieme al gruppo di folletti e lo stesso Patrizio corsero al suo inseguimento, notando che la bestia di tanto in tanto soleva fermarsi per annusare l’aria intorno.
Dopo aver percorso l’intero corridoio d’entrata al castello alla fine la corsa terminò dinanzi a quella porticina in legno al principio proprio da lui notata.
Il mannaro impiegò tutta la sua furia contro tale entrata che tuttavia non accennava ad aprirsi e a nulla servirono le opposizioni di Puck e del suo gruppo, come del resto anche di Patrizio che, in un impeto di disperazione, si lanciarono sul suo corpo nel tentativo di fermarlo.

“Questa porta non va aperta in alcun modo, questa porta ci protegge da…”

Purtroppo le parole del re vennero interrotte dal rumore ferroso della serratura saltata via grazie ai graffi della bestia, permettendo alla porticina di aprirsi.
Sgomento il re Patrizio indietreggiò, non prima di aver ordinato al suo seguito di Sidhe di bloccare nuovamente la porta.
Rufus, ancora nella sua forma ferale, si diresse con rabbia ancor maggiore all’interno di quella porta, un gesto tuttavia non seguito dalla propria compagnia, inerme com’era dal notare che nulla oltre il nero più assoluto traspariva oltre l’uscio.
La puzza intensa di zolfo ora riempì le narici di tutti i presenti, come del resto il rumore di zoccoli e i belati uditi in precedenza unicamente da Rufus.
Una maschera di terrore trasformò al fine l’aria serena del re Patrizio.

“I Fomori, abbiamo liberato i Fomori!”

Scritto da Vincenzo Merolla

Supervisione Mariarosaria Piemontino



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