“La Dama Nera” di Anna Raucci: Capitoli 19, 20, 21, e 22 di 36

La Dama Nera. Capitolo Diciannove – Fu tra gli ultimi a salire sul treno. Prese posto di fronte a James e Gabriel.

– Sei mai stata in un’altra città, oltre ad Alea? – le chiese Gabriel.
– No, a parte la Città Nera. Gli Anonimi controllano tutte le ferrovie sotterranee? – domandò.
Gabriel corrugò la fronte. – Credevo che ti avessero portata nella Città Nera con il treno.
– Sì, ma c’è stato un attacco degli Anonimi. – la voce le si strozzò in gola. Se fosse scappata allora, e se fosse riuscita a mettersi in salvo, avrebbe già raggiunto la sede degli Anonimi da quasi un mese. Se avesse saputo come usare i propri poteri, avrebbe potuto difendere gli innocenti che avevano perso la vita in quella squallida stazione.
– Lo sappiamo. Non credevo che tu avessi assistito. – Gabriel strinse le labbra.
Alison appoggiò la schiena al sedile di legno, un tempo coperto da imbottitura e ormai spoglio. Abbassò la testa per fare in modo che i capelli le nascondessero parzialmente il viso.
– Non mi è stato chiesto. – disse a bassa voce.
– Quindi, se ti facessimo domande dirette, risponderesti? – Gabriel inarcò un sopracciglio.
James intervenne: – La ferrovia che collega il Sud alla Città Nera è interamente sotto il controllo della Dama. Qualunque tratto di ferrovia nel suo regno è fuori dalla nostra portata. Esistono però dei tunnel, gallerie dimenticate, che mettono in collegamento tutti i passaggi sotterranei. In passato venivano usate spesso.
– Per salvare gli schiavi che sarebbero stati portati dalla Dama? – le sembrava un gesto di folle coraggio.
– No. – disse Gabriel. – Per uccidere potenziali maghi e streghe prima che venissero addestrati. Cose del genere non succedono da un secolo.
Allibita per la crudeltà degli umani, la strega rivolse uno sguardo incredulo a Gabriel.
– Metà di quei poveri schiavi sarebbero comunque stati uccisi dalla Regina. – osservò lui.
– Non è una giustificazione. – sibilò Alison.
– Non esistono giustificazioni, per azioni del genere. Simili azioni è meglio lasciarle ai nostri nemici. – Jordan si intromise e prese posto accanto a lei.
James sospirò e riprese a spiegarle la questione delle stazioni. – Tornando alle ferrovie, quelle del centro del continente sono tutte nostre, quelle ad est anche. Il tratto che costeggia le terre delle fate è in superficie.
– Perché?
– Si dice che, scavando nei pressi del loro regno, sia possibile trovare straordinari tesori, ma che chiunque li tocchi rimanga imprigionato nella loro reggia in eterno. – James scrollò le spalle. – Evidentemente la gente credeva ancora a queste vecchie leggende.
– Passeremo accanto alla loro foresta?
Le fate. Quando ne sentiva parlare, ricordava piccole creature e occhi del verde delle foglie, abiti sottili realizzati dalle corolle dei fiori, e splendidi esseri della stessa statura degli umani, con tratti affilati e orecchie a punta.
– Sì. La cosa ti turba? – James aveva una strana espressione, un misto di curiosità e divertimento.
– Non ho paura delle fate, se è questo che vuoi sapere. – sbuffò lei.
– Non è affatto quello che intendevo chiederti. Hai mai incontrato una fata?
– No. – sì. Quando ero bambina. Sbucavano dai boschi e mi regalavano mazzi di fiori. Poi sono scomparse.
– Neanche io. – James inclinò il viso. Lui e Gabriel, per certi versi, avrebbero potuto essere fate – a parte le orecchie a punta. James, più dell’amico, aveva tratti sottili, lineamenti che sembravano tracciati con la punta di un pennello.
– Ma guarda un po’ quante cose si scopre di avere in comune, viaggiando insieme. – Gabriel scherzò.
Jordan si stava appisolando. – Svegliatemi a ora di pranzo. – bofonchiò.
– Voi due siete nati tra i ribelli? – Alison si stupì per il fatto che la domanda le fosse venuta in mente solo allora. Dava per scontato che le persone che la circondavano fossero sempre state ciò che erano ora.
– Fai troppe domande. – rispose James, un sorriso obliquo sulle labbra, gli occhi grigi colmi di ilarità.
– Questa l’ho già sentita. Se volete che risponda alle vostre domande, dovreste prima rispondere alle mie, no? – assunse un tono di sfida.
– Temo si tratti di un accordo rischioso per entrambe le parti. La profondità della curiosità altrui è una scatola che sarebbe meglio non aprire volontariamente.
Alison distolse gli occhi da quelli di James e dalla loro intensità.
– Giusto. Meglio dormire. – Gabriel sbadigliò in maniera ostentatamente falsa. – Povera me. Un viaggio di tre giorni in vostra compagnia.
Jordan cominciò a russare.
– Sarà un lungo viaggio. – rise Gabriel.

– Mandami da loro. Mandami a Lyion a rivendicare ciò che è nostro. Presto controlleremo l’intero continente. – Varmidal scrutò l’espressione della Dama, che appariva vagamente annoiata.
– No. Mi servi qui. – le parole riecheggiarono nella sala del trono.
Varmidal stava aprendo la bocca per parlare. La sua Regina lo fermò: – Ho deciso.
– Comanderemmo su tutte le genti che vivono su queste terre. Da Lyion avremmo accesso al regno delle fate.
– Io comanderei su tutte le genti di queste terre. Quando mi avrai seppellita, farai ciò che desideri. – le dita della sua mano destra si avvolsero fino a chiudersi.
Il volto esangue di Varmidal parve perdere colore. Si portò le mani alla gola.
– Ricordi chi sono io, cugino? – Arya si alzò dal trono, mentre lui cadeva sul pavimento di marmo nero striato di bianco.
– La mia Regina, Maestà.
La Dama Nera annuì soddisfatta. Senza attendere che Varmidal si rialzasse, uscì dalla stanza, seguita da due delle sue cortigiane più fedeli. Quando era tornata al castello, quella notte, aveva letto il disappunto negli inchini del cugino e il sollievo di Cassandra e Juliet. L’abito nero della Dama sfiorò il pavimento mentre usciva, tracciando una scia di tessuto al suo seguito.
Amicus incrociò la Regina poco oltre le porte coperte da lamina d’argento.
– Maestà. – si inchinò. – Se posso permettermi…
– No. Sparisci! – ordinò.
Juliet fu colta da un tremito. Quando la Dama era nervosa, era preferibile tenersi alla larga da lei. Cassandra continuava a lanciare occhiate verso la sala alle loro spalle.
– Ti stai contorcendo come un serpente in attesa di cambiare pelle. Vattene, e manda qualcuno a sostituirti. – le intimò la Dama.
Cassandra chinò il capo e raccolse le gonne scure tra le mani. – Sì, Maestà.
Con passi lenti rientrò nella sala del trono. Intravide Helen insieme ad altre due cortigiane. Stavano rientrando da una passeggiata. Helen indossava un abito con intrecci dorati che mettevano in risalto gli occhi castani. Sulla sua pelle scura, una collana di perle di fiume le si attorcigliava al collo.
– Helen! Sostituiscimi. – disse Cassandra a voce alta.
Helen corse, rischiando di cadere. I tacchi delle sue scarpe scomparvero oltre le porte.
Nel frattempo, Varmidal si era ricomposto.
Cassandra sentiva distintamente il proprio cuore batterle nelle orecchie. Conficcò le unghie nei palmi delle mani. Il dolore familiare non la aiutò.
Il cugino della Regina guardava il trono e lo stendardo che lo sovrastava, blu scuro con la rosa nera al centro.
Varmidal bramava il potere. Non gli bastava sedere sul suo trono di pietra ai lati della sala, insieme alla nobiltà.
Voleva essere in cima alla piramide dei potenti.
Il cugino della Regina distolse lo sguardo da quel trono proibito, per posarlo poi su Cassandra. Lui otteneva sempre ciò che voleva.

Erano rimasti in silenzio fino al pranzo, divorato mentre il treno avanzava, incurante delle persone che trasportava. Più inquieta ad ogni sferragliare della grossa creatura meccanica che la stava portando dal lato opposto del continente, Alison si concesse di pensare alla vita di un tempo. Non c’era quasi niente di bello, ma almeno era una vita tranquilla, regolata da norme semplici. Chiunque sbagliasse veniva punito. Per non sbagliare, doveva obbedire. Peccato che sbagliare includesse anche ogni genere di protesta.
Dormì per tutto il pomeriggio. La cena, fredda e frugale, non le diede alcun sollievo, ricordandole che stava andando in un posto in cui avrebbe rischiato la vita. Il giorno seguente raggiunsero l’altra sede degli Anonimi. Centocinquanta persone si unirono a loro. Alla loro guida c’era una donna sui quarant’anni, con fili grigi che emergevano dai capelli rossi. Jordan le si rivolse chiamandola Elaine.
Un altro giorno trascorse. Gli Anonimi delle due sedi interagivano tra loro, ma lei rimase in disparte. A sera, dopo cena, James tornò a rivolgerle la parola. Lui e Gabriel erano scomparsi in un altro vagone qualche ora prima. Gabriel non era ancora ricomparso.
– Abbiamo oltrepassato il Regno Sotterraneo, oggi.
– Uhm. – mugugnò lei in risposta. Si era raggomitolata sul sedile. Le faceva male la schiena, dopo due giorni nel treno, ma non serviva lamentarsi.
– Si dice che gli immortali abitanti del regno vivano nelle profondità della terra.
– Ti sbagli. Quelli siamo noi. – gli fece notare lei.
Per un secondo lui assunse un’aria divertita. – Nessuno sa come sia accaduto, ma il Regno Sotterraneo un tempo era in superficie. Adesso i guardiani di pietra lo celano al resto del mondo.
– Dove sei cresciuto, James? Non tra gli Anonimi. Queste sono leggende delle streghe. – colpita dalla sua stessa arguzia, Alison attese la reazione dell’altro.
– Ganol. – pronunciò il nome della città con disprezzo, distogliendo lo sguardo.
– Esistono posti peggiori. – osservò lei per consolarlo. Ganol era la vecchia capitale, il che aveva senso, considerate tutte le cose che James sapeva. Solo un umano cresciuto tra i maghi avrebbe potuto accedere a quel tipo di storie.
Gabriel rientrò nel vagone di corsa, come se temesse di essere inseguito. Entrambi lo fissarono con uno sguardo perplesso.
– Niente domande.
– Vale anche per te.
– La tua simpatia, Alison, aumenta ad ogni minuto.
– Un po’ come la tua idiozia. – replicò lei, distendendo gli arti doloranti.
– Quando dovremo uscire allo scoperto? – James rivolse la domanda a Jordan, che era entrato nello scompartimento subito dopo Gabriel. Gli Anonimi presenti si zittirono.
– Alle dieci di domattina. Cambieremo treno.
La serietà di Jordan suggeriva che avrebbero dovuto affrontare pericolose minacce, una volta abbandonata la protezione delle gallerie. Robb, il ragazzo che aveva chiesto maggiori informazioni alla partenza, con voce malferma disse: – Andiamo a caccia di streghe.

Capitolo Venti

Il treno si fermò alle dieci in punto. Alison fece di tutto per non perdere di vista i visi che conosceva. Era consapevole del fatto che sarebbero stati comunque tutti su quel treno, ma l’idea di avere accanto a sé degli amici la rassicurava. Non era tanto sicura che loro la considerassero un’amica, ma lo sperava. Ripensò alle gemelle. Avrebbe potuto essere con loro nella serra, in quel momento, o ad allenarsi. Scese dal vagone. Con un gesto stizzito, si scostò i capelli sporchi dalla fronte. Erano due giorni che non si lavava, come gli altri, il che andò a sommarsi alla confusa irritazione che provava.
Nella sua stanza, accanto a quella di Hannah e Jo, avrebbe potuto riposare senza farsi venire mal di schiena, per non parlare della stanza nella Città Nera…
Smettila di piangerti addosso. Sei insopportabile. Non c’è modo di tornare indietro. Vai avanti.
Fin da bambina, aveva spesso il terrore di fare le scelte sbagliate. La paura di rovinare la propria vita in maniera irreversibile la teneva sveglia di notte e la faceva distrarre durante il giorno. Estia, la donna che gestiva il teatro dove lavorava con Madison, la prendeva in giro per questo. Le diceva che, se proprio non voleva sbagliare, allora doveva concentrarsi sul presente, senza starsene per intere giornate a soppesare i pro e i contro.
E guarda un po’ dove sono finita, Estia.
Appena uscirono allo scoperto, si coprì il viso. Il sole era accecante. Molti Anonimi si guardavano intorno come se stessero ammirando un paesaggio alieno.
Appena si fu abituata al sole, diede un’occhiata allo spazio in cui si trovavano. Erano in una sorta di stazione all’aperto. I gradini che conducevano alle gallerie terminavano nel verde di un prato. In lontananza si vedevano i tetti di una piccola città. Alla sua destra, un bosco si stagliava a poche miglia. In lontananza, i monti nascevano dalla terra.
Il treno era malconcio. Sembrava un lungo serpente in parte protetto dall’erba alta. Doveva essere di una tipologia più vecchia rispetto a quelli che si muovevano sottoterra. Si trattava di un treno a vapore. I nuovi treni – questo lo aveva studiato a scuola – sfruttavano invece un più complesso meccanismo. Del resto, un treno a vapore avrebbe mai potuto muoversi nel sottosuolo?
– Salite! – tuonò Elaine, la voce stridula.
Aveva perso di vista gli altri. Salì nel primo scompartimento che vide. I posti al suo interno erano già occupati. Sbuffò e iniziò a percorrere i vagoni a ritroso. Nel penultimo, riconobbe i volti dei suoi amici. Prese posto su un sedile con alcuni residui di imbottitura.
– Se fossi in te, eviterei quelli con l’imbottitura. Potrebbe esserci qualche topo dentro. – Gabriel sbadigliò.
Non gli diede la soddisfazione di cambiare posto. Il treno iniziò a muoversi, prima piano, poi acquistando velocità.
– Com’è possibile che funzioni, se è un vecchio ammasso di ferraglia abbandonato? – domandò Robb, seduto vicino a Jordan dall’altro lato del vagone.
– Deve sembrare abbandonato, ma non lo è. – spiegò lui, tracciando spirali sul vetro polveroso di un finestrino.
Dopo un paio d’ore, i binari curvarono per costeggiare i boschi. Come preda di un richiamo irresistibile, Alison puntò gli occhi sulla fitta vegetazione.
– Stai attenta alle fate.
Il consiglio di James la fece sussultare. – Altre storie? – gli domandò, spavalda. Lui scrollò le spalle. Si vedeva chiaramente che, come lei, stava fissando il bosco alla ricerca di qualcosa: un segno, un incantesimo, una traccia del passaggio delle fate.
– Non le vedrai, da qui. Loro vivono dove gli alberi crescono folti e la luce penetra a stento, filtrata dal verde delle foglie. – recitò James.
– Perché le fate non ci aiutano? Non hanno mai preso posizione. Si limitano ad assistere alla distruzione dell’umanità.
– Un tempo erano alleate dei maghi. Nel primo secolo del regno della Dama Nera, c’è stata una… frattura tra i due popoli. Lei ha messo in ginocchio il popolo fatato. Ha concesso loro di vivere nei boschi, ma solo a patto che non si immischiassero nei suoi affari. Non ha stretto lo stesso accordo con gli elfi, che ancora lottano nel nord.
– Ma le fate sono potenti. A modo loro.
– Le fate sono potenti, Alison. Non dovresti sottovalutarle. – non la guardava, continuava a scrutare gli alberi. – La Dama ha lanciato incantesimi potenti su di loro e sugli elfi, ma il più potente è quello che ha condannato la regina delle fate ad un sonno eterno. Si dice che dorma ancora, su un letto di fiori che le si avvolgono attorno, mentre la sua corte attende il suo risveglio.
– Sono solo storie. – Gabriel si riscosse, si alzò e avvicinò il volto ai finestrini dal lato opposto. – Se voi tutti non aveste perso tempo con le fate, avreste notato che abbiamo visite. – sbottò, indicando una macchia nera che Alison faticò a distinguere.
– Grigi? – Jordan fu in piedi in un attimo.
– Magari. Cacciatori di taglie.

L’espressione di puro terrore dipinta sul volto di Robb e il turbamento su quello di Alison lo spinsero ad alzarsi dal sedile. Gabriel e Jordan erano andati ad avvertire gli altri, sebbene non avessero dubbi sul fatto che si fossero accorti anche loro della banda di cacciatori di taglie che li inseguiva. James ne aveva sentito parlare quando viveva in un palazzo le cui mura gli apparivano una protezione sufficiente per affrontare qualsiasi minaccia. Aveva sorriso dei sussurri di chi li aveva incontrati. Una cosa che gli sarebbe tornata utile, certamente, era sapere con che armi avrebbero combattuto. Spade corte, coltelli dalle punte avvelenate e, soprattutto, la loro arma preferita, la katana, che brandivano con innegabile maestria.
Si precipitò nel vagone successivo, dove Elaine e Jordan stavano discutendo sul da farsi.
– Non dobbiamo uscire dal treno. Dobbiamo aumentare la velocità. Se ci raggiungono e lo fermano, è finita. – disse, concitato.
Elaine lo squadrò da capo a piedi.
– Non c’è tempo da perdere. – incalzò. Quella donna lo innervosiva.
Elaine parve ponderare la decisione. Jordan la ignorò completamente. Lui e James si scambiarono un’occhiata eloquente, poi Jordan corse a rotta di collo verso lo scompartimento dell’Anonimo che controllava il treno. In quel momento, l’enorme creatura meccanica si fermò, stridendo per il contatto tra ruote e binari. – Alison, Gabriel! – gridò James, mentre Elaine, spaesata, sgranava gli occhi alla vista dei cacciatori che si avvicinavano.
Alison quasi inciampò su uno zaino stracolmo. Robb mormorò delle scuse imbarazzate. – Vieni anche tu, Robb. – gli disse James. Gabriel gli diede una mano a rimettersi lo zaino sulle spalle.
Corsero fino al primo vagone, mentre parte degli Anonimi scendeva ad affrontare i nemici.
Un problema alla volta.
– Che succede, James? – Gabriel era impaziente.
– Non ti azzardare a scendere, è inutile. Dobbiamo rimettere in moto il treno.
– Come intendi farlo? – Alison si abbassò, trascinando con sé Robb, che correva al suo fianco. Dei proiettili spaccarono il vetro e si conficcarono nella parete opposta del vagone in cui si trovavano, ormai svuotato.
– Hanno dei maledetti fucili! – gridò Gabriel, furioso.
– Grazie tante. Ce ne siamo accorti. – commentò aspra Alison. Effettivamente, dei fucili non gli avevano parlato, rifletté James.
Raggiunto il primo vagone, si trovarono di fronte una scena agghiacciante. Un uomo giaceva morto, la divisa macchiata di sangue. Il finestrino a destra era in frantumi. Jordan tentava disperatamente di riattivare il treno, sfiorando esitante le numerose leve presenti.
Lo scompartimento era grande meno della metà degli altri. James sapeva che, in fondo al treno, doveva esserci il vagone in cui veniva bruciato il carbone. Pregò che almeno quello fosse ancora ben funzionante.
– Jordan, vai in fondo al treno a dare una mano al fuochista. Controlla che sia tutto in ordine lì, e poi richiama gli altri sul treno. Fatti aiutare da Elaine.
Jordan non protestò per gli ordini ricevuti. Annuì e si rimise a correre nella direzione opposta.
– Gabriel, sai come funzionano le locomotive a vapore?
Ora iniziava il difficile. Gabriel scosse il capo con decisione.
– Allora dovremo improvvisare.
Con una risata isterica, Robb chiese timidamente: – State scherzando, vero?
Gli sguardi degli altri tre furono un’eloquente risposta.
– Moriremo. – piagnucolò il ragazzo.
Gabriel si sedette al posto dell’uomo, che James trascinò nel secondo scompartimento.
– Secondo quale contorta logica dovrei guidarlo io, questo coso? – protestò Gabriel.
– Prova a tirare le varie leve. – gli rispose lui, le mani che gli tremavano.
– Fai presto! – gridò Alison.
– Ci sto provando!
Gabriel tirò una leva sottile, e la locomotiva parve riprendere a muoversi. L’entusiasmo di Gabriel si spense appena il treno si fermò.
Fuori, i cacciatori di taglie stavano lottando con gli Anonimi. Erano giunti a cavallo, e i poveri animali scappavano impauriti.
Gabriel provò a tirare altre due leve, senza ottenere alcun risultato. Imprecò. – Guardate! – con voce esile, Alison attirò la loro attenzione. Dal lato sinistro, che passava accanto al bosco, si vedevano delle figure. Tre creature con sembianze umane emergevano dagli alberi. James notò le orecchie a punta e gli archi nelle loro mani.
– Le fate, James. – eccitata, Alison gli sorrise.
Lui ebbe l’impressione di sentire il cuore che gli si spezzava.
– Non ci aiuteranno, Alison. – scosse la testa.
Elaine comparve nella loro visuale. Combatteva fiera contro una donna e un uomo con i mantelli scuri dei cacciatori.
Trapassò il torace dell’uomo con una lama sottile.
La donna estrasse una katana e la puntò dritta alla gola di Elaine.
Le fate erano ad una decina di metri dalla scena. Non batterono ciglio mentre la donna tagliava la gola ad Elaine, strappando un grido ad Alison. Robb si coprì il volto.
Le fate si ritirarono nella loro foresta.
Uno scossone li fece cadere a terra. Gabriel esultò. – L’ho trovata!
Robb si rialzò mantenendosi al sedile del guidatore, Alison si tenne forte alla parete dietro di lei. James riacquistò l’equilibrio. La locomotiva sfrecciava, adesso.
– Fermati! Dobbiamo far salire gli Anonimi! – gli gridò James, direttamente nelle orecchie.
– E secondo te cosa sto cercando di fare? – in risposta, l’amico cominciò a tirare freneticamente leve su leve.
Entrambi si chinarono su quel complesso sistema per cercare di decifrare le poche istruzioni che in passato dovevano essere state incise accanto a ciascuna leva.
– Ragazzi. – Alison tirò James per la manica.
– Aspetta, Alison. – replicò brusco Gabriel.
– Ragazzi. – ripeté Robb, con voce rotta dal panico.
– Che c’è? – James alzò gli occhi. Uno dei cavalli dei cacciatori era fermo sui binari. Lo avrebbero travolto in meno di un minuto.
Gabriel lo vide, sgranò gli occhi e, con tutte le sue forse, tirò una leva laterale, l’ultima.
Il treno smise di muoversi. Robb respirava affannosamente, Alison aveva una mano posata sul cuore e stava perfettamente immobile. James si accasciò a terra.
Gabriel era semplicemente eccitato. – Adesso torniamo indietro.

Capitolo Ventuno

– In teoria i binari sotterranei proseguono anche sotto le montagne, ma non c’è una manutenzione continua, e non sappiamo cosa aspettarci da Sarin.
Jordan stava spiegando il piano di attacco agli Anonimi. Con la morte di Elaine, anche i membri della sede di Ali erano passati ai suoi ordini.
Gabriel era riuscito a tornare indietro – dopo aver fatto sobbalzare la locomotiva per un bel po’. James aveva osservato che non si trattava di un treno a vapore qualsiasi, ma di un moderno treno camuffato da locomotiva sbuffante, il che aiutava con l’effetto sorpresa, ma non molto sul piano della praticità. Robb non si era ancora ripreso, a sei ore dall’imprevisto. Il povero Jordan aveva confessato di essersi spaventato a morte, con tutte quelle manovre improvvise. Quando li avevano raggiunti, gli Anonimi avevano sopraffatto gli assalitori. Tuttavia, alcuni cacciatori di taglie erano riusciti a scappare.
Non c’era stato tempo per seppellire le vittime – venti inclusa Elaine. I corpi viaggiavano nel penultimo vagone. Alison sospirò al pensiero. Ad ogni morte si sentiva più pesante, come se il peso della vita si facesse sentire di più, adesso che aveva deciso di affrontarla.
Ovviamente Gabriel si era vantato con chiunque gli capitasse a tiro delle proprie abilità di guida. Per fortuna, c’era un Anonimo di Ali che di norma avrebbe dovuto darsi il cambio con l’uomo ucciso nell’assalto, così che adesso potevano avanzare senza mettere a repentaglio la propria vita.
Un vagone era stato allestito come infermeria per i feriti.
– Valuteremo la situazione a Lyion con i membri locali.
Jordan non aveva un bell’aspetto. Alison si chiese se sentisse la mancanza di Tanya e dei suoi ordini rapidi e decisi. Si sedette a terra, le gambe strette al petto e lo zaino dietro le spalle.
– Gabriel è ancora in giro a pavoneggiarsi. – James aveva un’aria un po’ malconcia, i capelli spettinati e le maniche della camicia arrotolate. Lì faceva più caldo rispetto alle gallerie sotterranee, sebbene l’estate volgesse ormai verso la fine.
Dopo aver ascoltato le direttive di Jordan, molti si erano spostati verso Gabriel, che raccontava per la millesima volta l’accaduto. Robb era al suo fianco e si era ripreso abbastanza per dire anche la sua versione dei fatti. Una ragazza dai capelli neri sedette di fronte ai due, ascoltando attentamente.
– Lo sanno che il loro grande eroe non ha affrontato cinquanta nemici armati? Ha solo tirato qualche leva. – protestò Alison.
– Ahimè, la vita è ingiusta. Tutto dipende da come descrivi gli eventi.
– Avresti dovuto occupartene tu, invece di lasciar fare a lui. Adesso starebbero celebrando il tuo straordinario coraggio.
– Probabile, ma Gabriel ha riflessi migliori dei miei, ed è migliore nell’improvvisazione.
– Che peccato che non siamo tutti come lui. – borbottò contrariata Alison. Tra i denti sibilò parole come “buffone” e “arrogante”.
– Mi dispiace per le fate.
– Tu non c’entri niente, James. Mi avevi avvertita. Solo… speravo che intervenissero, e che non fossero delle tali codarde. Avevo un’opinione migliore di loro. – Non le conosci. – sussurrò lui. – Non lasciare che il tuo giudizio sia influenzato da quello che hai visto fare a tre di loro.
– E su cosa dovrei basare il mio giudizio, se non sulle loro azioni?
James non rispose.
Erano le undici di sera a Lyion, quando arrivarono. Ad accoglierli trovarono visi affranti e sporchi di fuliggine. Gli Anonimi erano reduci da un’esplosione. Il capo locale era una donna dell’età di Elaine. Diedero loro delle stanze. Alison la condivideva con una ragazza di Ali. Le spiegazioni furono rimandate al giorno seguente.
Alle sei si risvegliò, dopo un sonno tormentato da locomotive impazzite, assalti e occhi vitrei. Lei e la compagna di stanza si prepararono senza scambiarsi neanche una parola. Fuori dalla porta trovò Gabriel, accompagnato da Robb e dalla ragazza dai capelli neri, che non si preoccupò di presentarsi.
– Dormito bene? – chiese Gabriel.
– Abbastanza. – mentì.
La ragazza dai capelli neri osservava Gabriel come se fosse rapita da ogni suo movimento.
– Alison, ti presento Junav. – disse lui distrattamente.
– Puoi chiamarmi Jua. – disse lei, con cipiglio severo.
Allora era quella che aveva spaccato due piatti in testa ad un poveretto, la tizia di cui le aveva parlato Jo. Prese mentalmente nota di non farla innervosire.
La colazione fu veloce e povera. Il capo degli Anonimi locali, Chyo, spiegò che i Grigi avevano attaccato Lyion e Sarin due settimane prima. – Erano Grigi della fortezza di Ganol. – raccontò. – Hanno raso al suolo due villaggi che hanno osato opporsi al dominio della Dama. Sarin è stata presa. Lyion è quasi sconfitta.
Jordan si passò una mano tra i capelli. – Credevo ci fosse un accordo tra le città dell’est e la Regina.
– L’accordo è durato per tredici anni. Da due anni le condizioni imposte dalla Dama sono diventate troppo dure. L’economia del Regno Nero è in difficoltà. Vogliono ampliare le terre schiavizzate. Hanno chiesto il controllo su Lyion e sui territori delle montagne. Di comune accordo, il senato e il re hanno rifiutato. Stiamo pagando le conseguenze della nostra scelta.
I territori dell’est erano sotto il controllo di un monarca affiancato da un senato, ricordò Alison.
– Siete in contatto con il re? – chiese Jordan.
– Il re è stato assassinato ieri. I Grigi lo hanno tenuto prigioniero per un mese, prima di ucciderlo. Speravano che potesse convincerci a cedere.
– E il resto della famiglia reale? – James sbucò da una nicchia nell’ombra.
– Non abbiamo loro notizie, ma riteniamo che almeno la regina sia stata uccisa.
Chyo si coprì il viso con le mani. Aveva capelli corti e tinti di rosso scuro. Le sue dita erano coperte da sottili tagli, come le braccia.
– E l’esplosione? – domandò Jordan, che era crollato su una sedia per la frustrazione.
– Gli edifici governativi. Li hanno fatti esplodere con tutte le persone che lavoravano al loro interno.
Alison ricordò le parole di Jordan della sera prima. – Come avete fatto a ricevere informazioni sulla morte del re così in fretta? Avete usato il sistema ferroviario sotterraneo che collega Lyion a Sarin?
– Sì. – annuì stancamente Chyo.
– Potrebbero usarlo per venire qui? I Grigi?
– No. Abbiamo fatto saltare in aria l’accesso. – non si curò di celare l’afflizione derivante dal fallimento.
– Quindi non ci sono più collegamenti con la capitale?
– Ci sono dei cunicoli, ma non sappiamo in che condizioni siano. Sbucano in un’abitazione. Non possiamo usarli, sarebbe rischioso. – Sarebbe rischioso mandare una sola persona per ristabilire i contatti con la capitale? Per aiutare i ribelli a scappare? – incalzò Jordan.
– Abbiamo sempre collaborato con il re. L’unica pretesa del sovrano è stata quella di avere i nostri nominativi e le nostre foto. Siamo visi conosciuti, ormai, e siamo ricercati, tutti noi di questa sede.
Una volta Estia le aveva mostrato una macchina in grado di fissare l’immagine di una persona su una pellicola. Le era sembrata una sorta di magia, ma la donna le aveva spiegato che si trattava di una foto.
– Ma non conoscono noi. – si intromise Gabriel, con l’aria di chi ha avuto un’idea geniale. Il che significava una pessima idea, trattandosi di Gabriel.
– Dovremo combattere per liberare Lyion. – rifletté Jordan ad alta voce. – Nel frattempo, organizzeremo delle missioni di salvataggio per la popolazione di Sarin. Ci sono volontari?
– Ci servirebbe qualcuno che sia già stato a Sarin. – fece notare James, la fronte aggrottata per la concentrazione. Stava pensando ad un piano.
– Qualcuno è già stato a Sarin? – chiese Chyo, rivolta agli Anonimi di Tenàri e di Ali.
Nessuno diede segno di esserci mai stato.
– Avete delle mappe? – cauto, Gabriel avanzò verso i due capi degli Anonimi.
– Sì, certo. – Chyo frugò tra i documenti posati sul suo tavolo.
– Allora posso andarci io. Sono bravo, in questo genere di cose. Soprattutto nelle missioni di salvataggio. – fece l’occhiolino ad Alison.
– Cosa credi di fare? – James era incredulo.
Alison strinse e riaprì i pugni nel vano tentativo di allentare la tensione. – Te la senti, Gabriel? – Jordan si era rialzato dalla sedia.
– Sì. – ghignò lui. – Sarà divertente. Qualcosa di diverso, ogni tanto.

Michael aveva sentito dire che si sarebbe tenuta una festa nel palazzo. Non ne era stato entusiasta, dato che i suoi genitori lo avrebbero costretto a partecipare. Le visite di Juliet erano diventate rare, e non poteva fare a meno di interrogarsi sul motivo. Avrebbe voluto invitarla ad andare alla festa con lui, ma, a dieci minuti dall’inizio, si sentiva sollevato per non averlo fatto. L’agitazione sarebbe solo cresciuta, con lei al suo fianco. Aveva lasciato gli occhiali nella loro custodia. La sua stanza era due piani più in alto rispetto al laboratorio. Quando passò davanti alla porta del laboratorio, si augurò che almeno i suoi genitori non lo assillassero con la smania di presentargli i loro potenti e inquietanti amici. Non c’era nemmeno Alison, che si sarebbe sentita fuori posto come lui, tra maghi e umani troppo eleganti. Aveva rischiato, aiutandola a scappare, ma i sospetti non erano ricaduti su di lui. Ancora adesso, evitava di incrociare lo sguardo della Regina.
– Michael!
Sua madre era una strega straordinariamente bella. Non dimostrava più di trent’anni, come del resto anche il padre. Dalla madre aveva ereditato i capelli neri, gli occhi azzurri e i lineamenti delicati. Dal padre aveva ereditato la statura e le mani, con dita lunghe e affusolate.
Tatiana e Mordinov erano la perfetta rappresentazione dei nobili asserviti al volere della sovrana.
La madre gli sistemò la giacca con lo stemma di famiglia dei Namirtov. La sua famiglia era direttamente imparentata con la Regina. Con sua madre, precisamente. Il simbolo di famiglia, un fiore blu con i petali chiusi, non ancora sbocciato, non cessava mai di colpirlo per la somiglianza con la rosa nera. Aveva sentito che, prima di diventare sovrana, la Dama adottava lo stemma di famiglia della madre per le occasioni ufficiali. Da sovrana aveva ripudiato il serpente avvolto attorno alla spada, simbolo della famiglia paterna, in favore della rosa nera. Era come se il giovane fiore avesse trovato il coraggio di sbocciare e l’avesse fatto nel più crudele dei modi.
Mordinov Namirtov squadrò con apprensione il figlio.
– Comportati bene.
Il che significa “sorridi alle persone che ti presentiamo e fingi di essere un mago degno del loro interesse”.
Glielo diceva ogni singola volta. Quella sera, però, aggiunse qualcos’altro: – Fai attenzione.
Tatiana posò una mano sulla spalla del marito. Insieme formavano un quadretto di eccezionale bellezza, lei con i suoi colori scuri e lui con i capelli biondi e gli occhi glaciali. Avrebbero potuto essere di tutto: sovrani, statue di marmo, membri della nobiltà. Qualunque cosa a parte i suoi genitori. Il gelo che accompagnava i loro passi e che aveva fermato il loro invecchiamento si rifletteva nell’educazione che gli avevano impartito. Michael non voleva diventare come loro e come gli altri maghi della corte. Preferiva invecchiare e morire, da mortale, da umano, insieme ad un’umana.
– I Bavius non hanno preso bene il ritorno di Irma. La festa è in suo onore. – la voce di Tatiana era esattamente quella che ci si poteva aspettare da una donna del suo rango: altera, ma a tratti calda, quando si rivolgeva al figlio.
– Sbandierare davanti a tutti il ritorno di quella… immonda creatura.
Tatiana sussultò, interrompendo il marito: – Il nostro compito è far sì che le decisioni della Regina siano accettate e rispettate. Non spetta a noi metterle in dubbio. Inoltre, la festa è una tradizione, quando viene nominato un nuovo capo dei Saggi. – disse. Non avevano assistito alla cerimonia di investitura, avvenuta dietro le porte chiuse della torre in cui i Saggi vivevano. Michael non rimpiangeva di essersi perso un’occasione per annoiarsi a morte.
Fecero il loro ingresso nella sala da ballo con portamento regale. I genitori scomparvero in un attimo tra i loro parenti, riuniti accanto ad un tavolo carico di cibo. Michael rimase immobile, cercando una persona tra i cortigiani impegnati a ballare.
– Stai cercando me?
Avrebbe riconosciuto quella voce ovunque. Juliet aveva tra le mani un bicchiere pieno per metà. Indossava un abito dorato, stretto in vita. La gonna si allargava gradualmente, raggiungendo un considerevole diametro che lo avrebbe messo a disagio se solo avesse trovato il coraggio di chiederle di…
– Vuoi ballare? – gli chiese lei, una meravigliosa quanto potente luce negli occhi.
– Sì.
Juliet non fece nemmeno caso al tavolo sul quale stava lasciando il bicchiere.
I musicisti nella sala erano tutti umani. C’era persino un’arpa, che guidava i passi suoi e della cortigiana. Le mani di Juliet erano calde, i suoi movimenti abili. Michael non aveva mai davvero imparato a ballare. Di solito doveva sforzarsi di ricordare i passi, calpestando in continuazione i piedi di qualche povera malcapitata. Con Juliet era diverso. Persino i nobili e le loro trame sbiadivano, in sua presenza. Con l’abito dorato catturava la luce del lampadario a bracci. Si perse completamente nella danza, immaginando di essere un cortigiano come lei, fingendo che questo potesse divenire il loro futuro.
Quando la musica cessò, un mago chiese a Juliet di ballare, e a lui non rimase che appartarsi accanto ad una tenda – a volte dietro, al riparo da pericolose cortigiane e streghe che desideravano invitarlo a ballare – e continuare a fissare l’astro più brillante della sala in tutta la sua mortale bellezza.
All’ingresso della Dama la musica si interruppe definitivamente. Al suo fianco, Irma faceva sfoggio dei capelli bianchi e della veste dei Saggi. I Bavius non nascosero l’odio nei confronti della nuova arrivata. La Dama è furba. Lascia che odino Irma, così avrà dei sostenitori, se deciderà di mandarla in esilio o farla giustiziare.
Irma sorrideva con aria di superiorità, ostentando sicurezza.
Varmidal emerse dalle porte della sala. Lo accompagnava Cassandra. Anche dalla sua posizione, Michael vide Juliet impallidire.

Capitolo Ventidue

Le strade di Lyion erano popolate da una mista accozzaglia di feriti, Anonimi, guardie reali, semplici abitanti. I visi consumati delle persone si accesero di speranza al loro passaggio. Alison si chiese perché lottassero invece di arrendersi. Se si fossero arresi, almeno sarebbero sopravvissuti, avrebbero potuto vivere. Quella non è vita. L’hai chiamata vita per diciotto anni, ma non lo è. Basta nascondersi, Alison. Le tremavano le mani quando Jordan le diede una pistola. Si sentiva ancora debole, al confronto con gli altri. Non c’era stato verso di dissuadere Gabriel dal suo proposito, e in fondo nessuno ci aveva provato a lungo. Delle nostre vite non importa a nessuno, aveva detto quella sera a Tenàri. Chyo gli aveva spiegato come raggiungere i passaggi. Due dei suoi Anonimi lo avrebbero guidato fino alla fine dei cunicoli, ma non sarebbero andati con lui a Sarin.
Gli edifici in fiamme aumentarono considerevolmente, mentre si avvicinavano alle mura della città. Sarin non ne aveva.
– Ecco come ci siamo salvati. – disse Chyo, indicando le monumentali creature di pietra che difendevano la città meglio di qualunque arma. Alison spalancò la bocca. Le mura erano costituite da statue straordinariamente alte e massicce, tanto da fare ombra sugli edifici della periferia. Le statue erano incastrate l’una nell’altra, l’una accanto all’altra. Rappresentavano esseri con sembianze animali miste ad elementi umani.
– Sono i vecchi dei. – Chyo accennò un sorriso tirato di fronte al suo stupore. – Furono costruiti mille anni fa affinché proteggessero Lyion, e lo fanno ancora. Gli incantesimi non possono scalfirle, perché sono state realizzate dal lavoro di umani, maghi e fate insieme.
Nelle statue erano state ricavate scale e passaggi. Ricordavano tante torri poste a difesa della popolazione.
– Come hanno fatto ad entrare? – chiese alla donna.
– Hanno scavato dei passaggi sotterranei. Non che si siano messi a scavare letteralmente. Hanno usato la loro magia.
– Ma noi siamo arrivati con il treno. Avrebbero potuto sfruttare quell’apertura. – obiettò lei. Il treno era entrato in una lunga galleria prima di sbucare in una specie di stazione, dalla quale si scendeva per raggiungere la sede degli Anonimi.
– La galleria viene controllata continuamente, e solitamente resta chiusa. L’abbiamo aperta per lasciarvi passare.
– La galleria attraversa le statue?
Chyo annuì. – Se solo avessimo maghi dalla nostra parte. – sospirò.
Un formicolio le attraversò il corpo.
– Nessun segno della loro presenza da dieci ore. – riportò Jordan, che era andato a parlare con le sentinelle notturne.
– Vogliono che usciamo. Dì loro che tengano chiuse le porte della città.
– Non so se sia una buona idea. Potremmo restare intrappolati qui. – Jordan si tirò le punte dei capelli.
– Non accadrà.

I due Anonimi parlavano tra di loro nel dialetto locale, pieno di suoni incomprensibili per lui. Gli avevano spiegato precisamente come arrivare all’edificio in cui si erano rifugiati i ribelli che avevano in custodia i figli del re. Il suo compito era entrare in contatto con loro e aiutarli a scappare. Per far sì che non dubitassero di lui, gli avevano fornito dei documenti ufficiali con il sigillo del re e quello degli Anonimi. Se li era infilati in tasca piegandoli, sotto gli sguardi orripilati delle sue guide. Non poteva certo andare in giro sventolando le prove della sua alleanza con il nemico, non in una città conquistata dai Grigi.
Il passaggio si restringeva. Poteva passare solo una persona alla volta. I suoi accompagnatori erano piuttosto piccoli di statura ed esili, a suggerire familiarità con luoghi del genere. Sperò che la porta non fosse un buco in qualche parete. Se la sede da cui proveniva era immensa e si estendeva per tutta l’area di Tenàri, questa era almeno il triplo. Un treno li aveva portati attraverso un passaggio sotto le montagne, fino al punto in cui le gallerie si interrompevano. Avevano impiegato cinque ore per arrivare fino a lì.
Nell’ultimo tratto fu costretto ad abbassare la testa. La porta era a pochi passi.
– Ti aspettiamo qui. Hai due ore per tornare. Se non torni, vuol dire che ti hanno preso. – disse in tono sbrigativo uno dei due uomini.
– Va bene. – asserì lui.
Aprì la porta, sbucando in un ripostiglio buio. Sapeva dove andare. Si voltò a salutare le due guide, che gli rivolsero cenni di incoraggiamento. Salì delle scale traballanti e si ritrovò in una casa. Perché non potevano nascondersi direttamente lì, i ribelli? Si diede da solo la risposta. Potrebbero essere stati già scoperti e catturati. In quel caso, i Grigi avrebbero trovato il passaggio e potrebbero raggiungere Lyion.
La casa era deserta, e il rumore dei suoi passi sul pavimento riecheggiava nelle stanze immerse nell’oscurità. Un fascio di luce entrava da una finestra coperta da assi di legno marcio.
Vide qualcosa che si muoveva ai piedi della finestra. Si fermò. Uno squittio lo tranquillizzò. La casa doveva essere piena di topi. La maniglia della porta era priva delle ragnatele che pendevano dal soffitto e dai mobili. Aprì la porta. La strada era anch’essa deserta. Udiva dei passi pesanti, probabilmente quelli dei Grigi che pattugliavano la città. Richiuse la porta e corse verso il lato opposto della strada, rannicchiandosi nell’oscurità di un vicolo.
Tirò fuori la mappa dalla tasca facendo cadere i documenti con il sigillo del re. Imprecò quando si macchiarono di fango. Aveva due importanti missioni.
Proseguì sempre nell’ombra degli edifici mezzi distrutti. Sarin era nota per i suoi palazzi immensi, costruiti con mattoni e in grado di ergersi fino a sei, sette piani. Lo stesso valeva per Lyion, ma di Lyion aveva visto solo i sotterranei.
Quando doveva attraversare le strade lo faceva in fretta, tirando un sospiro di sollievo appena poteva tornare a rannicchiarsi dietro i palazzi e negli ingressi di vecchie botteghe.
L’edificio che cercava gli si parò davanti, simile agli altri. Non provenivano suoni dall’interno. Si avvicinò con passi furtivi. Una pattuglia di Grigi passò in quel momento. Corse a perdifiato verso il retro del palazzo, accasciandosi a terra.
– Guarda un po’ chi abbiamo qui.
– Cos’è? Un ladro?
– Di sicuro sta scappando da qualcosa.
Si voltò lentamente. Non aveva armi, a parte un coltello infilato in uno stivale.
Due donne e un uomo lo guardavano con curiosità. Una delle due donne aveva un braccio appeso al collo. Un’altra indossava una giacca insanguinata, con uno stemma reso quasi irriconoscibile. Era il simbolo delle guardie reali.
Con cautela estrasse i documenti dalla tasca. Erano spiegazzati e sporchi. Li porse alle tre persone, rimettendosi in piedi. La donna con il braccio appeso al collo scrutò alternativamente il foglio e lui. – Fatelo entrare, è un Anonimo.

I figli maggiori del re, una ragazza sui quindici anni e un ragazzo sui diciannove – la stessa età di Gabriel – lo seguirono senza battere ciglio, affiancati dalla loro guardia del corpo. Il bambino di cinque anni era in braccio alla sorella. Alla proposta di mettersi in salvo aveva risposto gridando e piangendo. Non era l’ideale portarselo dietro nella fuga, ma la madre lo aveva convinto ad andare via con i fratelli. La regina era ancora viva, e aveva categoricamente rifiutato di abbandonare Sarin al suo destino. Gabriel li condusse fino al ripostiglio. I due Anonimi erano lì ad attendere il suo ritorno.
– Partite adesso. Io vado a prendere gli altri. Loro vi spiegheranno quello che dovete sapere.
La guardia del corpo, esitante, propose di riaccompagnarlo. Gabriel rifiutò. Decisero di aspettare per altre due ore e partire solo con un maggior numero di persone. Se Gabriel non fosse tornato entro le fissate due ore, avrebbero saputo che era stato catturato.
Uscì in strada e si incamminò. A metà strada, svoltò a destra. Consultò la mappa. Era tempo per la seconda missione.

Nel primo pomeriggio ancora non si erano registrati attacchi. L’ansia cominciava a farsi sentire. Seduti su una panchina, Alison e James attendevano il ritorno del treno nei sotterranei.
– Quanto tempo fa è partito?
– Sono partiti alle quattro di stamattina. Considera che sono arrivati alle nove circa. Sono quasi le quattro. Presto dovremmo avere loro notizie. – rispose James.
Alison non era molto paziente. Detestava non conoscere l’esito della missione. E se lo avessero preso? Il pensiero che la tormentava era questo, insieme a mille altri dubbi. Sempre la solita codarda. Dovevi partire tu.
Gabriel non aveva avuto un attimo di esitazione, prima di proporsi. Sotto la facciata di spavalderia e arroganza doveva nascondersi una persona più coraggiosa di quanto lei fosse disposta ad ammettere.
Si alzava continuamente per passeggiare e si sedeva di nuovo. James perse la pazienza. – Alison, per favore, siediti. – le disse con tono garbato, ma con una punta di risentimento.
– Scusa. – mugugnò lei, sedendosi.
Poteva solo immaginare la preoccupazione di James, che conosceva Gabriel da molto più tempo ed era il suo migliore amico.
Un boato animò le gallerie. Balzarono in piedi contemporaneamente. Il treno stava arrivando.
– Alison, vai a chiamare Jordan.
Vedendo che lei non si muoveva, fece una smorfia. – Lascia stare. Ci andremo insieme, appena si ferma.
Il treno rallentò e si arrestò. Ne emersero una ragazza e un ragazzo con un bambino tra le braccia, una donna armata fino ai denti e i due che avevano accompagnato Gabriel.
– Dov’è Gabriel? – domandò Alison. James rimase in silenzio.
Fu la ragazza a rispondere: – Non è tornato. Lo hanno preso.
Lei e James si scambiarono uno sguardo, prima di iniziare a correre verso i corridoi della sede.

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