“La Dama Nera” di Anna Raucci: Capitoli 23,24,25 e 26 di 36

La Dama Nera: Capitolo Ventitre – – Un Anonimo è stato rapito. – Jordan stava cercando di mantenere la calma.

Chyo replicò, lo sguardo grave: – Non possiamo rischiare. Dobbiamo chiudere il passaggio.
Era stata convocata un’assemblea degli Anonimi in una sorta di anfiteatro. Quasi tutti erano presenti, dato che i Grigi non avevano dato segno di voler attaccare.
– No. – James disse, ad alta voce. – In questo modo condannereste non solo Gabriel, ma anche tutte le persone che vivono a Sarin. Non hanno il diritto di scappare? E la regina? Anche lei è sacrificabile, per la sicurezza di Lyion?
– Abbiamo portato in salvo gli eredi al trono. Possiamo nominare un nuovo re entro oggi. – gridò qualcuno, dalla folla.
– Gabriel ha portato in salvo gli eredi al trono. – osservò Alison con voce piatta. Per qualche motivo, si sentiva distrutta.
– Ha fatto quello che avremmo fatto anche noi, al suo posto. – gridò qualcun altro. Alison riconobbe un Anonimo di Tenari. Anche loro temevano l’assedio.
Una rabbia fin troppo familiare si fece strada tra i pensieri confusi di Alison.
– Ma è stato Gabriel a rischiare la vita, stavolta. Andremo a salvarlo, e porteremo in salvo il maggior numero possibile di persone. Sono d’accordo su una cosa: il passaggio è un rischio. Bene, ci atterremo alla tua proposta: lo faremo saltare in aria. Ma non un secondo prima di aver portato via il maggior numero di persone.
Si rese conto di aver alzato la voce e di aver parlato come avrebbe fatto Tanya, o come avrebbe dovuto fare Jordan. Tutti gli occhi nella stanza erano fissi su di lei o su Chyo. Non che le importasse. Che ci provassero, a zittirla. Non aveva niente da perdere, e, nel momento in cui lo comprese, le parve di non essere mai stata tanto libera, né tanto determinata.
– Faremo come ha detto Alison. – la sostenne Jordan.
– Mettiamo la questione ai voti. – disse una donna seduta in prima fila. Era di Tenari.
Alison stava per ribattere che la questione dei voti era saltata fuori solo adesso. James scosse piano la testa. La ragazza sbuffò.
La proposta di Alison vinse per cinque voti. Molti dei membri locali votarono a favore. Pochi si astennero, inclusa Chyo. Fu deciso che quella stessa notte sarebbero partite sei persone, due per sede, per raggiungere Sarin. Jordan scelse James e Alison. Sorprendentemente, una decina di altri chiesero di andare con loro, ma Jordan fu irremovibile. Anche Chyo propose di accompagnarli, neanche quella decisione fu messa ai voti. Una considerevole maggioranza richiese che Chyo non abbandonasse la sede degli Anonimi. Ancora un’altra scelta basata sulla paura, pensò Alison. Si trattava di una paura sensata, però: cosa avrebbero fatto se avessero perso la loro leader? Così, fu stabilito che sarebbero andatisolo Alison e James.
Teoricamente avrebbero dovuto riposare, ma entrambi erano troppo nervosi. Parteciparono all’elaborazione del piano.
– Uscirete dalla casa e attraverserete la strada. Dovete raggiungere questo punto. – Jordan indicò un punto segnato sulla mappa. – Loro vi diranno dove possono aver portato Gabriel. A quel punto vi dividerete in due gruppi: il primo – rivolse un cenno ai due Anonimi di Ali, una donna e un ragazzo dall’aria piuttosto furba. – accompagnerà i ribelli fino alla stazione, e raccoglierà informazioni su altri eventuali gruppi da salvare.
– Eventuali? – Alison inarcò le sopracciglia.
– Non possiamo bussare a tutte le porte e dire ehi, seguiteci, vi portiamo a Lyion. – la prese in giro il ragazzo.
Alison lo fulminò con un’occhiata, squadrandolo poi con disprezzo: – Nessuno ha chiesto la tua opinione.
Il ragazzo non rispose.
– Alison e James si concentreranno invece sul salvataggio di Gabriel. Non fatevi prendere. Se vi prendono, non rivelate niente. Se non vi prendono e non riuscite a liberare Gabriel entro la mezzanotte di domani, tornate indietro. Tutto chiaro? Domande?
– Tutto chiaro. – rispose James, pallido e con delle occhiaie profonde. Magari potevano dormire durante il viaggio.
Il treno partì a mezzanotte. Sarebbero arrivati intorno alle cinque del mattino. Si sistemarono ciascuno su due sedili. Alla guida del treno c’erano i due membri di Lyion.
Alison distese le gambe e chiuse gli occhi, massaggiandosi le tempie. Le era venuto un gran mal di testa. Dormì per tre ore e mezza, poi si svegliò di soprassalto, sudata. Non ricordava cosa avesse sognato, ad eccezione di un numero: 439. Roteò gli occhi. I sogni erano davvero l’ultimo dei suoi problemi.
Si mise in piedi. Con tutti i treni che le avevano fatto prendere, riusciva a mantenere l’equilibrio alla perfezione. Cercò di non fare rumore. Gli Anonimi di Ali erano in fondo al vagone, addormentati. James dormiva sui sedili a lato dei suoi, con la testa contro il finestrino. Sorrise. Sembrava un bambino. Sbadigliando, percorse almeno cinque vagoni prima di ritornare al suo posto. Si chiese cosa li attendesse a Sarin. Non poté fare a meno di chiedersi se Gabriel fosse vivo.

Gabriel aveva dormito per ore. Aveva fame e sete, ma i suoi carcerieri non avevano nessuna intenzione di ascoltare le sue proteste e le sue imprecazioni. Si era messo persino a spingere contro le sbarre della cella, se non altro per trovare un modo di passare il tempo. Le celle erano tutte piene. Un uomo anziano nella cella accanto alla sua gli aveva chiesto di stare zitto e di farlo riposare in pace.
– Assurdo. – borbottò il ragazzo.
Gli Anonimi sarebbero andati a prenderlo. Forse. Nel migliore dei casi, avrebbero trovato qualche folle disposto a rischiare la vita per salvarlo. Roteò gli occhi. Detestava quella situazione. Non era ferito, ma se ne stava seduto a terra nel centro della cella come se lo fosse. Era profondamente stanco. Le sue ferite non erano visibili, ma gli faceva altrettanto male ammettere a se stesso la propria condizione.

Irma accarezzò le delicate tazzine colme di tè bollente posate sul tavolino del piccolo salotto. Ne prese una. Quando la sollevò, il tè le cadde sull’abito. La scagliò lontano. Con un braccio gettò a terra tutto ciò che era sul tavolino.
Arya si avvicinò alla poltrona sulla quale Irma era seduta. Allungò una mano e le picchiettò il mento con un dito. Indossava un paio di guanti neri di seta.
– Non farlo. Mi innervosisce.
Irma la fissò torva. – Adeline obbediva ai miei ordini e non distruggeva le mie cose. – con un tono armonioso, Arya dava l’impressione di una madre che si stesse rivolgendo ad un bambino capriccioso.
– Adeline è stata uccisa. – rispose la sua ospite, strofinandosi la tunica per togliere la macchia di tè. – E tu mi hai maledetta. Le mie mani non riescono più nemmeno a sollevare una tazza di tè.
– Adeline ha tramato contro di te per farti esiliare e prendere il tuo posto. E tu hai usato le tue mani per maledire. Paralizzarle è stata una degna punizione. Ma vedo che sei riuscita a combatterla, in parte.– disse la Dama Nera, con la voce simile allo scroscio dell’acqua in un ruscello.
– Non lo faccio per Adeline, ma per la mia famiglia. Puoi fingere quanto vuoi di aver dimenticato le antiche leggi del nostro popolo, Arya, ma io non dimentico.
– Non chiamarmi con quel nome. – soltanto un basso sibilo prolungato di fuoco che divampa per orecchie umane, quel suono fu compreso da Irma. La strega si alzò. – Abbiamo ospiti?
– Vedo che i tuoi poteri non ti hanno ancora tradita. Vedi tutto ciò che accade.
– Non tutto. Alcuni luoghi mi appaiono come macchie indistinte.
– Abbiamo ospiti. Seguimi nella sala del trono, e non osare più danneggiare i miei appartamenti.
Un fascio di luce attraversò la stanza e si posò sulla Dama Nera, che si ritrasse infastidita.
– Sbrigati. Non li faremo aspettare. Posso sempre offrire ai Bavius la tua testa.
Irma era abituata alle intimidazioni, ma quegli anni in isolamento l’avevano trasformata in una nuova creatura, mutata ed imprevedibile. Il pavimento era freddo a contatto con i suoi piedi nudi. L Dama Nera si era rifiutata di fornirle delle scarpe, e lei non le avrebbe chieste. Voleva ridicolizzarla, come aveva sempre fatto con quelli che temeva. Era uno spettacolo per la corte e per se stessa, per esorcizzare le proprie paure.
– Non ho dimenticato le antiche leggi, e te ne darò prova. – sussurrò la Regina, con una voce sfuggente come il fumo.
Irma sfiorava le pareti degli ambienti che oltrepassava con le dita. Un tempo quella era stata anche casa sua.
Amicus aprì le porte della sala al loro passaggio. Cassandra, Juliet e Helen erano al loro posto, in fondo. Varmidal era assente. Quattro figure erano ferme nella penombra, come se non osassero spingersi oltre per non essere esposte alla luce. La Dama Nera congedò le cortigiane e Amicus. – Lasciateci soli.
Irma picchiettò con le dita sullo schienale di una delle quattro poltrone posizionate ai lati del trono.
– Sedetevi. – ordinò la Dama. Le figure esitarono, poi obbedirono. Prima di sedersi, si inchinarono.
– A cosa devo la visita?
Uno di loro scostò il cappuccio, facendolo ricadere sulle spalle. I lineamenti suggerivano il suo sangue di fata. I capelli di un biondo scuro erano lunghi fino al petto, gli occhi di un pallido verde che, alla luce, diveniva azzurro. Arya conosceva Faunus da tre secoli.
– Non sono buone notizie che ci portano qui, Maestà. Tre morti nel regno di mia madre. Tre assassinii compiuti da esseri umani le cui famiglie erano state generosamente accolte da generazioni nella nostra comunità. Chiedo giustizia di fronte ai Cinque.
Un’altra figura abbassò il cappuccio. Si trattava di un’elfa dalla pelle del colore dell’ebano e dagli occhi dorati limpidi, le sopracciglia scure inarcate in un’espressione di ribrezzo. Sul collo mostrava i marchi della sua gente.
– Colpa vostra, Faunus, se li avete accolti. Noi elfi non accogliamo umani.
Gli altri due presenti, rappresentanti rispettivamente del popolo dei Mercanti del centro del continente e degli umani delle terre orientali, rimasero in silenzio. La loro specie aveva imparato a non provocare creature che non erano in grado di sottomettere. In realtà, la donna che rappresentava gli umani dell’est aveva sangue di strega, ed era stata nominata pochi giorni prima, quando l’attacco di Sarin era cominciato.
– Hanno ucciso membri della mia corte. Devono essere puniti. – incalzò Faunus, ignorando le parole dell’elfa e rifiutando di distogliere lo sguardo dalla Dama Nera.
La Dama scosse la testa: – Sarebbe un immenso spreco di potere. Conosco le famiglie che avete accolto. Sono reietti, e per una ragione: nelle loro vene si uniscono il sangue dei maghi e quello degli umani. Dopotutto, è per questo che sei qui. Non essendo fate, la tua regina non può giudicarli. Non ucciderli.
Faunus sollevò il viso, incredulo: – Risparmiarli? Sono assassini. Se li risparmiassi, dovrei seguire il consiglio di Andromeda e sbarazzarmi degli altri umani nelle mie terre, perché si sentirebbero incoraggiati all’imitazione di un gesto tanto brutale.
La Dama sorrise. – Dimentichi forse che stai parlando a me.
La fata non poté fare altro che continuare a scrutare gli occhi chiari della Regina.
– Nessuno li accoglierà mai. Chi offrirà loro protezione? – una nota d’ira nel suo tono spense il sorriso della Dama.
– Io offrirò loro protezione. Saranno accolti nella mia corte.
– Prestate dunque giuramento di fronte al marchio del vostro regno? Giurate di offrire asilo a quegli assassini?
– Osi, principe, – l’enfasi posta sulla parola fu come un colpo in pieno viso per lui. – mettere in discussione la mia parola? La mia parola non ti basta? – si irrigidì sul trono.
– Le mie scuse, Maestà. – chinò il capo. Non doveva dimenticare che lei era una sovrana, e pretendeva di essere trattata come tale.
– Accetto qualsiasi vostra scelta. Perdonate la mia arroganza.
Gli occhi della Dama lampeggiavano. Un tempo Faunus era stato un suo pari, persino un suo amico. Ora, la situazione era ben diversa, ed era un bene per lui che il suo atteggiamento non lasciasse trasparire alcuna familiarità tra loro.
– Verranno risparmiati. – sentenziò la Regina, senza rispondere alle scuse né dare segno di averle accolte. – E tu, principe, cerca di non deludermi. La tua gente non conosce dunque alcuna pietà? Quale sovrano non concederebbe il perdono a dei servi? – disse.
Sarebbe stato meglio, per i due assassini, essere uccisi piuttosto che servire fino alla morte la Dama. Ma questo, come molte altre sue considerazioni personali, era un pensiero pericoloso e più al sicuro nella sua mente.
Sollevando nuovamente lo sguardo mentre si inchinava di fronte alla Regina che aveva potere su chiunque varcasse le soglie del Regno Nero, ritrovò fissi nei suoi gli occhi di ghiaccio che avevano appena condannato ad una pena peggiore della morte due persone. Come una vipera, Arya scivolò via, camminando piano sul marmo nero coperto da una ragnatela di venature bianche, abbandonando il suo regale trono. Un altro inchino e Faunus, Andromeda e gli altri due ambasciatori, voltatisi, uscirono dalla sala, continuando a sentire su di sé la magnetica aura di oscurità che avvolgeva il castello.

Capitolo Ventiquattro

– Alison, te lo chiedo per la quarta volta: sei sicura che il tuo piano funzionerà?
– Stai zitto, James. Potrebbero sentirci.
L’incontro con i ribelli aveva fruttato loro un bel po’ di informazioni sulla prigione, favorendo l’elaborazione di un piano che, per quanto potesse apparire ardito, aveva ampie probabilità di successo. Le avevano spiegato che la prigione era stata realizzata con le stesse pietre delle mura di Lyion, intrise di un incantesimo leggermente diverso finalizzato all’indebolimento di chiunque vi trascorresse delle ore. Tale indebolimento andava a danno dei maghi, poiché l’intensità dei loro poteri si riduceva considerevolmente, all’interno di quell’edificio. In realtà, la prigione era stata costruita per le creature dotate di magia.
Le avevano mostrato una piantina dell’edificio, mostrandole l’esatta posizione di una leva in grado di chiudere tutte le entrate. La regina di Sarin aveva chiesto notizie dei figli e si era mostrata turbata per il rapimento di Gabriel. Alison non sapeva cosa aspettarsi da una regina, ma, nel complesso, la regalità e lo spirito di sacrificio della donna la colpirono positivamente. Apparteneva ad un tipo diverso di sovrana, rispetto alla Dama. Gli Anonimi si erano poi separati e si erano avvicinati alla prigione seguendo le indicazioni sulla mappa e tentando di non assumere un’aria colpevole quando pattuglie di maghi attraversavano le strade semideserte.
Adesso lei e James erano rannicchiati dietro l’angolo dell’edificio adibito a prigione. Il palazzo era interamente in pietra, le finestre strette e chiuse da sbarre di ferro. Solo il portone d’ingresso recava traccia dell’antica eleganza che la costruzione aveva in comune con le statue degli dei orientali.
Era pomeriggio inoltrato. Le guardie stavano percorrendo a ritroso il breve tratto tra la piazza e la prigione, con movimenti misurati e sincronizzati.
– Adesso. – ordinò Alison.
James corse verso l’ingresso principale, veloce come un fulmine. Le due guardie lo inseguirono mentre scompariva nei vicoli della città. Alison rise mentre si arrampicava fino alla sommità dell’edificio, sfruttando la breve distanza tra una finestra e la successiva. Per mettere in atto il suo piano, aveva fatto affidamento sull’abilità di James di confondere gli inseguitori.
Una volta in cima, studiò lo spazio a sua disposizione. Si posizionò in un angolo, puntando l’arma che le aveva fornito Jordan verso il basso. Prese un respiro profondo. James tornò, un solo Grigio ad inseguirlo. Alison puntò al corpo dell’uomo. Gli colpì una gamba. Come aveva previsto, altri Grigi si precipitarono all’uscita. James si nascose dove erano prima, poi salì anche lui. Era più lento di lei, notò con soddisfazione.
– Dove hai imparato ad arrampicarti sugli edifici? – le chiese, tra un respiro spezzato e l’altro.
– Ad Alea. Vieni. – lo condusse verso una botola che si apriva sulla sommità dell’edificio, in un punto leggermente sopraelevato. Le avevano detto che la nuova prigione era stata distrutta nell’attacco, per cui i Grigi avevano dovuto riadattare quella.
– E adesso? – le domandò, mentre scendevano piano i gradini oltre la botola.
– Adesso scateniamo il caos.
Si ritrovarono in un corridoio vuoto. Si appiattirono contro un muro appena udirono dei passi e delle parole attutite. Aspettarono per qualche secondo, poi proseguirono lungo il corridoio e svoltarono a destra e poi a sinistra. La vecchia mappa dell’edificio mostratale da una delle guardie del corpo della regina era perfettamente corrispondente alla struttura attuale. Trovarono la porta chiusa. Alison deglutì. Sollevò l’arma. Sparò contro la serratura. Per un attimo la paura le attanagliò lo stomaco, poi fu costretta a correre. Corsero a perdifiato giù per i gradini di pietra, mentre i Grigi accorrevano di nuovo all’interno. Le celle, disposte su più piani, si affacciavano su una sorta di atrio interno. Per certi versi le ricordava il tribunale della Dama Nera.
Si abbassarono entrambi per scansare un incantesimo che bruciò la parete alle loro spalle. Uno dei Grigi, una donna, si precipitò su per le scale, lanciandosi su Alison. Lei rotolò per scansarla, sbucciandosi i gomiti sulla ruvida superficie dei gradini. James sparò alla strega senza esitazione. Alison sapeva di non avere il tempo di affrontare ciò che aveva appena visto.
– James, la leva a destra! – gridò. James la tirò. Un fragore assordante risuonò nell’ambiente. I prigionieri si sporsero verso le sbarre delle celle, strepitando. – Fateci uscire! – gridò una donna.
– Ogni cosa a suo tempo. – sussurrò Alison, sollevandosi a stento. Il corpo della strega era accasciato accanto a lei. Non lasciò che la nausea prendesse il sopravvento.
Erano ancora abbassati dietro la ringhiera di pietra delle scale, che scendevano in modo tale da offrire loro riparo.
– Ricorda che il palazzo è a prova di incantesimo. Qui dentro loro diventano più deboli. Inoltre, abbiamo appena chiuso tutte le entrate. – disse Alison, più per se stessa che per l’altro.
James non appariva esattamente sollevato per la notizia.
– Al mio tre. – le disse. – Uno… Due… Tre.
Si rialzarono e corsero fino alla fine dei gradini, sparando indistintamente ai Grigi che si lanciavano verso di loro. Ce n’erano circa sette. Il posto era costruito per privare delle loro energie coloro che vi trascorrevano troppo tempo. Alison se lo ripeté e quasi tirò un sospiro di sollievo. Temeva di aver preso troppo alla lettera le parole dei ribelli. Si limitò a colpire alla cieca. Provò a seguire le istruzioni di Hannah e Jo, ma qui era tutto più vero, con la paura e il pericolo a pochi centimetri. James era più preciso. I Grigi erano lenti, scoordinati. Quando non possono fare affidamento sui loro poteri, sono come noi, aveva detto la regina.

Gabriel vide Alison che si lanciava su per le scale verso le celle. James la seguiva. Dov’erano finiti i Grigi?
– Ci sono centinaia di celle. – protestò James, la voce attutita dalla distanza. Erano di fronte alla sua cella, sul corridoio che correva parallelo al suo.
– Cerchiamo la 439, ma non c’è problema: le apriamo tutte.
Un corridoio dopo l’altro, aprirono le celle. Le chiavi erano le stesse per tutte quelle di uno stesso piano.

Trovarono la cella di Gabriel non tanto per il numero, quanto per le risate del ragazzo. Il numero del sogno era identico a quelli incisi in cima alle celle, per cui le ci era voluto poco a capire che doveva fidarsi di qualsiasi istinto glielo avesse suggerito.
– Non ci posso credere. – rideva Gabriel, la bocca spalancata.
– Se fossi in te non riderei. La prigione è circondata da Grigi alquanto nervosi. – osservò James, senza riuscire a trattenere un sorriso.
– Cosa avete combinato? – l’altro inarcò un sopracciglio, ammirato.
– Il piano è suo. – l’amico indicò Alison.
– Non abbiamo tempo da perdere. – tagliò corto lei.
Aperta la porta della cella, si fermò e assunse una strana espressione. – Adesso siamo pari.
I prigionieri si stavano già precipitando verso l’uscita. La leva fu sollevata, le porte furono aperte e i Grigi cominciarono ad entrare, venendo completamente travolti dall’ondata di persone che si riversò nelle strade di Sarin.
Una volta uscita con Gabriel e James, Alison rimase paralizzata dallo stupore, quando altre persone andarono loro incontro. Una folla di Anonimi e semplici abitanti, armati e non, circondava la piazza davanti alla prigione. Perplessa, riconobbe alcune facce familiari.
Gabriel rise tra sé. – Tutti qui per salvarmi? Quale onore.
Lei valutò se dargli una gomitata, ma poi lasciò perdere. Le braccia le facevano ancora male, e un paio di incantesimi le avevano sfiorato le gambe. Non aveva avuto il coraggio di sollevare la stoffa dei pantaloni per controllare se stessero sanguinando.
Le guardie della prigione erano state intercettate ed uccise. Si sentì il cuore in gola. Lei non era riuscita ad uccidere nessuno. James ci era riuscito, ma, invece di riempirla d’orgoglio per l’amico e vergogna per se stessa, il ricordo le provocava un certo disagio. Era convinta che James avesse ancora gli abiti sporchi del sangue di chi chiamavano nemico per non ammettere che si trattava di persone come loro.
Un Anonimo avanzò verso loro tre, immobili davanti al palazzo. Aveva un piccolo contenitore di vernice rossa in una mano e un pennello nell’altra. Tracciò una A sul portone d’ingresso. Grida di incoraggiamento si propagarono nella folla.
– Li ho convinti a venire a dare un’occhiata. – Jordan si fece largo tra gli Anonimi. – Le parole e il coraggio di qualcuno ci hanno fatto capire la codardia delle nostre scelte. Siamo partiti poco dopo di voi, con il secondo treno.
– Dov’è Chyo? – non la vedeva né al fianco di Jordan né tra gli altri, ma ce n’erano almeno duecento, di Anonimi, in quella piazza e nei vicoli attorno ad essa.
– C’è stato un… ammutinamento. Niente di grave. Il nuovo piano è liberare la città.
Come in risposta ad un ordine, la folla si disperse nelle strade. Decine e decine di Grigi, più di quanti ne avesse mai visti, si precipitarono fuori dagli edifici. Molte persone uscirono dalle proprie case e presero parte allo scontro. Alison fu travolta dalla folla. Arretrò fino al portone, la A rossa all’altezza della sua testa. Stringeva la sua pistola nella mano destra. Aveva le mani troppo sudate per usare l’arma. Voleva abbandonarla lì, a terra, e voleva impugnarla e combattere. Tutta la sicurezza di cui aveva fatto sfoggio quel giorno era sbiadita, di fronte a questo scenario. Grida e lamenti facevano da sfondo alla lotta tra umani e maghi. Nella Città Nera si era accovacciata dietro le eleganti sedie intagliate e poi era scappata, grazie all’aiuto di un umano che non la conosceva nemmeno. Si fece forza, ricordandosi che stavano combattendo per qualcosa di giusto. Stava per scendere i gradini della prigione e andare nella piazza, quando un mago le puntò contro il palmo aperto di una mano. Il primo istinto di Alison fu rannicchiarsi a terra, il secondo scappare via. Sollevò l’arma. Dalle dita del mago si sprigionarono delle scintille che si avvolsero formando un vortice di fiamme. Alison sparò un colpo. Le fiamme lo bruciarono e inglobarono la piccola esplosione scatenata. Le lacrimavano gli occhi per la vicinanza con il fuoco. Un brivido le attraversò il corpo come una scarica elettrica. Le fiamme si avvinghiarono ai suoi polsi, e qualcosa avvenne. Non provò alcun dolore quando le fiamme si congelarono e si infransero, cadendo come schegge di vetro di fronte agli occhi increduli del Grigio. Il mago invocò ancora la propria magia nel giro di pochi secondi. Le fiamme scaturirono non solo dalle sue mani, ma da tutto il corpo, persino dal viso contratto. Riadne le aveva detto di fare chiarezza nella sua mente, se voleva controllare il potere, ma non le aveva insegnato come. Fece cadere la pistola e aprì anche lei i palmi delle mani. Il mago sorrise al suo tentativo. Le fiamme si fecero alte e la circondarono come un muro. Alison tenne gli occhi aperti. Chiarezza. Concentrati. Una miriade di scenari diversi le passarono davanti. Non ne scelse nessuno. Congelalo di nuovo. La magia non le obbediva, ma, in compenso, la sentì che si dilatava da quel punto imprecisato in cui era rimasta dormiente per anni. Si accasciò a terra, e le fiamme ritornarono al mago. Il Grigio gridò con tutte le sue forze mentre il fuoco gli bruciava la pelle e lo riduceva in cenere. Gridò con lui.

Capitolo Venticinque

Alison si impose di calmarsi. Non c’era traccia del mago, solo uno spaventoso mucchio di cenere scura che volava via nel vento, disperdendo la prova dell’esistenza del suo potere. Prendi la pistola, si ordinò. Per farlo fu costretta a soffermarsi sui gradini, dove giacevano due corpi. Si abbassò e riprese l’arma, sfuggita alle fiamme. La strinse al petto, macabro trofeo della sfida vinta. Doveva scendere, lì era troppo vulnerabile. Potrebbero attaccarmi. Potrei fare del male ad altri. Prese a correre verso la piazza. Se gli Anonimi l’avevano vista, doveva fuggire. Era nemica di entrambi umani e maghi. Un cupo sollievo la invase, seguito da senso di colpa, quando vide che gli Anonimi nella piazza erano stati sopraffatti. I Grigi non badavano a lei, minuta e insignificante. Andò verso una strada laterale. Un Grigio le bloccò il passaggio. Sollevò la pistola e sparò, colpendolo al petto. Una macchia vermiglia comparve e si allargò sulla divisa. Il mago fece appello alle sue ultime forze per evocare un incantesimo che le confuse la mente. Scosse la testa ed avanzò, come se ne fosse immune. La confusione svanì appena il Grigio esalò l’ultimo respiro. Imperterrita, affiancò gli Anonimi, colpendo chiunque indossasse gli abiti dei servi della Dama, senza sosta. Alla lotta aveva preso parte quasi tutta la popolazione. Si ritrovò nella via principale che attraversava la città nel mezzo. James e Gabriel combattevano fianco a fianco, Jordan e Robb non erano molto lontani. Una strega le si parò davanti, una spada in una mano. Provò a spararle, ma i colpi erano finiti. Gettò via la pistola. Estrasse due coltelli, uno per mano. La strega fece roteare la lama in una mano. Alison lanciò un coltello, e l’altra glielo lasciò fare. Lo bloccò con la lama della spada. Un’arma in meno. Si sforzò di ragionare. La strega avanzò e lei fece un passo indietro. Cercò di invocare la magia, senza riuscirvi. Stizzita, stava per tirare l’altro coltello.
Strane parole incomprensibili fuoriuscirono dalle labbra della strega. Alison la guardò. Una forza invisibile la spinse a puntare il coltello contro il proprio petto, e poi…
Distogliere gli occhi non fu facile, ma temeva che lo sarebbe stato molto di più, se fosse stata un’umana. Lanciò il secondo coltello, che si conficcò nel collo della nemica. Sentì un improvviso dolore. La spada era ormai a terra, ma un taglio si apriva nel suo fianco sinistro. Grondava sangue, gocce che, cadendo, si mischiavano al sangue che aveva versato.
– Sarin è libera! – gridò Jordan.
Alison crollò, circondata dai corpi della sua gente.

Aprì gli occhi in un vagone scarsamente illuminato. Si portò una mano al fianco. Era coperto da una fasciatura.
– Stiamo tornando a Lyion.
Riconobbe James, che si sporgeva verso di lei dallo schienale del sedile davanti al suo.
– Sarin è libera?
– Sì, è libera. – confermò lui, con un tono che nulla aveva della vittoriosa esaltazione che si sarebbe aspettata.
– Cosa è successo?
Ricordava cosa era accaduto, le fiamme e le uccisioni. La confusione e il rimorso le davano la nausea.
– Hai perso i sensi. Ti abbiamo messa su una barella e portata qui. Portarti attraverso gli stretti cunicoli e poi in stazione non è stato facile. Per le medicazioni devi ringraziare un’Anonima di Lyion.
– Così adesso sono in debito con te. – disse lei a bassa voce.
– E con Gabriel. Mi ha dato una mano a portarti qui.
Alison alzò gli occhi al cielo, tentando di mostrarsi normale.
– Qualunque cosa accada, mi ritrovo sempre in debito con Gabriel.
– Avrai l’occasione di pareggiare i conti, appena torneremo a Tenàri. – scherzò James, ma le parole suonarono venate di stanchezza.
– Torniamo a Tenàri? – pose la domanda con voce quasi implorante.
– Abbiamo sconfitto i Grigi.
– Ottima notizia, ma torneranno. – gli fece notare. Non sapeva se sarebbe stato meglio, per lei, restare lì o tornare in un luogo che era covo, nascondiglio, ma non casa.
– Abbiamo sconfitto i Grigi, ma i Cacciatori di taglie hanno assediato la città mentre ci ritiravamo. Erano almeno trecento. Siamo stati costretti a scappare. – le rispose lui, afflitto.
– E perché stiamo scappando? Dobbiamo aiutarli. – stanca e furiosa, Alison batté il pugno contro il sedile accanto al suo.
– Fai attenzione. Il mobilio è fragile, qui. – la voce di Gabriel emerse dal fondo del vagone. James si voltò verso di lui.
Gabriel si mosse, dolorante. – E la cosa peggiore è che gli Anonimi locali sono rimasti lì. Chyo ha detto che intende morire con la sua gente.
– Questa è casa loro. – osservò Alison con tono cupo. – E noi dovevamo aiutarli.
– No. – Gabriel ribatté. – Noi non abbiamo una casa. Viviamo in delle gallerie sotterranee per nasconderci, come animali in gabbia, e, finché parte di noi riesce a scappare, gli Aonimi sopravvivono. Non sarebbe servito a molto restare con loro. Saremmo morti o saremmo stati imprigionati. Inoltre, Tenari ha bisogno di tutto il sostegno possibile, perché è probabile che il prossimo attacco sia a casa nostra.
– Non possiamo più nasconderci. – osservò James.
– No. – sussurrò Alison. Stava diventando una promessa, per lei, qualcosa a cui aggrapparsi. Non mi nasconderò più. Però non poteva farlo sul serio, non finché la sua natura non fosse stata accettata dagli Anonimi. Chiuse gli occhi.
Riposò fino all’arrivo. In un’ora raccolsero i loro pochi averi e salirono sulla locomotiva a vapore. Jordan andò a sedersi accanto a lei, le chiese come si sentisse, e le disse che aveva un messaggio per gli Anonimi di Ali e Tenàri.
– Che tipo di messaggio?
– Il tipo di messaggio che mi ha fatto giudicare opportuno partire invece di restare. – Jordan si passò le mani tra i capelli, sospirò e proseguì. Aveva occhiaie profonde e appariva frustrato e furioso. – Chyo mi ha chiesto di comunicare a Tanya le posizioni degli accampamenti di Cacciatori. Pare che dovremo combattere anche contro di loro. Dobiamo riposare e riorganizzarci. Ci serve un buon piano e un buon esercito. E a questo sevirà l’altro regalo di Chyo. – estrasse da una tasca un foglio piegato. Sollevò la mano che lo stringeva. – Questo è il nostro contatto con gli umani liberi. Abbiamo bisogno di loro, e questa volta dovranno decidere da che parte stare.
Tutte le persone presenti nel vagone prestavano ascolto a Jordan. Lui andò in un altro scompartimento per riferire la stessa notizia. Alison si coprì il volto con le mani. Aveva fatto molto di più che combattere per loro: si era sporcata le mani di sangue. Gli Anonimi iniziarono a discutere. Al suono di quelle voci, cadde di nuovo nel torpore del sonno.

Jo udì lo stralcio di una conversazione. Non era sua abitudine origliare, almeno non quando la rendevano partecipe delle missioni. Gli Anonimi che erano tornati a Tenàri avevano visi provati e nessun desiderio di condividere quanto era accaduto. Jordan si era precipitato nell’ufficio di Tanya per metterla al corrente delle novità. Giravano strane voci, e il malumore serpeggiava tra chi non era partito e tra quelli che erano tornati, la metà di quanti erano partiti. Alison aveva rivolto a lei e alla sorella poche parole sbrigative, dicendo che erano stati sconfitti dagli alleati della Dama. Jo avrebbe fatto altre domande, ma Hannah l’aveva fermata. Alison era crollata sul suo letto e si era addormentata subito. Aveva una fasciatura sul fianco. Quasi tutti, a dire il vero, erano feriti. Gabriel aveva solo dei graffi superficiali su una gamba. Il solito fortunato. Se fossi partita anche io, ci avrei rimesso la pelle. Quel pensiero le fece male. Che fosse per sfiducia o eccessivo attaccamento, Tanya non le lasciava partecipare a niente.
Jordan si era allontanato senza badare a lei. Nella stanza adesso c’erano Tanya e Riadne. Le voci le giungevano ovattate. Accostò un orecchio alla porta.
– Ti dico che non è colpa tua. – la voce di Riadne era inconfondibile.
– Speravo di ripagare i miei debiti con la mia terra. – la voce di Tanya era segnata dal rimorso.
– Non potevi sapere cosa sarebbe accaduto. Te lo avevo detto: lei è imprevedibile. Ha alleati che nemmeno immagini. Ed è una codarda.
– Come me?
– Non potevi partire con loro.
– Sarei morta con loro, Riadne. – sbottò, la voce troppo esile per ottenere l’effetto sperato.
– E non sarebbe servito a niente.
– Le loro morti sono state inutili?
– No. Hanno dimostrato che potete farcela. Non potevi partire con loro, quindi smettila di darti la colpa di tutto.
Tanya doveva essersi accasciata su una sedia, perché Jo sentì un lieve tonfo. – Non potevi lasciare la sede principale senza una guida. Non dimenticare che abbiamo la Dama Nera e la sua fortezza a due passi. – continuò Riadne.
– Questo non cancella i miei debiti.
– I tuoi debiti, Tanya, sono nei confronti della tua famiglia. Non devi niente al tuo popolo.
– Mio fratello è ancora vivo. Quando rasero al suolo il villaggio e uccisero mio padre, fu lui a proteggermi. Mi ha lasciata andare perché potessi unirmi agli Anonimi. Sono scappata.
– Allora onora la morte di tuo padre e fai ciò per cui sei venuta qui: combatti la Dama.
Jo si allontanò dalla porta di scatto. Non avrebbe voluto ficcare il naso negli affari di Tanya.
– Non dovresti origliare.
Si voltò di scatto. Jordan aveva le braccia incrociate, ma un lieve sorriso gli increspava le labbra.
– Non dovresti spiarmi. – replicò lei, arrossendo.
Jordan parve colto alla sprovvista. – Non ti stavo spiando. Ma tu – soffocò una smorfia. – stavi spiando Tanya. Non dovresti farlo. Lei si fida di voi. – la sua voce aveva assunto un tono grave, ora.
– Anche noi ci fidiamo di lei. – sapeva di poter parlare anche a nome della sorella. – Ma vorremmo che la smettesse di trattarci come bambine. Vogliamo partecipare e combattere anche noi.
Jordan annuì. – Se è questo che volete, le parlerò. E non le riferirò che stavi origliando. – chiarì, prima che potesse domandarglielo.
Un autentico, raro sorriso si aprì sul volto di Jo, illuminandole gli occhi castani che al buio dei corridoi sotterranei apparivano neri.
– Grazie.
Jordan rispose con un’altra smorfia che, ne era certa, in altri tempi sarebbe stata un sorriso.
Capitolo Ventisei

Arya sapeva che, in un regno lontano dalla lussureggiante decadenza del suo, vivevano creature che scrutavano il cielo alla ricerca di risposte. Si chiedeva se le stelle parlassero mai di lei. La sua pelle di porcellana era intatta, come la sua immortalità. Quelle creature, però, erano realmente immortali. Lei aveva rifiutato di fare loro visita dopo l’incoronazione, e loro avevano rifiutato di mettere piede nel suo regno. Sospettavano che li avrebbe fatti prigionieri e che li avrebbe derubati del potere di cui disponevano. Rise piano. Persino gli immortali la temevano, ma lei non avrebbe osato rubare da chi proteggeva quel mondo. Non era sua intenzione metterlo in pericolo. Come aveva detto ad Irma, ricordava le antiche leggi e viveva secondo i costumi del suo popolo, adattandoli alla triste età in cui si trovava. In fondo, dentro di sé era ancora la stessa bambina che aveva chiesto alla regina di quelle creature di mostrarle ciò che vedeva. La regina si era inginocchiata per porgerle i palmi aperti delle mani.
– Sei sicura? – le aveva sussurrato, e Arya aveva annuito prima di posare le mani sulle sue e ritrovarsi nell’infinito disegno delle stelle, ad ascoltare la musica degli astri.
Si chiese quanto male dovesse aver compiuto per farsi disprezzare da loro, che si erano degnati di offrire aiuto persino a suo padre. Si sentì sola al mondo, le stelle non più alleate né imparziali giudici, ma nemiche che le rivolgevano sguardi severi.
Voi dov’eravate, quando sono rimasta sola?, avrebbe voluto chiedere.

Da lontano, Faunus vedeva la sua Regina intenta a porre domande silenziose agli astri. Un tempo aveva amato Arya, e aveva sperato che lei potesse ricambiare, perché per lui non contava nulla la differenza del loro sangue. Faunus viveva in un mondo irreale, ritratto del mondo come lui lo avrebbe voluto.
Andromeda gli posò una mano sulla spalla. – Torna nel tuo regno al più presto. Il mio popolo ha visto un grande pericolo.
– Le vostre stelle mentono. – si limitò a rispondere lui.
– Il cielo non mente, Faunus. Torna a servire la tua regina. Questa Regina è nostra nemica. Non siamo ospiti graditi, nella città.
– Lo eravamo.
Andromeda si sfiorò i disegni tracciati sulla sua pelle, e ricordò il dolore del cambiare pelle e marchiarla in eterno. Tre artigli erano tracciati tra il collo e una spalla.
– Non più. Sta tramando qualcosa, e la gente del nord ha bisogno di alleati. Se decidi di combattere, sai dove trovarmi. – detto questo, si allontanò con passi spediti, raggiungendo il cavallo che paziente attendeva a breve distanza. Vi salì e si guardò attorno. La delegazione degli elfi, composta da altri due della sua gente, la raggiunse. I tre si allontanarono verso nord.
Il rappresentante degli umani scosse la testa, soffocando un brivido. – Questo posto è maledetto.
Faunus storse le labbra. Non ne sapevano niente, gli umani, delle maledizioni. L’uomo gli strinse la mano in un gesto tipicamente umano. Le fate si salutavano in altri modi, meno rozzi e vuoti.
Anche l’uomo partì. Le fate che avevano accompagnato Faunus apparivano preoccupate.
– Vostra Altezza, quando partiremo? – mormorò una fata dalla pelle diafana, quasi trasparente, che lasciava trasparire un reticolo di vene simili alle venature di una foglia.
– Prepara i cavalli.
La ragazza si inchinò e si avviò verso le stalle. I suoi poveri cavalli erano stati stipati come fieno nello spazio opprimente di una stalla. Rozzi e superficiali, gli umani. Eppure, Arya ne aveva amato uno, un tempo.

Capitolo Ventisei

Arya sapeva che, in un regno lontano dalla lussureggiante decadenza del suo, vivevano creature che scrutavano il cielo alla ricerca di risposte. Si chiedeva se le stelle parlassero mai di lei. La sua pelle di porcellana era intatta, come la sua immortalità. Quelle creature, però, erano realmente immortali. Lei aveva rifiutato di fare loro visita dopo l’incoronazione, e loro avevano rifiutato di mettere piede nel suo regno. Sospettavano che li avrebbe fatti prigionieri e che li avrebbe derubati del potere di cui disponevano. Rise piano. Persino gli immortali la temevano, ma lei non avrebbe osato rubare da chi proteggeva quel mondo. Non era sua intenzione metterlo in pericolo. Come aveva detto ad Irma, ricordava le antiche leggi e viveva secondo i costumi del suo popolo, adattandoli alla triste età in cui si trovava. In fondo, dentro di sé era ancora la stessa bambina che aveva chiesto alla regina di quelle creature di mostrarle ciò che vedeva. La regina si era inginocchiata per porgerle i palmi aperti delle mani.
– Sei sicura? – le aveva sussurrato, e Arya aveva annuito prima di posare le mani sulle sue e ritrovarsi nell’infinito disegno delle stelle, ad ascoltare la musica degli astri.
Si chiese quanto male dovesse aver compiuto per farsi disprezzare da loro, che si erano degnati di offrire aiuto persino a suo padre. Si sentì sola al mondo, le stelle non più alleate né imparziali giudici, ma nemiche che le rivolgevano sguardi severi.
Voi dov’eravate, quando sono rimasta sola?, avrebbe voluto chiedere.

Da lontano, Faunus vedeva la sua Regina intenta a porre domande silenziose agli astri. Un tempo aveva amato Arya, e aveva sperato che lei potesse ricambiare, perché per lui non contava nulla la differenza del loro sangue. Faunus viveva in un mondo irreale, ritratto del mondo come lui lo avrebbe voluto.
Andromeda gli posò una mano sulla spalla. – Torna nel tuo regno al più presto. Il mio popolo ha visto un grande pericolo.
– Le vostre stelle mentono. – si limitò a rispondere lui.
– Il cielo non mente, Faunus. Torna a servire la tua regina. Questa Regina è nostra nemica. Non siamo ospiti graditi, nella città.
– Lo eravamo.
Andromeda si sfiorò i disegni tracciati sulla sua pelle, e ricordò il dolore del cambiare pelle e marchiarla in eterno. Tre artigli erano tracciati tra il collo e una spalla.
– Non più. Sta tramando qualcosa, e la gente del nord ha bisogno di alleati. Se decidi di combattere, sai dove trovarmi. – detto questo, si allontanò con passi spediti, raggiungendo il cavallo che paziente attendeva a breve distanza. Vi salì e si guardò attorno. La delegazione degli elfi, composta da altri due della sua gente, la raggiunse. I tre si allontanarono verso nord.
Il rappresentante degli umani scosse la testa, soffocando un brivido. – Questo posto è maledetto.
Faunus storse le labbra. Non ne sapevano niente, gli umani, delle maledizioni. L’uomo gli strinse la mano in un gesto tipicamente umano. Le fate si salutavano in altri modi, meno rozzi e vuoti.
Anche l’uomo partì. Le fate che avevano accompagnato Faunus apparivano preoccupate.
– Vostra Altezza, quando partiremo? – mormorò una fata dalla pelle diafana, quasi trasparente, che lasciava trasparire un reticolo di vene simili alle venature di una foglia.
– Prepara i cavalli.
La ragazza si inchinò e si avviò verso le stalle. I suoi poveri cavalli erano stati stipati come fieno nello spazio opprimente di una stalla. Rozzi e superficiali, gli umani. Eppure, Arya ne aveva amato uno, un tempo.

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