“La Dama Nera” di Anna Raucci: Capitoli 27 e 28 di 36

La Dama Nera. Capitolo Ventisette — Siediti, bambina. – Riadne tentennò, poi indicò ad Alison il posto accanto a Tanya. La donna si scostò, a disagio, come volendo farle posto.

Ritornare alla sua routine era tutto ciò che Alison desiderava. Quel mattino, però, non aveva potuto fare a meno di cercare Riadne. La strega la stava aspettando ai piedi della scala scavata nella roccia. Mentre salivano, la ragazza le aveva spiegato l’accaduto con voce affranta, con interruzioni e silenzi improvvisi. Nella stanza circolare avevano trovato Tanya, che sembrava sorpresa quanto Alison di trovarsi con lei in quel luogo così estraneo agli altri Anonimi.
– Ho molti affari di cui occuparmi. – disse Tanya, alzandosi.
– Siediti. – le ordinò Riadne. – Ho bisogno di entrambe. E tu, bambina, siediti con la schiena dritta.
Alison si raddrizzò. Aveva la tendenza a raggomitolarsi sulle sedie come un gatto.
– Tanya, chiudi la bocca.
Tanya farfugliò delle proteste.
– Alison è una strega.
La frase risuonò nella stanza chiusa. Alison spalancò gli occhi, pensando che doveva averlo immaginato. Tanya rimase in silenzio, lo sguardo affilato puntato sulla ragazza al suo fianco.
– Da quanto ne è al corrente? – chiese, con voce forzatamente neutra.
Non lo aveva immaginato, stava accadendo davvero. Tanya era seria, ad indicare quanto si fidasse della parola di Riadne, sebbene quest’ultima sostenesse sempre il contrario.
– Da prima di venire qui. – rispose la strega, gli occhi tristi.
Impercettibilmente, Tanya si ritrasse. Alison riusciva quasi a vederlo, quel muro invisibile tra lei e la donna, il muro che le separava e le avrebbe sempre identificate come nemiche, una barriera che era troppo stanca e stordita per demolire.
– Se è vero, se ne sei sicura, dovrò imprigionarla.
Non parlava rivolta ad Alison, pur continuando a scrutarla, come se si aspettasse qualche cambiamento nel suo aspetto, o come se stesse cercando di metterla a fuoco e non si fidasse dei propri occhi.
Alison sollevò il mento e restituì lo sguardo. Il suo era colmo di severità e scoraggiamento.
– Fai quello che credi, Tanya, se ritieni che il mio sangue sia una prova sufficiente della mia lealtà.
Riadne annuì, e, come se avesse inquadrato perfettamente la natura di Alison, disse: – Non la spunterai con lei, Tanya. Non la convincerai a rinchiudersi in un antro, né la costringerai a rinunciare alla libertà.
Alison dubitava di essere capace di opporsi a qualsiasi decisione di Tanya. Quest’ultima parve profondamente scossa. Si prese la testa tra le mani. – Cosa vuoi che faccia, strega?
– Lasciala libera.
– Per la sua stessa sicurezza, mi è impossibile. Gli Anonimi odiano chiunque pratichi la magia.
Il capo degli Anonimi parlava con una voce che non ammetteva repliche.
– Ha ucciso un mago. – sibilò Riadne.
Il silenzio urlava le sue perfide canzoni, nel covo della strega. Alison si strinse il corpo ancora esile con le braccia. Non faceva altro che ricercare il torpore del riposo per non rivivere l’accaduto, da quando era tornata.
Tanya assunse un’espressione impenetrabile.
– Lo ha ucciso per te. – continuò Riadne.
Era vero. La giovane strega percepì l’assurdità di quella situazione: due streghe in attesa del verdetto di un’umana, in una città sotterranea piena di umani che erano tagliati fuori da quel riparo.
– Non lo ha ucciso per me. – il capo degli Anonimi guardava Riadne, adesso.
– Allora chiediti se è giusto che tu dubiti della sua lealtà, quando ha ucciso un mago e ha combattuto per la vostra causa.
– Se ha ucciso un mago è una traditrice della sua stessa gente. Ha scelto lei la sua strada. – le parole furono accompagnate da uno sguardo duro rivolto ad Alison, che lo accolse come un pugnale nel petto.
– Non sono una traditrice di un popolo a cui non appartengo. Sono scappata e sono diventata un’Anonima. – mentre parlava, la voce le si spezzò.
Tanya distolse lo sguardo dalle due streghe e sospirò. – Non posso tenerla nascosta, Riadne, non ora che mi hai rivelato il suo segreto.
Alison maledisse in silenzio la strega per quanto aveva fatto. Non l’aveva consultata, prima di spiattellare i suoi segreti. Voleva che tutta quella confusione finisse. Non voleva alzarsi dal sedile, ma sentiva che sarebbe stato meglio allontanarsi da Tanya. Avrebbe potuto ucciderla da un momento all’altro, estraendo un coltello. Si rese conto del fatto che anche Tanya doveva aver considerato la possibilità di essere uccisa da lei.
– Non dirlo a nessuno, Tanya, perché loro non sono pronti.
– Perché me lo hai rivelato? – chiese la donna, con tono diffidente e aggressivo.
– I poteri di Alison hanno iniziato a manifestarsi. Il suo segreto non è più al sicuro, e tu devi aiutarla e proteggerla. Nei primi tempi non sarà in grado di controllarli.
– Perché mai dovrei proteggere una strega? Una strega che è un pericolo per se stessa e per gli altri, per di più?
Tanya si era alzata adesso, e fronteggiava Riadne, di poco più bassa. Se avesse assunto il suo vero aspetto, la strega l’avrebbe superata di una ventina di centimetri. Alison si domandò perché non l’avesse fatto, e si rispose che Riadne era saggia, a modo suo, e non si sarebbe mostrata come una minaccia. Un’anziana strega e un’esile, pallida giovane strega non erano un pericolo, all’apparenza.
– Se non vuoi farlo tu, trova qualcuno che la protegga. Non mi importa se preferisci mentire a te stessa e dire che deve essere controllata, ma aiutala.
– Fallo tu. – ribatté secca Tanya.
– Lo farei, ma attirerebbe l’attenzione della gente. Alison trascorre già troppo tempo con me. Capirebbero che voglio insegnarle ad usare i suoi poteri.
Tanya impallidì.
– Nel modo giusto, ovviamente. – chiarì la strega. – Ma affinché ciò avvenga, devi aiutarla.
– Non ho bisogno di protezione. – protestò Alison, adirata. La rabbia era di nuovo forte dentro di lei, e doveva tenerla a bada. Sperò che non esplodesse lì, o Tanya l’avrebbe rinchiusa in una cella e avrebbe gettato via la chiave. Non sapeva controllarsi, in quei giorni che erano un continuo crollare.
Tanya sospirò. – Lo faccio per te. – disse alla fine.
Riadne sorrise mestamente. – Grazie.
Alison avrebbe voluto dire qualcosa, ma la testa le girava. La ferita sul fianco, non ancora guarita nonostante gli unguenti che Hannah le aveva dato la sera prima, pulsava. La stanza divenne grigia. Fiamme si innalzavano dal pavimento. La voce di Riadne le giungeva alle orecchie come un lamento disumano. Vide la strega con il suo vero aspetto, divorata da fiamme implacabili che lambirono anche lei. Gridò, prima di perdere i sensi.

– Ottima scusa per addormentarti dove vuoi, lo svenimento.
– Ti sembra il momento, Gabriel? – sibilò Hannah.
Alison si strofinò gli occhi. Aveva delle coperte avvolte attorno al copro, e si accorse di essere distesa nel suo letto, con ancora i vestiti di quella mattina.
– Che ore sono? – domandò, la voce roca. Si sentiva la gola in fiamme.
– Pomeriggio. Le cinque. Hai dormito per qualche ora e hai saltato il pranzo, il che ti autorizza a pretendere il doppio di una cena normale. A proposito, sì, i tuoi amici sono stati terribilmente preoccupati per te. Grazie per averlo chiesto. Ma, come al solito, tu vai dritta al sodo. – disse tutto d’un fiato Gabriel, che aveva le mani nelle tasche e si guardava attorno allegro, a differenza di James, che sembrava molto poco a suo agio in quella stanza, ora che Alison si era risvegliata. Mancava solo Jo, che trovò distesa a terra, gli occhi chiusi e il respiro regolare.
– Si è addormentata. – spiegò Hannah, la voce flebile. Era seduta su una sedia accanto al letto di Alison, facendole supporre che fosse rimasta lì per tutto il tempo in cui non era riuscita a riprendere i sensi.
– Cosa è successo, Alison? – chiese l’amica, mettendole una mano sulla fronte per controllarle la temperatura.
– Non ne ho idea. – non mentiva. Non ricordava nulla, a parte le fiamme e i lamenti di Riadne.
– Tanya ti ha portata qui e ha detto che eri svenuta e che potrebbe essere dovuto alla ferita non ancora rimarginata. – la voce di James suonò gentile e lievemente autoritaria. Le diede l’impressione che volesse aiutarla a nascondere il segreto di cui era portatrice.
– Sì, è così. – confermò lei. – Mi dispiace di avervi fatti preoccupare. Posso avere un bicchiere d’acqua?
Hannah glielo versò e glielo porse. James si era avvicinato per prenderle il bicchiere una volta che avesse finito di bere. Nel farlo, le sfiorò la mano sinistra. Una scintilla di quel fuoco che la tormentava si risvegliò a quel contatto, immediatamente soffocato da qualcosa che proveniva dall’esterno. Alison sussultò.
– Dovremmo lasciarla riposare. – disse Gabriel con voce inspiegabilmente atona, prima di trascinare l’amico fuori dalla porta.
Jo si risvegliò. – Ora di cena? – chiese alla sorella.
– Non ancora. – esasperata, Hannah roteò gli occhi.
– Alison! – esclamò Jo, alquanto allegra.
– Jo. – la salutò lei, con tono lugubre.
– Hai un pessimo carattere, lo sai? – Jo le scompigliò i capelli e poi uscì, dicendo che andava a dormire su un vero letto.
– Lascia stare, è strana da ieri.
– Non ti preoccupare. Puoi andartene, Hannah. Non c’è bisogno che resti qui.
– Assolutamente no.
L’amica le strinse una mano. Nessuna scintilla riprese vita, e Alison si lasciò confortare da quella presenza. Non aveva mai avuto genitori che potessero raccontarle storie prima di andare a dormire o proteggerla dal buio, nessuna madre a cui raccontare gli incubi. Era sempre stata sola, come uno scoglio nella tempesta. Contro di lei si abbattevano i venti e le onde furiose del mare, consumandola lentamente come un essere di roccia che si sarebbe tramutata in sabbia. Non aveva mai visto il mare, ma lo sognò, quella sera. Vide sponde di sabbia bianca e onde tranquille, alla deriva in un magnifico mondo di acqua e silenzi.
Per una settimana non la lasciarono mai da sola, tranne quando andava da Riadne. Gabriel l’avrebbe seguita anche lì, ma Alison lo aveva minacciato di rompergli una caraffa di vetro sulla testa. Avrei potuto minacciarlo di trasformarlo in una caraffa di vetro, pensò, in qualche modo divertita da quell’idea, anche se non aveva la più pallida idea di come la magia funzionasse. Riadne stava provando a spiegarle come far confluire il potere in un unico incantesimo.
– Il tuo problema è che non hai le idee chiare. Una volta che hai attinto al potere, devi sapere con certezza cosa farne. Potresti paragonarlo alla pittura: una volta intinto il pennello in un colore, devi sapere come usarlo.
– Altrimenti?
– Altrimenti rischi di sporcare la tela in modo irreparabile, il che, nel caso della magia, significa che il potere esplode in modi che non sei ancora in grado di controllare. – borbottò malvolentieri la strega.
– Mi stai nascondendo qualcosa? – aveva scoperto di poter essere impertinente quanto voleva, con la vecchia strega, soprattutto dato che aveva ogni ragione per essere arrabbiata con lei, dopo che aveva detto a Tanya la verità. Lei e Riadne non ne avevano parlato, ma la strega sapeva che Alison nutriva del rancore nei suoi confronti.
– Le streghe come la Dama sfruttano quell’esplosione, plasmandola a loro piacimento. Si tratta di un potere terribile, accessibile solo a chi è dotato di una grande energia. Un giorno potrai usarlo, se vorrai, ma non ora.
– Ritieni che sia immorale usare i nostri poteri per combattere? – chiese Alison, che si faceva quella domanda da tempo e non aveva ancora messo a tacere il dolore e lo sgomento per l’orrore di cui era stata capace.
– A te importa che sia immorale o meno? – Riadne si sedette accanto a lei.
– Non abbastanza, al momento giusto. – ammise la ragazza. Rivide i volti delle persone che aveva ucciso, tentando invano di scacciare quei ricordi. Prima o poi avrebbe dovuto affrontarli, o avrebbero continuato a vorticarle nella mente in eterno, enigmi mai risolti che portavano alla luce un male di cui non voleva sentir parlare.
Riadne rise, si abbandonò ad una delle sue lunghe risate a bocca spalancata e poi tornò seria.
– Dovevo dirlo a Tanya, perché è un segreto rischioso.
– E se lo avesse scoperto, a quel punto non si sarebbe più fidata nemmeno di te. – concluse Alison al posto suo.
Riadne si alzò e prese una scatola da uno degli scaffali sulle pareti. Gliela mise in grembo.
– Aprila.
Alison obbedì. La scatola era di legno, scheggiata in più punti. Sollevò il coperchio. All’interno c’era un’ala di farfalla grande quanto un palmo aperto. Alison trattenne il respiro.
– Cos’è?
Tenne stretta la scatola, temendo di farla cadere. Quella poteva essere solo…
– L’ala di una fata dei boschi. Una di quelle piccole, naturalmente. – confermò Riadne. Parlava a bassa voce, come se le stesse mostrando qualcosa di infinitamente prezioso e segreto.
– A cosa ci serve? – si rimproverò mentalmente per la domanda e l’egoistica pretesa che tutto fosse finalizzato alla sua istruzione. Quel mattino, nell’oscurità della sua stanza, aveva deciso di tornare definitivamente alla normalità e di provare a rendersi migliore.
– A niente. A volte la guardo, e mi ricorda che c’è un mondo, sopra le nostre teste. Quando saremo di nuovo libere, quest’ala troverà la sua gemella. Una fata ancora la cerca.
Capitava, di rado, che Riadne si perdesse tra i suoi racconti, incapace di distinguere tra la realtà e le sue ardite fantasie. Ad Alison piaceva ascoltarla, ed era quanto aveva fatto per la maggior parte del tempo prima di partire per il viaggio che l’aveva cambiata.
– Non usciremo mai allo scopeto. – constatò Alison.
– Non essere così pessimista. Uscirai allo scoperto, e desidero che tu porti con te quest’ala, quando sarà il momento. Per ora – riprese la scatola. – la terrò io. Riprova l’esercizio di concentrazione.
Alison si sedette a terra al centro della stanza. Il tavolo era stato accatastato al muro. L’ingresso era ben chiuso, al riparo da sguardi indiscreti. La giovane strega incrociò le gambe e posò le mani con i palmi aperti contro il pavimento. Ascolta la terra, le diceva Riadne, e ascolta te stessa. Prima di capire quali poteri fossero più spiccati in lei, doveva insegnarle ad usarli tutti, a muovere gli oggetti e a difendersi, a trasformare le cose e a renderle invisibili. Era sempre convinta che Alison avesse una grande magia, dentro di sé. A parte sollevare gli oggetti ed evocare piccole fiammelle, però, non erano riuscite ad ottenere un granché. Dopotutto, il suo potere si era manifestato solo pochi giorni prima.
– Fiamma. – ordinò Riadne, seria.
Alison visualizzò il fuoco. Sollevò una mano e lo percepì mentre danzava tra le sue dita senza ferirla. Aprì gli occhi e la fiamma durò per un secondo prima di spegnersi.
– Non li aprire, se ti distrae. Tienili chiusi, la magia ti guiderà e ti dirà dove andare. – disse la sua insegnante. Riadne non si scoraggiava mai, né scoraggiava la sua apprendista.
– E se stessi combattendo? Come farei, ad occhi chiusi?
– Ascoltami, quando parlo. – la riprese Riadne. Con il suo tono tranquillo, ripeté: – Fiamma.
Alison non chiuse gli occhi, stavolta. La fiamma comparve, e non svanì. Si concentrò, facendola diventare più grande, e poi la fece sparire. Dove fosse finita, era un mistero paragonabile solo all’incognita sul luogo dal quale potesse provenire l’incantesimo.
– Quando mi insegnerai un incantesimo di quelli che vanno pronunciati? – chiese, un sorriso a malapena soppresso derivante dall’orgoglio di essere riuscita a padroneggiare il fuoco.
– Le formule riguardano solo la magia più complessa, come la magia della Dama Nera, che, come ti ho detto, sfrutta l’esplosione indefinita del potere. Io ti insegno la magia degli elementi e della natura. Quel tipo di magia dovrai apprenderla da sola, perché ho giurato di non praticarla più. Prova a sollevare il tavolo.
Alison sospirò. – Sai, credo che quella fiamma con cui hai ucciso il mago venisse da lui, non da te. Penso che tu stessi inconsapevolmente controllando la sua mente. Ma è solo una teoria. – si affrettò ad aggiungere, notando gli occhi sgranati della ragazza. – Avanti, prova a sollevare il tavolo.
Continuarono per un’ora, poi Alison andò a cena. Le gemelle e Robb le raccontarono la loro giornata. Prima di andare a dormire, Hannah le sussurrò: – Vieni.
Alison si lasciò condurre in un’ala della sede poco distante dal loro corridoio. Hannah estrasse una chiave dalla tasca e aprì la porta di una stanza. Accese la luce. Degli strumenti attendevano di essere suonati, disposti a caso nello spazio circolare.
– Questa era una sala da ballo. – bisbigliò Hannah.
– Nessuno ci può sentire qui dentro, Hannah. – bisbigliò a sua volta Alison. – Piantala di parlare a bassa voce.
– Ci sono i fantasmi, in questa stanza. – replicò Hannah.
Alison non rise. – Vorrei saper suonare uno strumento. – sospirò.
– Te lo insegno io.
Si voltò di scatto verso l’amica. – Sai suonare? Come hai imparato?
– I miei cugini. Anche Jo è in grado di suonare, ma non credo lo faccia spesso, e se suona, sono sicura che aspetta che non ci sia nessuno qui.
– Perché? – Alison aggrottò le sopracciglia. Non pensava che Jo apprezzasse la musica, o che apprezzasse qualcosa in generale, ma, d’altronde, lei stessa non era una persona molto socievole, per cui era disposta a credere alle gentili parole di Hannah.
Quest’ultima prese posto su una panca impolverata davanti ad un pianoforte.
– Toglilo. – disse, indicando il telo che copriva lo strumento.
Alison lo tirò via con cautela, come se stesse scoprendo un oggetto sacro. Hannah sfiorò i tasti con le dita, chiudendo gli occhi. Li riaprì ed iniziò a suonare. Incantata, Alison si posizionò a terra. L’amica diede vita ad un oggetto che fino a pochi minuti prima era stato muto e adesso parlava una lingua che si offriva a chiunque intendesse prestarle ascolto. La musica la riportò alla Città Nera, ad una sera in cui c’era stato un piccolo ricevimento e degli umani erano stati invitati per intrattenere gli ospiti, e poi la riportò al teatro e a Estia, che non sapeva suonare, ma permetteva a lei e a Madison di assistere quando c’erano concerti per i Grigi. Osservavano tutto da dietro le quinte, tra tende impolverate e vecchi costumi di scena. Vide per la prima volta il mare, ed ascoltò l’eco di voci da tempo spente. Se c’erano fantasmi, nella sala, stavano sicuramente danzando. Quando finì, Hannah si alzò in piedi e fece un profondo inchino, caricatura perfetta di quelli di corte.
Alison applaudì e, ancora completamente rapita, sussurrò all’amica: – Insegnami, Hannah.

Capitolo Ventotto

Varmidal tracciava spirali con le dita sul suo trono, lo sguardo assente. Gli altri troni erano vuoti. Irma era in piedi, i capelli bianchi sciolti che ricadevano ai lati di un viso ancora giovane, ma stanco. La donna in maschera era in piedi accanto ad Irma, di fonte alla Dama.
Arya si degnò finalmente di rivolgere loro la sua attenzione. Amicus, al fianco della Regina, si schiarì la voce.
– Allora? – chiese lei con tono imperioso.
Amicus si strofinò un fazzoletto di seta sul viso. Sembravano morti, pensò Varmidal, creature ritornate dall’oscurità dell’annientamento, con i visi esangui e gli occhi spenti di ogni vitalità e accesi solo di odio. Se l’umana era diversa, lo nascondeva bene. Non gli avevano detto chi fosse, ma Varmidal amava avere il controllo su chi gli stava attorno, e cercava indizi per svelare quel mistero.
– La nostra spia è tornata da Lyion. Adesso è di nuovo a Tenàri. – esordì Amicus.
La Dama Nera non diede segno di aver ascoltato le parole del suo consigliere.
Varmidal intervenne, con parole intrise di una cupa soddisfazione: – Ha ricevuto le istruzioni?
– Sì. – rispose Amicus, tirando fuori ancora una volta il fazzoletto. Da quando Irma era tornata, quell’essere patetico era nervoso. Lui non c’era, quando Irma aveva assassinato undici membri della famiglia Bavius. Varmidal c’era.
– Quando agirà? – chiese Irma, impassibile.
– Presto. – rispose Arya in un soffio. Al suo fianco aveva un calice di vino. Lo sollevò e bevve.
L’umana si agitava come un animale in gabbia.
– A quale scopo sono stata convocata, Maestà? – domandò, chinando il viso.
La Dama ripose con lentezza il calice sul tavolino a lato del trono.
– Devi riguadagnare la fiducia degli Anonimi.
– Temo sia impossibile, Maestà. – coraggiosamente, cercò il volto della Dama. – Ho ucciso alcuni dei loro.
Varmidal era abituato a studiare le persone e le loro debolezze. Quella donna aveva paura di essere eliminata, una volta che non fosse più servito il suo intervento, e non voleva che il suo destino fosse legato all’esistenza degli Anonimi. Arya l’aveva usata solo in missioni che coinvolgessero loro, ma presto li avrebbero debellati. Varmidal sorrise.
– Ha ragione.
Tutti si voltarono verso di lui. La Dama non si curò di indossare un’altra espressione, oltre alla noia. – Perché?
– Perché, Maestà, gli Anonimi di Tenàri moriranno nel giro di una settimana, gli Anonimi di Lyion sono stati sconfitti, e gli Anonimi di Ali hanno perso il loro capo. Credo che sia tempo di puntare ad altri regni. Faunus inizia ad essere insofferente al nostro giogo. Invia questa spia e falle raccogliere informazioni utili su come prenderci i loro territori. – disse con sicurezza, come se stesse esponendo un piano elaborato da tempo.
La donna in maschera non distolse lo sguardo, quando Varmidal le sorrise. Amava avere la vita altrui in pugno.
– Non tutti gli Anonimi di Tenàri moriranno. – la voce limpida di Arya sferzò il silenzio. Era ghiaccio, la Regina. Varmidal si stupiva sempre a pensare che quella creatura fosse stata una fragile erede al trono a cui era stata imposta una corona che sembrava destinata a lei. Come era possibile che avesse vissuto sognando di andare via, e come era possibile che avesse amato, un tempo, quella donna che se ne stava impassibile, decidendo con il suo scettro chi sarebbe morto, in un immenso continente in cui la mano della Dama trafugava agile ogni cosa? Un tempo Arya aveva persino avuto un figlio. Conosceva le debolezze di tutti, il cugino della Regina.

Alison si stava allenando con James, che con pazienza le spiegava come reagire ad un attacco improvviso. A differenza di Gabriel, a volte James stava in silenzio, un silenzio che lei non aveva il coraggio di turbare, colmo di un buio in grado di sopraffare ogni affabilità in lui. Era un mistero, con le sue storie e le sue idee improvvise. Il suo aspetto gli si addiceva, con gli occhi grigi che altro non erano se non una tempesta a stento contenuta. Non avevano parlato di quel singolo istante in cui il potere di Alison si era manifestato in sua presenza, e lei non intendeva sollevare l’argomento.
Nella palestra c’erano solo altre due persone: Jordan, che stava uscendo, e una ragazza che non conosceva. James aveva dovuto letteralmente trascinare Gabriel fuori dalla sala di addestramento e dirgli di trovarsi un passatempo per un paio d’ore, altrimenti l’avrebbe seguita anche lì. Tanya doveva avergli detto di non perderla d’occhio. Alison non la capiva, la loro amicizia. Non erano come lei e Hannah, e c’erano giorni in cui credeva che si odiassero.
– Alison. – James la costrinse a tornare a concentrarsi sul presente. Aveva la fronte corrugata. – Va tutto bene? Mi sembri… asssente.
– Sono solo stanca.
– Non dormi bene? – le chiese, guardandola con attenzione.
– Secondo te ciò che siamo dipende dalla nascita? Pensi che siamo in grado di scegliere? – si costrinse a fissarlo negli occhi, senza abbassare lo sguardo, sperando che non tradisse il suo segreto, e allo stesso tempo sperando che lui capisse cosa intendeva.
Mordendosi il labbro inferiore, James parve assorto nei suoi pensieri per qualche minuto, prima di rispondere: – Viviamo in un mondo in guerra. Se così non fosse, ti direi che puoi essere chiunque tu voglia, e che non è la nascita a determinare chi siamo. Ma siamo in guerra, e non possiamo permetterci di fare questo tipo di ragionamenti.
Ripresero ad allenarsi, senza sollevare più il discorso.

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