“La Dama Nera” di Anna Raucci – Capitolo 6 e 7

La Dama Nera. Capitolo Sei – Cassandra le aveva prestato alcuni suoi vecchi abiti lunghi ed eleganti.

Erano quasi tutti neri o blu notte, un paio verde scuro, e dovevano sostituire la sudicia casacca che ancora indossava, la sua divisa ad Alea. Più tardi le aveva portato qualcosa da mangiare per il pranzo, e dei servi le avevano portato la cena. Le era stato detto di non lasciare la sua stanza se non accompagnata. Nel complesso Cassandra era stata abbastanza gentile, ma Alison sapeva che, se non le fosse stato ordinato, la cortigiana non si sarebbe presa cura di lei. Un paio di volte non aveva nascosto la sua irritazione di fronte a quanto poco la ragazza sapesse riguardo la vita nella Città Nera. Le aveva spiegato come vestirsi e legarsi i capelli e aveva inviato una donna della servitù per aiutarla a “rendersi presentabile e lavarsi”.
La stanza che le avevano dato era straordinariamente comoda, con un grande letto a baldacchino con tende blu oltremare, un divano, un armadio e un tavolino. C’era persino un balcone, e adesso, a mezzanotte passata, se ne stava seduta sul pavimento a contemplare la città, le ante aperte e le tende scostate. Le ore erano scandite da un campanile dotato di un enorme orologio con lancette dorate. Il campanile era ben visibile, non troppo lontano dal castello. Data la posizione sopraelevata della struttura, si potevano vedere tutte le case, rigorosamente del colore dell’ossidiana. Le sembrava di essere immersa nel cielo notturno, e le timide luci che illuminavano le abitazioni e le strade ricordavano le stelle, in tutto quel buio. Sullo sfondo si indovinava il profilo delle montagne, pigramente distese nel punto in cui i confini del regno cedevano il passo ai paesi liberi. Il pendolo nella sua stanza suonò l’ora. L’una di notte. Non aveva mai avuto un orologio prima, ed era rimasta incantata nell’osservarne il delicato meccanismo.
Mentre lasciava scivolare lo sguardo sui tetti delle case, notò qualcosa. Una figura si muoveva, confondendosi con gli edifici. Era troppo distante per poter capire chi o cosa fosse, ma suscitò la sua curiosità. Si alzò in piedi solo per vedere l’ombra scomparire in un punto non illuminato da nessun lampione. Scosse la testa. La stanchezza doveva averle provocato le allucinazioni. Decise di andare a dormire. Dopo un’altra ora, qualcuno bussò alla porta. – Alison, sono io. – la chiamò la voce attutita di Cassandra.
Sfregandosi gli occhi assonnati, Alison sbuffò piano. Era appena riuscita ad addormentarsi. – Cosa c’è? – chiese, aprendo la porta e coprendosi con una vestaglia.
– Altri ordini. Vestiti, c’è una persona che devi incontrare. – rispose l’altra con un’aria annoiata che lasciava indovinare quanto poco fosse contenta di doverle fare ancora da balia.

I corridoi del castello erano cupi, come una notte invernale priva di stelle. Il freddo penetrava nelle ossa senza lasciare scampo, e la pietra del pavimento era liscia e scivolosa. Doveva essere stato un passaggio per i servi, un tempo. Uno di quei passaggi che celavano ai nobili la miseria su cui fondavano il loro sfarzo.
– Cassandra, dove andiamo?
– Te l’ho detto, lui vuole vederti. – rispose l’altra. L’idea di usare di nuovo un passaggio della servitù non doveva soddisfare affatto i gusti della cortigiana, perché un velo di irritazione le colorò la voce. Sembrava tenere in alta considerazione l’importanza del proprio ruolo al castello, qualunque esso fosse.
– Lui chi? – Alison non poté fare a meno di domandare, curiosa, cercando di ignorare il pessimo carattere di Cassandra.
– È un mago, anche se dicono che sia praticamente privo di poteri. È uno dei protetti della Regina. Una sorta di inventore.
Un inventore nella Città Nera? Le streghe avevano sradicato la tecnologia umana secoli prima, non avrebbe avuto senso ospitare un inventore a palazzo.
Svoltarono a sinistra tramite una porta di legno che cadeva a pezzi e salirono una scala a chiocciola. Arrivate agli ultimi gradini, un lieve ticchettio animò il silenzio altrimenti totale.
– Sicura che ci sia qualcuno lassù? – domandò con una lieve inquietudine.
In quel momento, qualcosa oltre la porta esplose. La voce di un giovane uomo imprecò. Cassandra sospirò in maniera estremamente teatrale: – Vai, entra. Ci vediamo a colazione.
Senza chiederle se fosse capace di ritrovare la strada, ripercorse i gradini brontolando.
La situazione all’interno della stanza doveva essere piuttosto caotica, perché Alison sentiva continuamente passi pesanti sul pavimento e un forte ronzio, come di uno sciame di api.
Timorosa, bussò. Nessuna risposta. I passi si fermarono. Bussò ancora. – Avanti. – disse la stessa voce di prima.
Aprendo la porta, si ritrovò in un ambiente ben illuminato. Una grande scrivania di mogano era posta direttamente sotto le grandi finestre, nella posizione migliore per lo studio e per il disegno degli strani progetti da cui era ricoperta.
Il resto della stanza era quasi spoglio, ad eccezione di un altro tavolo completamente coperto da ingranaggi e ancora appunti, libri e disegni.
Sul pavimento camminavano piccoli esserini di metallo simili a persone o animali in miniatura. Mentre avanzavano graffiando le assi di legno sotto le loro zampe, emettevano un ronzio prolungato. Accanto a loro, un ragazzo dell’età di Cassandra, intorno ai vent’ anni, dava la carica ad uno degli automi. Aveva gli occhiali sbilenchi sul naso, i capelli neri che gli cadevano negli occhi blu notte ed era vestito in maniera alquanto stravagante, con pantaloni neri, una camicia bianca e una sorta di camice grigio che gli arrivava alle ginocchia.
– Tu devi essere Alison! – sorrise, e quello fu il primo vero sorriso che le fosse stato rivolto da quando era arrivata in città.
– S-sì, e tu sei? – era piuttosto incerta sul modo in cui rivolgersi a lui. Era un mago, almeno secondo Cassandra, ma aveva un’aria così… normale, o meglio cordiale, che le riusciva impossibile rivolgersi a lui come si sarebbe rivolta alla nobiltà.
– Michael. Inventore. Siediti. – le porse una sedia dall’aria non molto solida, forse a causa delle piccole creature che continuavano a lanciarvisi contro. Erano davvero tenaci.
– Grazie, preferisco restare in piedi. – disse, cercando di non sembrare offensiva.
L’altro scrollò le spalle.
– Volevi vedermi? – gli chiese. Decise che si sarebbe rivolta a lui come faceva con Cassandra, senza troppa confidenza né troppo distacco, in modo da poter facilmente rimediare ad eventuali errori di valutazione.
– Sì, ero curioso.
Adesso, due mini-papere si erano accanite contro i lacci sciolti delle scarpe di Michael.
– Insomma, sei la prima schiava del Sud a mettere davvero piede nel castello. Di solito lei vi assegna alla difesa delle mura.
Alison ammutolì, sentendo la rabbia ribollirle nelle vene. Sapeva delle discriminazioni nei confronti di chi, come lei, proveniva dalle terre più povere del regno.
L’altro sembrò notare la sua aria severa, perché subito si corresse: – Voglio dire, è fantastico. Di solito nessuno è mai abbastanza potente. Sai che gli insediamenti umani più liberi vivevano nel Sud? Non c’erano molte streghe, lì, almeno all’inizio. Poi – con un piccolo calcio mandò via gli automi che lo avevano circondato – ci fu la ribellione, e la guerra. Per questo la Dama mi ha chiesto di parlare con te. Sperava che capissi qualcosa sui tuoi poteri. Non sono un granché come mago, ma di solito riesco a classificare bene i nuovi arrivati. Di solito mi mandano i casi difficili.– disse, pronunciando quel fiume di parole con una velocità impressionante.
– Tu sai dei miei poteri? – lo stupore la costrinse a rivalutare la sua condizione. La Regina non era l’unica a sapere la verità, allora.
– Ehi, non preoccuparti. Puoi fidarti di me. E sai, dovresti smetterla di guardare le persone con quell’aria truce. Non aiuta molto nelle amicizie. – le suggerì.
– Non mi interessa l’amicizia della gente di qui. – sbottò lei, irritata perché un mago che aveva vissuto per tutta la vita negli agi di un castello pretendeva di darle lezioni di comportamento. Come se avesse ragioni per sorridere, lei. Si pentì immediatamente di quanto aveva detto. E se lo avesse riportato alla Regina?
Incredibilmente, Michael rise. – Nemmeno a me. Pensano che sia pazzo.
– Tu sei un inventore.
– Sì. – rispose lui, distogliendo lo sguardo come se fosse imbarazzato per quella definizione.
– E di cosa ti occupi? – gli domandò Alison, chiedendosi se non fosse una domanda inopportuna.
– Costruire. La mia passione sono gli automi. Uso dei vecchi libri scampati al rogo di centinaia di anni fa, ma ho scoperto molte cose da solo. Effettivamente, sono spesso solo.
Provò ad immedesimarsi in quell’inventore ignorato dalla sua specie.
– Nessuno viene mai quassù?
– Uhm… Juliet, ogni tanto. E la servitù. E la Regina, quando le serve qualcosa.
– Non ti ho visto alla corte, oggi.
– Non esco quasi mai da qui. Gli altri non comprendono il mio interesse nei confronti degli umani.
Alison annuì, perché in fondo anche lei trovava strano il fatto che un mago potesse interessarsi ad insulse invenzioni di una specie inferiore alla sua. Tuttavia, doveva essere un’esistenza triste, la sua.
– Hai detto che Juliet viene a trovarti? – chiese, ripensando alla donna che quella mattina aveva osservato il corteo degli schiavi, rivolgendo loro i suoi sgradevoli commenti.
Un lieve rossore coprì il viso dell’inventore. – Sì, a volte.
– Allora – Alison cambiò argomento. – come fai a scoprire che poteri ho?
– Concentrati su di te. – le ordinò.
– E? – attese ulteriori spiegazioni.
– E mi basterà. Ogni strega e mago ha un potere più sviluppato degli altri, come un essere umano potrebbe sviluppare uno dei cinque sensi più degli altri. Io sono abbastanza bravo nel leggere i poteri delle persone. Non è molto interessante come potere, ma è quello che ho.
Alison chiuse gli occhi, cancellando le pareti e il ronzio, ritornando ai boschi della sua infanzia, dimenticando il presente e il futuro, cercando di controllare i battiti accelerati del suo cuore. Quando avrebbe smesso di sentirsi continuamente sotto esame?
– Però, è davvero strano. – commentò Michael dopo meno di un minuto.
Riaprì immediatamente gli occhi. L’inventore si torturava i capelli con una mano.
– Cosa?
Ecco, ora le avrebbe detto che non era all’altezza, che era stato solo un sogno, un sogno…
– Non posso leggere i tuoi poteri. Hai una protezione su di te, una protezione che ti scherma dalla mia magia e forse da parte della magia degli altri.
– È questo ciò che so fare? – chiese esitante.
– No, la protezione deve necessariamente essere imposta da qualcuno, e da qualcuno di potente, se nemmeno la Dama Nera è riuscita ad oltrepassarla.

Capitolo Sette

Nascosta tra le altre cortigiane, Alison cercava di non attirare l’attenzione su di sé. Aveva indossato un abito nero con un corpetto che le toglieva il respiro e un lungo strascico alle spalle. Cassandra era più alta di lei, per cui temeva continuamente di inciampare in tutta quella stoffa. Aveva lasciato i capelli sciolti, mentre gran parte delle donne della corte li portavano sollevati, con cascate di boccoli che ricadevano ai lati del viso. Quella mattina le era stato spiegato che avrebbe assistito ad una cerimonia che si teneva due volte all’anno, finalizzata alla selezione di nuovi membri della corte. Si chiedeva da cosa nascesse la necessità di rinfoltire continuamente quel piccolo stuolo di persone il cui unico apparente scopo nella vita era seguire la Regina e la nobiltà ad ogni passo.
Abitanti della città appartenenti a vari ceti, giovani, bambini e adulti, tutti quelli che potevano permettersi di indossare un abito elegante, sfilavano di fronte al trono. Non le sfuggivano gli sguardi famelici dei nobili, né il completo disinteresse della Dama.
La notte precedente Michael non era stato in grado di fornirle altre spiegazioni. Tornata in camera, Alison non era riuscita più a dormire. Si sentiva in bilico, e desiderava poter superare presto quella fase. Come poteva essere una di loro, se nessuno sapeva che poteri avesse di preciso? Era realmente un’anomalia? Era come se il suo destino si stesse prendendo gioco di lei, offrendole la salvezza e impedendole di raggiungerla. Aveva notato alcuni dei prigionieri del Sud tra i Grigi. Si muovevano in maniera goffa, con le nuove divise, ma avrebbero imparato a dimenticare le loro città, le loro famiglie. Lei stessa voleva dimenticare. – Tocca a noi. – le parole di Cassandra le impedirono di indugiare oltre in quei pensieri.
I cortigiani iniziarono a sfilare, passando davanti al trono e inchinandosi. Doveva essere per questo che, fino a quel momento, erano rimasti in fondo, di fronte al trono e alle spalle del popolo. La folla si aprì per lasciarli passare. Alison si muoveva in maniera impacciata, tentando di imitare gli altri attorno a sé. La testa iniziava a girarle, e aveva l’impressione di vedere delle strane ombre sul pavimento. Le ombre scivolavano sul marmo scuro al suo passaggio. Ad ogni passo Alison si lasciava alle spalle qualcosa del suo passato. Il terrore – ora i volti che la scrutavano non rappresentavano più una minaccia, dato che era una di loro. Il silenzio – le voci le riempivano la mente di un nuovo modo di esprimersi. I colori del Sud – qui tutto era freddo e cupo. Il sangue – non l’avrebbero punita, perché non avrebbe commesso errori. La schiavitù – era libera, almeno quanto coloro che la circondavano.
Come le altre cortigiane, si inchinò davanti alla sovrana. Una parte di lei detestava l’idea di sottomettersi a chiunque, ma era l’unica strada che potesse percorrere per essere padrona del suo futuro.
Un gesto della mano da parte della Dama, e i presenti si alzarono nuovamente, per poi voltarsi e raggiungere ancora il fondo della sala. Il posto che spettava agli umani. Alison storse le labbra al pensiero di dover fingere di appartenere ad una specie così debole. Voleva raggiungere i nobili, parlare con loro, essere temuta ed ammirata, vedere il terrore negli occhi di chi le stava attorno, sedere su quel trono. Era ad un passo da quel mondo, dall’oscurità. Scegli, si disse. Una volta fatta la sua scelta, la giovane strega si immerse nel buio senza voltarsi indietro.
Un secondo gruppo di umani iniziò a sfilare. Non riusciva a non guardarli, perché conosceva lo sguardo di quelle persone, ed era l’ultima cosa che avrebbe voluto, vederlo di nuovo. Conosceva gli occhi spenti e il viso stanco, un velo di rabbia che accompagnava ogni singolo inchino. Aveva osservato per anni quegli stessi elementi sul suo viso, quando tornava nella piccola stanza che divideva con la sua migliore – ed unica – amica Madison. Le avevano insegnato ad ignorare la rabbia. Lo aveva imparato dal dolore dei pochi che osavano ribellarsi, dalle persone che scomparivano all’improvviso. Sapeva di essere debole.
Ora, costretta ad assistere a quella crudele cerimonia, sentiva la rabbia ribollire nelle vene. Si ripeteva che non era più la preda, ormai. Ma loro, loro non potevano liberarsi, né qualcuno sarebbe arrivato a salvarli. E quell’orribile marchio che vedeva sui loro polsi. Nelle province del Sud non c’erano marchi. Il deserto attorno alle città meridionali e i boschi ad est scoraggiavano chiunque. I pochi che scappavano venivano sempre ritrovati e, se erano ancora vivi, venivano puniti. Non sarebbe più tornata lì, doveva dimenticare. Ma come poteva riuscire a dimenticare, se le bastava aprire gli occhi per ritrovare altra schiavitù? Vide Juliet, ferma in un angolo. Il suo abito verde era in contrasto con i colori indossati dagli altri, e rendeva impossibile non notarla. Forse era questo lo scopo di tutti, in quella stanza: essere visti, ottenere un riconoscimento della propria esistenza.
Cassandra era impassibile. A volte sorrideva alla folla, salutando i Grigi con l’aria di chi sa bene come comportarsi.
Juliet aveva le braccia scoperte, e continuava a strofinarsi il polso destro, come se questo potesse cancellare quel marchio che neanche tutti i suoi elaborati bracciali riuscivano a coprire del tutto.
– Cassandra. – cercò di attirare la sua attenzione.
– Ragazzina, sono impegnata, non vedi?
– Anche tu hai il marchio? – chiese, ignorando la scortesia di quella risposta. Comprese subito di aver posto la domanda sbagliata.
– Io non sono una schiava. – rispose freddamente Cassandra.
– E perché Juliet – abbassò la voce perché nessuno potesse udire – ce l’ha?
– Io… ce l’abbiamo tutti. Ma io sono nata nel castello, lei no. I suoi genitori erano come queste persone, e lei era -sussurrò, costringendo Alison ad avvicinarsi. – una cameriera. Ho sentito che suo padre è stato in prigione prima di morire, e che la madre è ancora una semplice schiava.
Cassandra sorrise, probabilmente soddisfatta di non avere un passato simile. O forse soddisfatta perché Alison non le aveva chiesto nulla del suo, di passato. Magari avrebbe chiesto maggiori informazioni a Juliet a riguardo.
– Odio questa insensata cerimonia. – si lasciò sfuggire.
– Preferiresti essere una di loro? – le chiese Cassandra, con voce di sfida.
– Non potrei mai essere una di loro. – rispose, la voce ferma.
O una di voi, avrebbe voluto gridare per la frustrazione. Non sono una semplice umana come voi. Sono una strega. O almeno sperava con tutta se stessa di esserlo. No, non poteva trattarsi soltanto di un errore, non quando riusciva a sentire il richiamo di poteri che avrebbe imparato ad usare. Sentiva un legame più forte del sangue che la univa alle pallide creature sedute su troni di pietra ai lati della sala. Loro se ne stavano in disparte concentrati sui loro discorsi. Il mago dal volto allungato a volte fissava troppo a lungo una persona e questa impallidiva, ma non per il terrore, comprese Alison. Speravano di essere “scelti”, come lo era stata Juliet e forse anche Cassandra, pochi anni prima.

Juliet era pienamente consapevole degli occhi che la fissavano. Aveva notato che anche la ragazzina del giorno precedente la fissava. Chissà come era finita tra loro. Ad ogni modo, era contenta che fosse ancora viva. Le avevano detto che quasi tutti gli ultimi prigionieri giunti a palazzo erano stati uccisi. Non erano abbastanza potenti. Che presa in giro. Un po’ come i cortigiani che invecchiavano. Dovevano racimolare grandi quantità di denaro durante la loro carriera, se volevano continuare a vivere bene anche da anziani, quando la loro bellezza sfioriva.
Alle due i nobili iniziarono a lasciare le proprie postazioni. La Dama era come sempre accompagnata da Amicus, mentre andava via. Juliet si avvicinò alla ragazzina.
– E tu cosa ci fai qui? – le chiese, rivolgendole un ampio sorriso.
– Cerco di sopravvivere. E comunque mi chiamo Alison. – fu la risposta brusca della ragazzina.
– Quanti anni hai, Alison? – le chiese ancora.
– Diciotto.
Sembrava più giovane, così sottile e con i capelli biondi lunghi e lisci. Solo i suoi occhi, di un colore tra il grigio e l’azzurro, trasmettevano un’intensità che faceva dubitare persino che potesse essere un’adolescente. Doveva aver visto molte cose, nel Sud, e tuttavia aveva un’aria scossa.
– Io ne ho ventidue, e ti assicuro che ti ci abituerai. – le disse per rassicurarla.
– Tu ti sei abituata a questa vita? – le chiese l’altra in risposta, con una serietà che la colpì.
– Lezione numero uno per sopravvivere qui: sorridi. Devi imparare a piacere alla gente. – le disse con un’espressione furba, gli angoli della bocca tirati verso l’alto.
– La vita da cortigiana non fa per me. – ribatté.
– Dillo a chiunque abbia avuto la geniale idea di farti diventare una di noi. Non eri una strega, tu? – le rivolse uno sguardo carico di curiosità.
Alison si accigliò. – A quanto pare no. C’era qualcosa nel modo in cui sembrava chiudersi in se stessa e lasciare fuori il mondo, nel modo in cui, sebbene fosse debole e fragile, i suoi occhi esprimevano una rabbia e una determinazione che non aveva mai letto se non in pochi, rari individui, un’insicurezza mista a forza che le faceva desiderare di essere in grado di proteggerla.
– Anche a me non piaceva questa vita. – sussurrò.
– Non l’hai scelta tu? – il tono di voce di Alison si era addolcito, ora.
– No. Mia madre voleva per me più di quanto fosse in grado di darmi, e più di quanto fosse stato concesso a lei. Non ha avuto una vita facile. – sospirò. Aveva imparato che sospirare la aiutava a nascondere la voce malferma. – E i tuoi genitori?
– Sono morti. Non li ho mai conosciuti. – di nuovo quel tono cupo e lievemente ostile.
Juliet annuì.

Le stanze dei membri della corte trasudavano lusso. La sua era dotata anche di un piccolo guardaroba ricavato da un vecchio ripostiglio che si apriva accanto a scaffali colmi di libri.
Mentre si sfilava l’abito di uno sgargiante verde acido, la sua immagine riflessa nello specchio del guardaroba compiva movimenti studiati per evitare che la stoffa si sgualcisse. Non aveva mai voluto servitori per aiutarla a cambiarsi. Si studiò le mani curate e poi i tratti del viso, passando in rassegna il suo corpo. Era bella e sapeva di esserlo, aveva dovuto imparare ad esserlo sempre.
Juliet era stata scelta quando aveva solo dodici anni, notata da qualche nobile quando era la semplice figlia di una schiava. Non era stata una sorpresa, ricevere un invito per diventare cameriera in una delle grandi ville dei nobili. Per anni la madre aveva speso tutti i pochi soldi che riusciva ad ottenere per comprarle candidi abiti che mettessero in risalto la sua carnagione chiara e i capelli biondi, sempre elegantemente arricciati. Nulla doveva rovinare la sua bambina, quella piccola bambola che portava con sé ogni volta che doveva avvicinarsi alla Corte.
Un giorno, tu sarai cortigiana. Qualche nobile ti vedrà e ti sposerà, e mi porterai a vivere con te. Allora, tutti dimenticheranno quello che ha fatto tuo padre.
Il punto era che a sua madre non importava che lei fosse felice. No, le importava solo di riuscire a cancellare ogni traccia di suo padre. Juliet si chiedeva se ricordasse quello che aveva fatto a lei, a loro due, a quell’uomo che aveva ucciso, se, sfiorando con le dita le cicatrici che le aveva lasciato, sentisse ancora dolore, un tipo di dolore che andava ben oltre quello fisico, il dolore dell’amare un mostro.
Un mostro. Mostro. Se pensava a suo padre, la sua immagine era lontana e spaventosa come il lupo nelle fiabe, o una creatura oscura ed immensa come il buio stesso. Ovviamente sapeva che lui era stato solo un altro schiavo, ma non riusciva a separare il suo ricordo dalle paure dell’infanzia.
Eric era nato nella casa di un nobile, figlio di una schiava e di un uomo proveniente dai territori oltre il confine. Il padre era scomparso prima della sua nascita, senza curarsi della povera donna che aveva cresciuto da sola il bambino per i primi otto anni. Quando lei era morta, lo avevano mandato via. Da allora era diventato un ladro. Era stato arrestato dai Grigi e, una volta uscito di prigione, era diventato bracciante in uno dei vasti campi a sud della città. Nelle lunghe giornate di lavoro aveva conosciuto il padre di Jane, e un giorno aveva incontrato lei. La madre di Juliet era giovane e desiderava diventare cortigiana, ma aveva abbandonato ogni sogno per lui. Sapeva che era stato un criminale, che era una persona pericolosa, ma ne era attratta come lo si può essere, a volte, dalle tenebre. Quando si erano sposati, lui era diventato l’incubo della sua vita, e la loro povertà non aveva migliorato la situazione. Jane aveva scoperto una persona diversa, l’uomo violento che, tornato tardi dai campi, pretendeva che lei fosse la sua serva. La nascita di Juliet, così bella, con i capelli biondi della madre e gli occhi azzurri del padre, aveva portato un periodo di tranquillità. Dopo solo un anno, lui aveva iniziato di nuovo. Era andata avanti per sette anni di lacrime, suppliche, grida e sangue che la madre si affrettava a pulire, e giorni in cui Jane, appena tornava a casa, aspettava il marito torcendosi le mani o fissando in silenzio, impassibile, le pareti. La madre di Juliet lavava i vestiti di una famiglia di membri della nobiltà, e un giorno la sua padrona aveva notato il suo viso coperto di lividi. Le aveva chiesto la causa e lei, tremante, le aveva raccontato tutto. La donna aveva annuito e aveva assunto un’aria contrita. Quella sera, mentre Jane dava la buonanotte alla sua bimba, i Grigi erano entrati nell’abitazione. Le avevano detto che Eric era stato arrestato, e la donna aveva temuto di chiederne la ragione, di sentirsi dire che la sua padrona lo aveva denunciato. Gli stessi Grigi le avevano detto il motivo dell’arresto: suo marito aveva litigato con il Grigio che frustava lui e gli altri braccianti, e lo aveva ucciso. Era stato condannato a morte senza alcun processo, e Jane era rimasta sola con Juliet, a raccontarle di abiti stupendi e ad immaginare la vita di corte, spiegandole che entrare a farne parte era l’unico modo per cancellare per sempre l’incubo.

Scritto da Anna Raucci

Disegno di Daniela Di Girolamo



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