Potrei non essere io: Di Vincenzo Di Pino – Capitoli 1 e 2

Mi è impossibile giudicare obiettivamente ciò che accadeva le innumerevoli volte che sognavo quel mondo.
Posso dire che appariva reale quanto può essere reale un sogno.
O che appariva reale quanto può essere reale il mondo della nostra vita quotidiana.

-Carlos Castaneda

Tale fu il mio stato d’animo quando accadde quello che andrò a descrivere…

Questo libro è un viaggio.

La consapevolezza che un uomo ha della realtà sarà messa in discussione dalle circostanze, quando il protagonista, inconsapevolmente, si troverà tra le mani le chiavi d’accesso di un mondo tutto da scoprire…

Guarderà, prima, con gli occhi di una misteriosa creatura, poi si fonderà con una di esse e ne seguirà le movenze, in un ambiente simile a quello comune, un bosco, se non fosse per quel manto erboso scuro come la notte, quei colori rosso bruni, la loro luminescenza e le visionarie creature con lo sguardo cremisi che lo abitano.

Dovrà lottare con se stesso per non impazzire, accettando quanto gli accade attorno.

Scoprirà che il bosco è vivo, ogni albero, ogni foglia, ed anche le creature sono parte di esso, avrà anche a che fare con il male che flagella quel luogo, lottando per la sopravvivenza e collaborando, a suo modo, con quelle creature per contrastarne l’avanzata.

Questo libro è una testimonianza.

Potrei Non Essere Io

I

Chiusi gli occhi e, trattenendo il respiro, mi lasciai andare…
Il vento dapprima fievole iniziò a carezzarmi avidamente il volto.
Sembrava quasi che i miei pensieri volteggiassero insieme alle sue spire mentre cercavo di trattenere l’ansia crescente e il desiderio di riaprire gli occhi.
Mi sentivo proiettato verso spazi immensi mentre il mio corpo prendeva velocità a ogni sospiro agitato, L’adrenalina cominciò a fluire potente e i muscoli iniziarono a tendersi pronti a qualsiasi eventualità.
Ressi fino a quando l’euforia fu travolta e si mescolò alla paura, quasi involontariamente aprii gli occhi.
Solo allora sentii le braccia vibrare sotto i colpi del manubrio della bici, sollecitato dalle molteplici imperfezioni che quella ripida collinetta erbosa offriva, proiettandosi pericolosamente verso il basso.
Urlai a squarciagola contro il vento… e anche se ovattato, il suono mi caricava ancor di più.
La discesa sembrava non volesse finire mai.
Inspirai profondamente per assaporare gli ultimi attimi e poi il buon senso prese il sopravvento e le dita delle mani cercarono i freni, tirandoli gradatamente per non rischiare di ribaltarmi.
Percorsi l’ultimo tratto ridendo come un folle, appena raggiunsi la superficie piana, mi lanciai letteralmente giù dalla bici facendola rotolare via rovinosamente qualche metro più in la  senza pensarci due volte e sprofondai nel manto erboso che mi circondava.
Rimasi così per lungo tempo.
Il sole era quasi tramontato, mancava poco ormai all’ora stabilita, al luogo stabilito e a quanto sarebbe accaduto quella sera e che mi avrebbe permesso di sistemare tutti i problemi che, in quegli ultimi anni, si erano accumulati.
Mi alzai e mi guardai attorno, il parco era quasi vuoto.
Scrollai le spalle e mi stiracchiai le braccia, poi afferrai la bici ripulendola dall’erba che copriva la catena e rimontai in sella puntando verso l’uscita e poi dritto verso casa.

II

“… se sopravvivo, sarà la polvere ad ammazzarmi… ” ricordo bene fu quello che pensai quando sfilai e aprì il grande e vecchio libro dalla teca che lo conteneva.
Sfogliai le pagine ingiallite con cura per non rovinarle, erano piene di scritti ben curati con bellissime illustrazioni a piena pagina che per quanto rappresentassero luoghi fantastici e creature bizzarre racchiudevano di sicuro dei sottili messaggi oscuri, o almeno è quello che mi parve di intuire.
Rimasi colpito da un paesaggio in particolare, dalla cima di un’altissima montagna di un verde intenso, che contrastava con un cielo azzurro pastello pieno di nuvole sospinte da un vento incalzante, si poteva intravedere un immenso strapiombo che terminava in una lontanissima vallata, anch’essa accarezzata dal vento, e rendeva il ritratto molto dinamico, nel mezzo dello strapiombo s’intravedevano i lineamenti di una creatura, forse un cervo date le corte corna ritorte, immobile nella sua posizione con il suo manto nero che risaltava sul grigio chiaro della pietra, e a guardar bene sembrava emettere una leggera luminescenza.
C’erano pace e tranquillità in quel dipinto ma di sicuro quell’ombra scura era stata messa lì per suggerire chissà quali paranoiche visioni di chissà quali oscenità, tipiche di molti libri esoterici, come quello, che ne erano zeppe.
Un lontano calpestio mi riportò alla realtà, chiusi il libro alzando un polverone, trattenni il respiro e lo riposi sotto il braccio, riuscivo a malapena a tenerlo stretto, mi guardai velocemente attorno cercando, con la torcia elettrica, un posto, dove potermi nascondere.
La stanza era molto angusta e c’era polvere ovunque, pile e pile di libri erano poggiate dappertutto, nelle vecchie e malandate librerie di legno ammuffito, sui tavoloni e sulle sedie che riempivano la stanza e persino in terra formando alte colonne.
L’aria era viziata e data la profondità dei sotterranei, dove si trovava la stanza, mi domandavo come fosse possibile un ricambio d’aria.
Trovai un riparo di fortuna dietro una vecchia cassapanca polverosa, spensi la torcia e mi accucciai cercando di rendermi quanto più piccolo possibile.
Il convento sopra la mia testa ospitava una ventina di vecchi frati barbuti che dedicavano quasi tutto il loro tempo nella lettura e trascrizione di antichi libri, non erano soliti aprire le loro vecchie e polverose porte a sconosciuti e curiosi, figuriamoci a chi stava per prendere, diciamo così, in prestito uno dei loro più antichi libri.
Niente di personale, ma mi era stato commissionato questo incarico da uno sconosciuto, dall’accento strano, incontrato quasi per caso tramite un giro di conoscenze.
Non era la prima volta che “operavo” in questo genere di cose, ma dovevo pur trovare il modo di pagare i miei debiti.
E ne avevo tanti.
Sentii i passi avvicinarsi e fermarsi dietro la porta d’ingresso, qualcuno tossì e poi sentii la maniglia della porta stridere e scricchiolare.
Il pavimento di lastroni di pietra che stavo fissando s’illuminò con il riflesso scoppiettante della torcia che il frate, stringeva in pugno.
Riflettei sul fatto che se avesse acceso le lampade a olio sui muri mi avrebbe scoperto.
Dovevo agire, e in fretta.
Sentivo il cuore in gola, non vedevo dove fosse il frate e a ogni secondo di attesa rischiavo di essere scoperto, lo sentii avanzare nella stanza e fermarsi a pochi passi da me.
Mi feci coraggio e prendendo fiato mi lanciai da dietro la cassapanca verso l’uscita della stanza, nella fretta urtai il frate che, urlando per lo spavento, cadde rovinosamente in avanti sprofondando nelle pile di libri impolverati.
Mi lanciai nel basso e stretto corridoio, con il libro ancora stretto sotto il braccio, che avevo percorso per giungere fino a li, cercando con la mente di ricordare tutte le svolte, scalini e porte aperte a ritroso.
Sicuramente, pensai, dopo poco avrei avuto alle calcagna un gruppo di frati infuriati pronti chissà a cosa per recuperare il loro prezioso libro.
Sbattei la testa più volte a ogni restringimento del piccolo cunicolo irregolare, un insieme di scale strette e porticine di diversa fattura, fortuna che avevo imparato a memoria la piccola mappa che il mio mandante mi aveva fornito, altrimenti mi sarei sicuramente perso.
Tutto avrei voluto tranne che finire i miei giorni come un topo in trappola in quel maledetto intreccio di passaggi sotterranei…
… no, forse avrei voluto evitare anche il gruppetto inferocito di frati…
Sta di fatto che dopo diversi e interminabili minuti la mia testa fece capolino dalla botola nel retro del convento, un decrepito capanno che in passato era stato adibito a stalla, ma ormai in disuso.
Tutt’attorno era buio pesto, mi tirai fuori dalla botola richiudendola dietro di me, ancora con il libro stretto sotto il braccio, mi mossi attento verso l’uscita della stalla, a guidarmi il bagliore della luna che illuminava il piccolo cimitero sul retro, quel quadretto agghiacciante mi mise i brividi, ma non avevo tempo per quelle sciocchezze, in fondo al cimitero c’era un piccolo cancelletto arrugginito da dove mi ero intrufolato e dove ad aspettarmi ci sarebbe stata la mia fedele bici legata a un palo della luce.
Ero ormai quasi giunto al cigolante cancelletto, quando sentii dei rumori provenire da alcune finestre del convento, mi voltai e vidi un movimento di luci e ombre agitarsi nelle strette fessure.
Oltrepassai il cancelletto e mi ritrovai lungo la curva a gomito di Marshall Street, sulla sinistra il palo della luce teneva a bada il mio “destriero” con una vecchia e arrugginita catena, scivolai rapido fino alla bici, infilai la mano sotto il sellino e ne tirai fuori una larga sacca di tela grande abbastanza da contenerne il libro, e cosi feci, utilizzai la tracolla per muovermi comodamente sulla bici e, sfilando la catena, mi ritrovai in un attimo in sella.
Sospirai voltandomi verso le voci provenienti dal cortile del convento, e mentre in lontananza si udivano i latrati di un cane, sparii nella notte dirigendomi verso casa.
La notte era fredda, sentivo ancora l’adrenalina in circolo e pensai bene di smaltire un po’ la tensione accelerando con la bici verso Common Road, il lungo stradone che portava sino alla più familiare Castle Boulevard.
Rallentai nei pressi della curva e una volta svoltato mi ritrovai a fissare due sconosciuti che comportandosi come due barili di birra ambulanti, con i piedi puntati lungo il bordo della strada, inneggiavano cori evocativi in direzione della statua del patrono cittadino… orinando controvento.
Quel gesto cosi anticonformista … mi colpì molto … con la forza di uno straccio, bagnato e ritorto, piazzato dritto tra gli occhi! … Probabilmente l’adrenalina era ancora in circolo. La fugace idea di fermarmi per stringergli le mani e congratularmi fu presto abortita … facile intuirne il motivo.
Ripresi, sghignazzante, a pedalare lasciandomi presto alle spalle quei due liberi pensatori, intenti a sincronizzare le voci per dare maggiore enfasi al ritornello, e dopo un paio di minuti mi trovai di fronte il familiare corner shop all’angolo tra Castle Boulevard e Willow Street.
Voltai e risalì Derby Road fino a incrociare Allingtone Avenue, seguì il silenzioso viale alberato su per una trentina di metri, tirai i freni e scesi dalla bici.
Finalmente a casa.
Il mio ingresso spiccava tra gli altri identici, delle tante case a schiera che spuntavano per centinaia di metri tutte attorno, per le cianfrusaglie sparse e lo stato di avanzato abbandono.
Non ero una cima nelle pulizie.
Infilai la chiave nella fessura della porta e girai la doppia mandata spalancandola mentre accendevo le luci del piccolo salotto.
Trascinai la bici dentro e chiusi la porta dietro di me, facendo scattare i vari lucchetti che avevo montato.
Poggiai la bici nella stanza oltre il salotto, mi sfilai la sacca poggiandola per terra e sospirando per l’ennesima volta mi lasciai cadere sul morbido divano, che avevo di fronte il finestrone d’ingresso, e poggiai i piedi sul basso tavolino pieno di libri e riviste.
Chiusi gli occhi per diversi minuti cercando di rilassarmi, tolsi il maglione nero e afferrai una tavoletta di cioccolato al latte che reclamava il suo momento da un angolo del divano.

Poco dopo aprii la sacca e ne sfilai il librone, controllai se fosse tutto intero e me lo poggiai sulle gambe aprendolo delicatamente.
Solo guardandolo attentamente mi resi conto che le iscrizioni all’interno erano in un linguaggio a me sconosciuto, non e che avessi una cultura così elevata riguardo linguaggi e significati, ma intuivo si trattasse di qualcosa di antico se non addirittura dimenticato.
Sorrisi all’idea che fosse come una sorta di “antenato” di un atlante illustrato, un po’ come un numero uno di qualche fumetto ormai datato.
Pensai a cosa sarebbe disposto un collezionista pur di ottenere quello che bramava… e chi ero io per giudicare… l’importante era ricevere tutto l’importo stabilito per la consegna.
Continuai a sfogliare le pagine ingiallite e di nuovo spuntò quell’illustrazione così ben disegnata da parer vera.
Mi alzai dal divano e avvicinai la pagina al lampadario per osservarla meglio.
Non so quanto tempo rimasi a fissarla, a ogni occhiata scoprivo nuovi particolari, ricordo solo che d’improvviso fu tutto buio.

scritto da Vincenzo Di Pino

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