Potrei non essere io: Di Vincenzo Di Pino – Capitoli 13 e 14 (di 22)

Potrei non essere io. Capitolo 13 – Il luogo mi era familiare. Il fluttuare delle torbide acque del lago catturò la mia attenzione, l’ambiente mi riportava a brutti ricordi nella mente, e rimasi perplesso sul perché fossimo lì.

In quel luogo la luminescenza era maggiore, e fui in grado di vedere le reali condizioni delle due creature che avevo seguito.
Musonero aveva un taglio all’altezza del collo e le zampe feline erano malridotte. Trepassi, aveva il muso sfigurato da profondi segni di bruciature, le due zampe anteriori erano sanguinanti, dalle ferite colava un denso liquido dello stesso colore e consistenza di quello colato giù dalla corteccia degli alberi che avevo artigliato, era dello stesso colore cremisi, ma meno luminescente, degli occhi delle creature.
Quella scoperta mi fece riflettere, qualcosa legava le creature a quegli alberi, erano come una cosa sola, nate dallo stesso principio vitale e diverse nella forma in quello che doveva essere il loro scopo.
Ciò che l’occhio non poteva vedere, la mente riusciva solo ad intuire, qualsiasi fosse la vera risposta, pensai allora, il sostentamento e la salvaguardia reciproca doveva essere la chiave di quella convivenza, e ne ebbi la conferma.
Le due creature ferite si avviarono lentamente verso la riva del lago, sfiorarono le acque placide e proseguendo verso il centro fino a immergersi dentro, sprofondando giù negli abissi. Tutto questo mentre i loro corpi, al contatto con l’acqua, generarono un fumo biancastro.
Fui turbato da quel gesto, volevo capire cosa stesse succedendo, ma non avevo intenzione di immergermi nelle acque, e dovetti ingegnarmi per seguire le due figure in profondità. Se pur azzardato, decisi di arrampicarmi su uno degli alberi lì vicini, che in alto si piegava e allungava i propri rami verso il centro del lago, fino a intrecciarsi con gli altri rami, su nelle volte oscure. Pensai che se fossi riuscito a raggiungere i rami più bassi, mi sarei potuto sporgere per osservare le acque senza grossi rischi.
La zampa posteriore, quella ferita, resistette allo sforzo, i miei movimenti furono impacciati ma efficaci, sarò stato pure un felino, ma dal mio gesto poco armonioso, avrei fatto ridere anche il tanto enigmatico Occhiosolo.
Riuscì a salire su uno dei rami più bassi, e avanzando con attenzione, quasi strisciando, fino al limite del ramo che, attorcigliandosi su se stesso, si spingeva l’alto sparendo nell’intricato intreccio dei rami più in alto, anche a quell’altezza non riuscì a vederne l’intricato intreccio a volta. Cercai una posizione comoda e sicura e mi sporsi in avanti guardando in basso.
Non ero proprio nel centro del lago, ma abbastanza vicino da poter intravederne le profondità, incredibilmente le acque torbide, viste da lassù, parvero cristalline, forse a causa di una diversa rifrazione della luminosità che quegli alberi generavano.
Aguzzai la vista e vidi i due corpi, di Musonero e Trepassi, muovere lentamente le zampe e nuotare nelle profondità, erano vivi e questo mi sollevò non poco.
Osservai il lago in tutta la sua estensione, ne notai l’immensità, la sua forma ovale e la riva che copriva tutto il perimetro, in quattro punti, più o meno allineati, nascevano quattro diramazioni che si perdevano nel fitto del bosco che delimitava l’area, come il fiume che avevo seguito durante la fuga dalle creature imprigionate dai rampicanti. Tentai di capire dove fosse il punto preciso che mi aveva visto protagonista in quel tuffo infelice nelle acque del lago. Non ci riuscì.
Tornai a osservare le acque calme del lago, visto dall’alto, dava una forte sensazione di tranquillità come quei classici panorami da cartolina, se non fosse stato per le tonalità di colore che contrastavano fortemente con la realtà, o almeno quella che fino a poco tempo prima reputavo indiscutibilmente unica.
Dalle profondità del lago fui attratto da qualcosa ben al di sotto delle due figure galleggianti, mi concentrai sulle varie forme che andavano a mano a mano plasmandosi.

beh … fu allora che lo vidi …

La prima cosa che vidi furono i lontani baluginii di due concavità, esse racchiudevano all’interno due forme luminose, ognuna era composta di quattro cavità nere di forma quadrata legate insieme da una luminescenza rosso rubino anch’essa di forma quadrata. Quattro quadrati all’interno di un quadrato.
Avevo già visto quella forma, per un attimo, allora non me ne resi conto, ma ripercorrendo il passato giunsi fino a quella cima montuosa, dove mi ritrovai catapultato e in fin di vita.
Ampliando la vista, all’insieme diedi una simmetria alle due concavità, e osservando meglio, nella profondità più oscura mi si delineò una forma aliena, quelle due sfere luminose ne erano gli occhi, spalancati e inespressivi contornati da un volto spigoloso dagli zigomi alti, muso largo che terminava in un naso corto e piatto. Del tutto simile, nella forma, al volto di un puma, con la testa in quella posizione sembrava fosse affacciato a osservare da un buco nel soffitto. L’oscurità delle profondità non mi permise di vedere altro.
Esalai, involontariamente, gialli sbuffi incomprensibili, ero rimasto letteralmente a bocca aperta, la testa era immensa, e molto in profondità, le due creature natanti sembravano due punti neri al confronto. Persi per un attimo l’equilibrio e affondai gli artigli nel ramo per non cadere, non riuscì a girarmi e quindi dovetti procedere indietreggiando, non senza paura di cadere.
Quando raggiunsi il tronco e puntai verso il basso, la discesa fu più una caduta accompagnata che una vera e propria discesa da manuale.
Quando giunsi, atterrando, sul manto erboso senti una fitta alla zampa ferita e mi accucciai dal dolore.
Dalle profondità del lago, quasi al centro, sbucò la testa bitorzoluta di una creatura.
Gli occhi inespressivi, di un cremisi luminoso, mi fissavano mentre avanzava nella mia direzione, quando giunse quasi a riva, il corpo cominciò a sollevarsi dalle acque e riconobbi la stessa creatura che mi aveva tirato fuori da li.
Nonostante questo, fui turbato dal modo in cui mi fissava.
Presto fu a pochi passi da me.

Tralascerò l’imbarazzo che provai nel salutarlo come se fosse un amico di vecchia data appena ritrovato, e son sicuro che se avesse avuto un qualsiasi tipo di espressività, me lo avrebbe fatto notare.

Alla prima domanda che gli feci non ottenni risposta, e provai un approccio differente. Gli chiesi cosa si nascondesse nelle profondità il lago.
Egli disse, nulla.
Stizzito, ero quasi pronto ad attaccarlo per dargli del bugiardo, tuttavia non feci in tempo perché, proseguì affermando che nulla era nascosto alla mia vista.
Allora chiesi cosa fosse tutto quello, riferendomi al lago e al bosco che ci circondava.
Ciò che osservavo con gli occhi, disse, e ciò che non era possibile vedere, erano la stessa essenza, la stessa forma vitale, lo stesso corpo.
Le sue esalazioni scintillanti furono più che esaurienti e ciò mi permise di aggiungere altri tasselli al puzzle che andava formandosi, in un quadro più chiaro.
Appresi quindi che tutto ciò che ci circondava, creature comprese, erano un’unica forma di vita, dedite alla comune sopravvivenza.
Ancora sbalordito esalai raggianti verdi di stupore e chiesi cosa centrassero con tutto quello, visto che lo scopo comune fosse la sopravvivenza, quei terribili rampicanti e quei disgustosi bozzoli.
Non rispose subito, avrei potuto giurare che, oltre il suo sguardo apatico, nella profondità di quegli occhi cremisi pulsasse della rabbia.
Quegli orrendi parassiti, mi disse, erano causati da intrusioni di corpi estranei nel loro habitat, mi spiegò che tutto ciò che ci circondava aveva una sua forma e quindi una sua dimensione, come un guscio pensai, e ciò che giungeva da oltre quel guscio, lo contaminava.
Ebbi un brivido … sembrò che mi leggesse negli occhi, e proseguì come se avesse intuito i miei dubbi.
Mi disse che i primi parassiti a contaminare quel posto giunsero dall’ alto, molto tempo addietro, e proliferarono indisturbati devastando una grossa parte del bosco, prima che dalla pozza nascessero creature abbastanza forti da contrastare quel male. Di seguito, quando la situazione sembrò sotto controllo, ci furono altre incursioni di questi parassiti, ed in una tale quantità che fu difficile resistergli.
Dovettero abbandonare una parte del bosco che fu considerata come morta.
Infine i parassiti giunsero fino alle vasche, infettandone le creazioni che, nelle loro deformità, vennero abbandonate nella zona morta del bosco. Le creature cacciate e quelle che non riuscivano a tornare al rifugio venivano catturate dai parassiti ed utilizzati per contrastare lo scopo.
In quel gesto di indifferenza si generò l’incubo che li portò a quelle condizioni.
Guscio, questo fu il nome che gli diedi per via delle placche che lo coprivano completamente, alla richiesta di quali fossero le condizioni di quel bosco( in realtà baluginai parole simili ad “entità”)
mi disse che, i fiumi che scorrevano dal lago suddividevano la zona in quattro aree naturali e voltandosi con il muso, mi indicò dove c’era la zona che fu considerata morta, abitata da quelle creature imprigionate dai parassiti(capì in seguito che quello fu il luogo dove fui abbandonato, dopo essere uscito da una delle vasche nel rifugio) mi disse inoltre che le delimitazioni delle rive dei fiumi permisero di arginare il male che si espandeva, le acque che ci scorrevano erano letali per loro.
Poi mi indicò la zona vicina a quella morta, anch’essa contaminata, e vicina alla fine.
Voltando poi lo sguardo dietro di me, mi disse, con fumi di rabbia porpora, che nella zona vicino a quella del rifugio, oltre il fiume, si combatteva strenuamente per la causa. Li i parassiti erano giunti dopo che qualcosa aveva attraversato il bosco, comparso dal nulla, volteggiando e infiammando qualsiasi cosa sfiorasse, fino ad infrangersi in una delle vasche del rifugio.
Quegli squarci nel fitto dei rami avevano permesso ai parassiti di giungere con facilità, e si lottava per evitare che anche quella zona fosse contaminata, perché avrebbe causato la fine del bosco … dell’ entità.

Se mai riuscirò a capire che, ciò che vidi volteggiare sulla mia testa e ciò che Guscio mi narrò, non fossero altro che lo stesso io nel mio viaggio fino alla vasca del rifugio, e avere la conferma, quindi, che i miei dubbi siano fondati, allora dovrò ammettere, di essere stato una delle cause …

… questo pensiero tuttora mi perseguita, e forse, fu esso, la causa, il motivo di quello che feci e di quello che farò.

Non riuscì a esalare domande per diverso tempo, mi limitai a fissare Guscio davanti a me,  scuoteva leggermente il capo come in trance. Musonero e Trepassi risalirono lentamente dalle acque placide, i loro corpi mantenevano i segni dello scontro, ma ciò che somigliava a sangue, non era più visibile su loro corpo, essi erano stati guariti, per quanto possibile, dal mistero che avvolgeva quelle acque.
Formulai nuovamente, ma con luminescenti differenze, la domanda cui Guscio non aveva risposto in precedenza; cosa nascondevano le profondità del lago, aggiungendo: se ciò che riposava nei fondali fosse stata la causa della guarigione delle due creature.
Il bosco (l’entità) era stato.
Ecco cosa mi disse, ed aggiunse che ciò che giaceva sotto le acque, era il bosco.
Non mi disse più nulla, appena fummo raggiunti dagli altri, Guscio si voltò e fece per andare, avanzai zoppicando finché non entrai nel campo visivo della grossa creatura, gli chiesi se anch’io potevo immergermi nelle acque del lago per guarire la mie ferite.
Le esalazioni di risposta, scure come la notte, furono impietose. Disse che avevo già contaminato una volta il lago, e che non mi avrebbe permesso di farlo nuovamente.

Il dolore che provai quella volta, non fu dato dalla ferita alla zampa.

Guscio sparì così com’era giunto.
Musonero e Trepassi puntarono dritti verso il fitto del fosco che avevo alle spalle, le cicatrici che avevano sostituito le ferite, erano scure e ben evidenti, pensai che, se per ogni scontro avessero subito ferite del genere, presto non avrebbero avuto la forza di proseguire.
Chiesi a Trepassi, dove fossimo diretti.
Al rifugio, fu la sua risposta.

La cosa mi allietò un po’.

Capitolo 14

Quando ritornammo al rifugio, i miei pensieri si placarono, osservai attentamente le creature che lo abitavano, immaginai che ognuna avesse potuto raccontare la propria esperienza con quei parassiti. Effettivamente quasi tutte conservavano il ricordo di quegli incontri, con cicatrici e amputazioni in diverse parti dei loro corpi.

Musonero sparì quasi subito alla mia vista balzando via leggero e mescolandosi con altri suoi simili. Trepassi invece si limitò ad osservare i dintorni, come se volesse monitorare la situazione per accertarsi che tutto procedesse bene in quel luogo.
Lo lasciai ai suoi pensieri e mi  diressi verso le vasche dall’altro lato del rifugio.
Gli involucri, tra i quali c’era quello che mi aveva ospitato, erano tenuti li di fianco, ormai quasi avvizziti.
Le vasche erano grandi abbastanza da contenere una creatura  dalle dimensioni notevoli, avvicinandomi notai che contenevano del liquido, simile per torbidezza e colore a quella del lago, ed all’interno galleggiavano dei piccoli ovuli, grandi quanto una pigna, che rimanevano sospesi nel liquido, ondeggiando debolmente.

Il ciclo continuava.

Fu quello che pensai, fino a quando quelle vasche sarebbero rimaste intatte, quel luogo avrebbe garantito la sopravvivenza per quelle creature, per me, e per l’entità stessa.

L’unica cosa che potei fare allora, fu quella di aiutare il bosco a sopravvivere.
Combattere per lo scopo.

Scritto da Vincenzo Di Pino

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