Potrei non essere io: Di Vincenzo Di Pino – Capitoli 15 e 16 (di 22)

Potrei non essere io. Capitolo 15. Posso dire che in quel lungo periodo di permanenza le mie capacità di sopravvivenza migliorarono, non poco.

Fu tale istinto a tenermi in vita in diverse occasioni, e fece la grossa differenza tra me e le altre creature.
Lì dove esse lottavano fino allo stremo, io mi limitavo a indietreggiare e valutare le mie potenzialità di riuscita.
Potrà sembrare da codardi, ma la realtà è ben diversa da qualsiasi ideale, fosse anch’esso il più nobile, che richieda un sacrificio.
Esso, quell’istinto naturale che stabilisce il limite da non superare, mi permise di lottare a lungo e di studiare modi migliori per affrontare quei parassiti. Non che questo ci permise di sopraffarle, comunque ne evitò una veloce proliferazione.
Le esplorazioni si fecero più frequenti, la zona contaminata avanzava inesorabile, e con tutte le ferite che riportavano le creature (e anch’io) era difficile rimpiazzare i vuoti dei caduti poiché le vasche, così mi fu detto, non riuscivano a generare più, come prima, nuovi rimpiazzi.
Musonero perì poco dopo il rientro dal primo scontro cui partecipai, risucchiato via da quegli orribili tentacoli bianchi.
O almeno sperai fosse morto.
La luminescenza degli alberi andava sempre più diminuendo, difficile fu per me riuscire a orientarmi, visto che l’ambiente attorno, a ogni esplorazione, sembrava sempre differente.
Le ferite che subivo si rimarginavano con fatica.
Una volta provai a immergermi nelle acque di uno dei fiumi che avevamo incrociato, pensai che, visto il ricongiungimento con il lago, avrebbe avuto lo stesso potere curativo, lo feci di nascosto da chi mi stava accanto.
Purtroppo dovetti ricredermi, quando ne fui quasi ustionato dopo averci immerso una zampa.
Capii come quel bosco, quell’entità, arginasse il suo male delimitandone l’avanzata, con quel suo naturale confine letale.
Tornato al rifugio, dovetti attendere a lungo prima di poter effettuare un’altra esplorazione.
Ad accompagnarmi, in quella successiva, fu Occhiosolo.

In verità, le mie esplorazioni, non erano diverse dalla prima, dal modo in cui avvenivano. Fui sempre io a seguire il duo che avanzava verso l’uscita del rifugio, anche collaborando alla causa, non mi fu mai chiesto esplicitamente di intervenire.
Era come vivere in una pacifica convivenza, io non arrecavo danni a loro, permettendomi così di stargli vicino.

Occhiosolo si accompagnò a una creatura nera dal corpo di bisonte, aveva le zampe simili a quelle di un felino ed era privo di corna, e con una coda serpentina.
Fumo, questo è il nome che diedi a quella creatura, perché era piuttosto solitario e le poche volte che lo vidi comunicare, esalò sempre pesanti tonalità di color grigio, come il fumo di un comignolo.
Per quanto sembrasse grosso e impacciato, si muoveva come se avesse le ali ai piedi, il suo corpo, strano a dirsi, era incredibilmente sinuoso.
Mentre si muoveva tra gli alberi, la coda gli si avvolgeva attorno come a studiarne le condizioni.
Quando poi fummo in prossimità di una zona assediata da quei luridi parassiti, intuì quanto utile fosse quel suo gesto.
Di fatti, ci permise di individuare molti dei bozzoli aggrappati sui rami più alti degli alberi ancora sani.
La coda si avvinghiava al tronco mentre Fumo comunicava la scoperta agitando la testa e smuovendo il terreno con le zampe.
Riuscimmo a eliminarne parecchi.
I bozzoli, non ancora avvinghiati agli alberi, facevano penzolare i loro tentacoli nel vuoto, e come spinti da un debole vento, fluttuavano fino a quando non entravano in contatto con il tronco dell’albero assediato.
Allora i tentacoli si aggrappavano a essi strisciando lenti e ramificandosi, intrecciandosi, sovrapponendosi agli altri tentacoli fino a coprire completamente l’albero, facendolo piegare al loro peso.
Una parodia di un corpo che lentamente si accascia, sfinito dalla malattia che lo affligge.
Fin quando si riusciva a eliminare il bozzolo prima che avvinghiasse l’albero, c’era possibilità di salvarlo.
Altrimenti, era una condanna inevitabile, e noi potevamo solamente rimandarla.

Ci fu lo scontro, quando vidi Occhiosolo sfrecciare, nel tenue riflesso dei pochi alberi ancora sani che ci circondavano, e schiantarsi su qualcosa che fu sbalzata via.
Dei tentacoli si alzarono in alto, corde tiranti di un teatrino dei mostri che si andò a formare d’innanzi a noi.
Spuntarono dal nulla, non ricordo quanti ne erano, la poca illuminazione m’impedì di controllare.
Solo una volta le avevo incontrate, dopo la mia prima esperienza con loro, ma non riuscì a far nulla, allora, perché indietreggiammo senza esitare.
Fumo travolse un’altra di quelle creature terrificanti e sparì nell’oscurità, l’uccello rosso, che ci accompagnava, non fece in tempo a scappare e fu afferrato da un tentacolo vagante, poco più in alto dalla mia postazione.
Occhiosolo si sollevò sulle due zampe posteriori e, come un orso impazzito, cominciò a fendere l’aria e colpire tutto ciò che gli passasse vicino.
Fu attaccato da due di quelle creature prigioniere, i loro movimenti erano impacciati, come se lottassero, tra l’imposizione a loro sottoposta e quel loro barlume di vita che li spingeva a opporsi.
Fu un bene per Occhiosolo che ne approfittò per evitare il peggio.
Quando rividi Fumo, sbucare al mio fianco e travolgere chi gli fosse davanti, fui colto da rabbia per la sensazione d’impotenza che avevo nei confronti di quegli abomini.
Tuttavia, l’impeto con cui vidi combattere i due esploratori, mi spinse ad agire, muovermi rapido e cercare il confronto.

L’oscurità, in quel momento, mi fu alleata, non potendo vedere cosa ci circondasse, potei contare solo sulla mia determinazione.

Il primo impatto non fu dei migliori, fini semplicemente con lo scontrarmi con una di quelle creature, senza neanche riconoscerne la forma o la dimensione.
Prima di colpirlo, accennai a un balzo, così facendo riuscì a ricadere con facilità sulle zampe, e soprattutto mi diede la forza giusta per abbatterlo. Sparì dalla mia visuale, e mi guardai attorno per cercare un altro obiettivo.
In un baluginio in lontananza, vidi Occhiosolo piegato su qualcosa, lo raggiunsi, cercando di muovermi furtivamente per non essere visto. Lo vidi lì, esalava rosei sprazzi di dolore mentre con le possenti zampe anteriori squarciava la carcassa coriacea di quell’involucro biancastro. Non era la prima volta che vedevo Occhiosolo combattere in un modo così impetuoso, ma credo che in quel momento qualcosa in lui fosse cambiato, per quanto possibile.
Egli non si limitò a dilaniare i tentacoli intrecciati, ma affondò i suoi artigli fino in fondo, nella creatura imprigionata all’interno.

Voglio immaginare che quello fu un gesto di solidarietà per un suo simile, ridotto in quelle condizioni. Un modo per liberarlo dalla sofferenza.

Le zampe gli fumavano, dal contatto con quei tentacoli e dalle ustioni che ne furono la conseguenza.
Quando il corpo senza vita della creatura imprigionata, smise di dibattersi, Occhiosolo lo abbandonò lì senza rimorsi e si lanciò, nuovamente, nell’oscurità.
Mi voltai nella direzione, dove era sparito e provai a seguirlo.
Incontrai, invece, Fumo che cercava di afferrare un tentacolo di un bozzolo che si era già avvinghiato al tronco di un grosso albero.
Il tentacolo si muoveva sopra di lui, ma era troppo in alto perché Fumo potesse colpirlo.
Mi ci vollero pochi passi, un balzo mirato sul dorso di Fumo, e una spinta decisa verso l’alto, per balzare su e afferrare il tentacolo penzolante.

Prima ancora di decidere come agire, balzai su deciso a fare qualcosa.

Le zampe cominciarono a pizzicare, mentre i miei artigli tentavano di fare presa sul tentacolo.
Ero lì penzolante e non sapevo quale sarebbe stata la mia prossima mossa. Avrei potuto troncare il tentacolo, pensai, ma alla fine non sarei riuscito a fermare la sua avanzata.
Dovevo puntare su qualcos’altro, raggiungere il bozzolo aggrappato al ramo più in alto, ed eliminarlo, così avrei dato significato a tutto quello che stavo facendo.
La salita non fu facile, gli artigli facevano più fatica a trovare appiglio a mano a mano che risalivo il tentacolo.
Oltretutto le zampe cominciarono a bruciarmi, a contatto con il liquido che fuoriusciva dai tagli, degli artigli, sul parassita bianco.
Quando giunsi quasi in cima, riuscì a intravedere il bozzolo, era fissato al ramo a testa in giù, ancorato a esso con una specie di corto collo giallastro, come un frutto maturo pronto a essere colto.
Era più grande di quelli che di solito vedevo cadere dall’alto, probabilmente una volta aggrappatisi all’albero, ne succhiavano la linfa vitale per crescere e allungare i loro tentacoli.
Sbuffai sfumature di dolore mentre cercavo di mantenere l’equilibrio per non cadere, il dolore era insopportabile e non mi permetteva di ragionare lucidamente sulla prossima mossa da compiere.
Guardai in basso, cercando conforto nelle figure amichevoli di Occhiosolo e fumo, ma era tutto buio e le poche luminescenze si spegnevano nell’oscurità. Quando le zampe cominciarono a perdere la presa, istintivamente balzai in alto afferrando il bozzolo.
Con le zampe posteriori penzolanti, provai a darmi la spinta per strapparlo dal ramo, ma fu tutto inutile.
Allora, mentre sentivo le zampe anteriori cedere alla stanchezza e al dolore, provai ad aggrapparmi anche con quelle posteriori, e con un movimento scoordinato risalì quel tanto che bastava per avere a portata di muso l’artiglio giallastro che lo teneva fissato al ramo.

Chiusi gli occhi e lo azzannai.

Fu tale il dolore che provai, da non ricordare quanto tempo ci impiegai, e con quali difficoltà, a strapparlo via.
Cademmo entrambi al suolo ancora aggrappati, quando ripresi i sensi, sentii i tentacoli del bozzolo, quelli ancora sani, afferrarmi il corpo. Ero senza forze, potevo solo assistere a quanto mi stesse accadendo.
La fortuna, o il destino, volle che Fumo fosse ancora lì e si accorgesse di cosa stesse accadendo.
Si lanciò sui tentacoli, calpestandoli e dilaniandoli con i denti, e subito dopo si occupò del bozzolo, spostandomi, senza troppa cura, di lato e completando l’opera.
Provai un forte sollievo, una volta libero da quel parassita, ero molto debole e rimasi sdraiato, in modo scomposto, lì per terra senza curarmi di cosa accadesse attorno.

Poi i sensi vennero meno e svenni.

Quando riaprii gli occhi, tutt’attorno era buio, senza neanche muovermi da quella posizione, voltai la testa cercando un bagliore qualsiasi nell’oscurità ma nulla.
Allora mi alzai, ero ridotto davvero male, le zampe mi dolevano e, oltre a varie ferite sul corpo, avevo il muso in pessime condizioni, e il dolore era talmente forte che gli occhi mi si velarono.
Tentai di camminare, e se pur zoppicando, vagai lì attorno in cerca di qualche cosa. Qualsiasi cosa.
Quando fui abbastanza lucido da poter osservare meglio l’ambiente attorno, vidi un paio di familiari occhi cremisi in lontananza.
Risaltavano abbastanza da darmi una direzione da seguire.
Trovai Occhiosolo, di spalle, voltato nella mia direzione, la sua sagoma cominciò a prendere forma e poco più in la intravidi anche Fumo, di fronte al suo compagno di esplorazione.
Provai a esalare qualcosa, ma non ci riuscì.
Le due creature mi fissarono per qualche secondo e poi, quasi all’unisono, s’incamminarono verso un sentiero che avevamo di fronte.
Non potei fare nulla, se non seguirli e sperare di giungere in un luogo sicuro quanto prima.
Un altro di quegli uccelli rossi si era unito a noi, indicandoci la strada, ci guidò fino a una zona abbastanza illuminata da permetterci di proseguire da soli.
Presto giungemmo lì, dove si andava solo quando la necessità lo imponeva.
Giungemmo al lago, come la prima volta, sbucando all’improvviso in quell’ampio spazio dalle grandi volte di rami intrecciati e dalle sue acque placide.
Occhiosolo e Fumo, sostarono sul quel manto erboso per qualche minuto, potei osservare i loro segni su tutto il corpo, la battaglia doveva essere stata terribile.
I due s’incamminarono verso la riva del lago e procedettero, come già avevo visto in precedenza, immergendosi nelle acque lentamente, e avanzando verso il suo centro.
Poco dopo s’immersero completamente fino a sparire, lasciando solo dietro di loro fumi biancastri.
Rimasi solo, di Guscio nessuna traccia.
Una volta Occhiosolo mi disse che Guscio, date le gravi circostanze, risaliva spesso i fiumi che sfociavano nel lago per indagare sulle condizioni del bosco.
Pensai, ricordo bene, che dovesse essere in giro da qualche parte, nelle profondità oscure di quel bosco maledetto da quella piaga.
I miei pensieri furono scossi da lancinanti dolori al corpo, sentivo che presto avrei perso i sensi, e la paura di non sapere cosa mi sarebbe successo ebbe il sopravvento.
Cominciai ad ansimare, sbandavo in tutte le direzioni cercando un po’ di pace, ma il dolore non voleva abbandonarmi.
Mi fermai e cominciai a fissare le acque torbide, avevo di fronte la soluzione alla mia sofferenza.
Non riuscii a pensare ad altro che alla possibilità di immergermi quel tanto che bastava per sollevare le mie fauci doloranti, gli occhi ormai ombrati e tutte quelle ferite, vecchie e nuove, che mi tormentavano.
Tirai un profondo respiro e mi avvicinai alla riva del lago.
Le esalazioni di Guscio, che vietavano di immergermi in quelle acque, mi ritornarono alla mente, e non fecero altro che alimentare il mio dolore.
Non meritavo tutto quello, pensai, e senza esitare avanzai nelle gelide acque.
Senza esitare minimamente avanzai verso il centro, fino a nuotare a quattro zampe.
Fu come se mi togliessero di dosso una pesante cappa, rovente e piena di aculei, il mio corpo cominciò a sprigionare dei fumi bluastri, solo poi mi resi conto della differenza con quelli esalati da ogni creatura immersa in quel lago.
Allora fui troppo preso da quella sensazione di benessere.
Quando, infine, m’immersi completamente nelle sue acque, la sensazione di sollievo fu tale che mi sentii leggero, quasi come se fossi anch’io fatto della stessa sostanza che riempiva quel lago.

La testa mi girò forte e, all’improvviso, svenni.
Riaprì gli occhi disteso sulla riva asciutta del lago.
Così come la prima volta che mi ci immersi, ebbi una sorta di visione, sogno o viaggio che mi lasciò fortemente perplesso. Il dolore era sparito, e con facilità mi sollevai. Mi voltai per cercare Occhiosolo e Fumo, ma non li trovai.
Poco più avanti, quasi vicino al limitare del bosco, a fissarmi c’era Guscio.
I suoi occhi inespressivi, mi resero nuovamente ansioso, sapevo che quello che avevo fatto avrebbe avuto delle conseguenze, e senza aspettare, feci la prima mossa e avanzai verso di lui.
Gli fui vicino, ero pronto a tutto, avrebbe potuto colpirmi, forse uccidermi pensai, tuttavia sarei morto lo stesso se non mi fossi curato.
Guscio fu diretto, le sue esalazioni, non mascherarono disgusto, per il gesto, e rassegnazione.
Mi disse che ero un pericolo per l’entità, che quel mio gesto era stato causa di sofferenza per esso.

Rimasi impietrito.

Continuò dicendo che sarei dovuto morire, per tutto quello, tuttavia le due creature che avevano viaggiato con me, erano testimoni di quanto avevo fatto per aiutarli.
Mi disse infine che non mi sarebbe più stato possibile tornare al rifugio, e che avrei dovuto abbandonare quel luogo immediatamente. Mi sentìi perso in quel momento, ero completamente allo sbando.
Proferii timide esalazioni di scuse, ma fui subito stroncato da un fendente di Placca, che mi sfiorò quasi il muso.
Il messaggio fu chiaro, a malincuore dovetti indietreggiare e senza voltarmi mi lanciai nel fitto del bosco, non sapendo neanche dove andare.
Affrettai il passo, cercando di raggiungere la zona più illuminata, evitando così di cadere in spiacevoli incontri.

Per quanto fossi convinto di aver avuto come unica possibilità, quella di immergermi nelle acque del lago per guarire, fu forte il senso di colpa per quanto accaduto.
Avevo cercato in tutti i modi di rendermi utile, per salvaguardare il bosco, le creature e me stesso, ed alla fine rischiavo di essere una delle cause principali di tutto quello.

Proseguii senza sosta, volendo semplicemente allontanarmi da quel luogo: forse da tutto.
Sentì il bisogno di riposarmi, mentalmente, mi sentivo smarrito, e tutto quello che mi era accaduto, da quando mi ero accompagnato con Occhiosolo e Fumo, mi rimbombava nella mente senza tregua.

C’erano alcune ferite che nemmeno i prodigi di quel lago potevano guarire.

Mi fermai, in una zona abbastanza illuminata, e mi lasciai cadere sul manto erboso, chiusi gli occhi e sospirai, cercando di dimenticare.

Capitolo 16

Fui sull’orlo di una crisi di nervi.
O forse ne fui travolto a tal punto da raggiungere un equilibrio delirante.
Cominciai a dubitare su tutto quello che era accaduto sino a quel momento, le forme, i colori, le sensazioni e i volti vissuti sulla mia pelle. Il corpo mutato, i sensi stravolti, la concezione stessa della vita e della morte mi sembrarono incubi di una mente malata, sottomessa a sostanze allucinogene, o forse compromessa da una malattia incurabile.

Avevo paura di aprire gli occhi, di ritrovarmi proiettato in quell’opprimente mondo, vittima anch’esso di un male che lo corrodeva all’interno.
Viaggiai talmente con la mente, da estraniarmi dal corpo e da ciò che mi circondava.

Potrei dire di essere rimasto in quelle condizioni per mesi, anni … non farebbe differenza, non adesso.

Mi fu difficile riprendere il controllo su me stesso. Le sensazioni erano amplificate, portate allo stremo.
… la mia mente operava, ma nel corpo di qualcun altro ….
Lentamente, mi s’insinuò quel pensiero e, seppur folle, fu come un appiglio ove aggrapparmi per risalire da quel baratro in cui ero caduto.
Aprii gli occhi, di fronte avevo un enorme tronco, alto e rigoglioso, emanava un intenso bagliore, di un profondo rosso, nel risalire con lo sguardo fin su ai rami più alti e notai che anche le foglie, larghe e ondulate, emanavano un tenue bagliore più chiaro e, aguzzando la vista, lievemente intermittente.
Come delle deboli pulsazioni, incostanti nel loro susseguirsi, bensì piene d’intensa vitalità. Era il bosco a pulsare, l’entità che mi circondava, anche gli alberi attorno emanavano lo stesso bagliore e pulsavano quelle luminescenze dalle loro foglie.
Mi stiracchiai, come avrebbe fatto un qualsiasi felino dopo un lungo riposo ristoratore.

… un gesto così istintivo, innocuo, eppur dannatamente pieno di significato per me, in quel mondo così pieno di stranezze …

Mi sollevai e affondai le zampe nel morbido manto erboso.
Quell’erba, non potendo attribuire altro nome a essa, scura come la notte lì era particolarmente alta e il terreno al di sotto era fresco e umido, lo sentii pulsare anch’esso.
Non allo stesso modo delle foglie, più lungo e fievole, come un sospiro sussurrato e intervallato da lunghe pause.
Finii con il sentirmi piccolo e insignificante, tutto attorno avevo la vita, che si rifletteva in tutto ciò di visibile e non che facevano parte di un unico essere vivente.
Allora che ruolo avevo io lì?

Ero parte di esso? O ero un intruso, un visitatore, un parassita.

Ecco cosa mi turbava, cosa mi aveva lasciato disteso in quel luogo a piangermi addosso, fino quasi a impazzire. Non riuscivo a credere di essere diventato, o essere sempre stato, simile a uno di quei parassiti.
Mi sentivo così impotente di fronte a quel pensiero, o non volevo ammettere che fosse la realtà. Avevo fatto di tutto per contribuire alla salvaguardia di quell’essere vivente, tuttavia non abbastanza da meritarmi una qualsiasi sorta di riconoscimento. Ero stato egoista, pensai, ogni volta che giungeva il momento di sacrificarsi per esso, mi tiravo indietro scappando via lontano.

A cosa sarebbe servito il mio sacrificio? Forse a tardare per qualche momento l’avanzata dei parassiti.

Come combattere quella paura di lanciarsi verso il proprio destino? Ecco forse il dubbio reale, che mi stringeva la mente così incessantemente.
Il mio destino, non fu mia scelta quella di finire laggiù.
Ero proiettato in un mondo che non conoscevo, che mi respingeva e mi faceva paura.
Una volta appreso ciò che accadeva, perché mai avrei dovuto sacrificare me stesso per qualcosa di cui mi rifiutavo di credere quasi del tutto.
E se quell’essere senziente fosse stato esso stesso il male, magari di qualcosa di più grosso o inimmaginabile.

Perché avrei dovuto sacrificare la mia vita per la sua?

Eppure, dentro di me sentivo, di essere vicino a quell’entità, forse a causa del corpo che mi ospitava, tuttavia chi può dire di non aver mai dato retta all’istinto.
Almeno una volta nella vita.

La verità era che per quanto fossi stato cacciato, dopo tutto quello che avevo fatto, sentivo forte ancora quel legame, quasi viscerale con il bosco.
Forse, pensai, non sarei mai più andato via da quel posto, ma se avessi trovato solo una possibilità seppur minima di andarmene, quella sarebbe stata la ragione di quell’instancabile voglia di vivere, dettata da un istinto di sopravvivenza così forte.

Volevo tornare a casa, e nessuno mi avrebbe impedito di provarci, e comunque di crederci.

Decisi, infine, di continuare a seguire l’istinto, di proseguire sui mie passi, fare il possibile per proteggere l’entità, e ciò mi avrebbe dato la possibilità di mantenere accesa la speranza per un mio ritorno a casa.
… Mi rimase solo da decidere cosa fare …

E soprattutto dove andare.
Di certo non avevo intensione di rimanere in quel luogo, per quanto tranquillo, non mi avrebbe permesso di capire cosa stesse accadendo in giro.
Avevo combattuto per lungo tempo, con le altre creature, sentivo la necessità di capire, di sapere quanto la piaga di quei parassiti si stesse allargando e dove sarebbe stato più giusto attaccare per impedirgli l’avanzata.
In alcun modo sarei riuscito a trovare la strada per tornare al rifugio, non avevo punti di riferimento, nessun’indicazione o ricordo, neppure affidandomi ai miei sensi sviluppati, e a quelli mancanti soprattutto.
Allora non feci altro che scegliere una direzione del tutto casuale.
Avevo un obiettivo, proseguire fin nelle profondità del bosco, lì dove quella surreale vegetazione perdeva il suo vigore e la sua luminescenza, li avrei potuto incontrare dei parassiti da combattere, e se sarei stato fortunato, magari un gruppo di esploratori in ricognizione.

Volevo ritornare al rifugio, magari sarei riuscito a convincerli a darmi un’ultima possibilità.

Non ci misi molto, nel mio girovagare, a trovare una parte del bosco con i segni della corruzione di quei parassiti, e la cosa non mi allietò.
Mi ci inoltrai fino a giungere in luoghi poco illuminati e più avanti fino a spingermi sul limitare della zona oscura, dove il buio regnava.
Rimasi ai margini a lungo, osservando attentamente e cercando, per quanto possibile, di intravedere bagliori o movimenti.

Mi feci coraggio e decisi avanzare.

I miei occhi, erano abbastanza allenati, e sfruttavano qualsiasi fonte d’illuminazione, anche la più flebile, così come avevo visto fare a molte creature senza avere a disposizione l’uccello guida.
Affondai le zampe nell’erba, corta e avvizzita, mi concentrai cercando di sentire qualcosa.
Un sussulto debolissimo, impercettibile a chi non fosse attento, mi rincuorò, c’era ancora vita in quel luogo.
Debole, esausta, ma c’era.
Indicava, inoltre, che lì i parassiti erano ancora in azione, da qualche parte, pensai, di sicuro tentavano di avvinghiare i pochi alberi ancora integri per sopprimerli e rendere la zona, morta.
Sfiorai con le zampe gli alberi che avevo di fronte, sollevandomi su quelle posteriori per scrutarne una superficie più ampia, non c’erano tracce di tentacoli anche se, visto le condizioni dell’albero, spento e leggermente ricurvo, in alto sui rami riflettei, dovevano esserci uno o più bozzoli, arpionati ai rami, che ne succhiavano la poca linfa vitale rimasta.
Presto sarebbero spuntati i tentacoli, scivolando lentamente verso il basso per terminare l’opera.
Dovevo agire in fretta, dovevo puntare grosso.
I bozzoli erano il mio obiettivo, i tentacoli si potevano combattere, ma anche amputandoli, avrebbero proseguito nel loro intento, invece eliminando i bozzoli, estirpandoli dal loro legame con l’albero, avrei assicurato in quel luogo qualche attimo di pace, e forse se gli alberi avessero avuto abbastanza forza, avrebbero potuto recuperare un po’ della loro luminescenza vitale.

Sospirai verdi intensi e iniziai l’arrampicata.

Così pieno di energie, recuperate grazie al mio gesto egoistico, riuscii senza fatica a salire fin su in cima, sentì sfiorarmi dai corti tentacoli che andavano formandosi dai bozzoli in cima.
Effettivamente c’e’ ne era più di uno, tre per l’esattezza, uno più grande rispetto a gli altri due, e pieno di tentacoli.
Questa volta, a differenza dell’ultima, cercai di sopraffare i bozzoli salendo in cima al ramo, e sfruttando le energie ritrovate, artigliandone i corti arpioni conficcati nella corteccia.
I colpi che diedi erano pieni di rabbia e, disinteressandomi del male provocato dal contatto con quel liquido che ne fuoriuscì, in poco tempo scaraventai giù i due bozzoli più piccoli.
Lasciai che il dolore si affievolisse, prima di occuparmi del bozzolo più grande.
Erano suoi i tentacoli che avevo incontrato durante l’arrampicata, avrei dovuto fare in fretta prima che essi risalissero per avvinghiarmi, se così fosse stato, sarei di sicuro perito in quel luogo.

Conoscevo un unico modo per farlo.

Mi mossi veloce, mi avvinghiai a esso mordendo, senza tanti complimenti, il corto collo nodoso che lo teneva legato al ramo.
Prima ancora di poter prepararmi a quanto sarebbe accaduto, il dolore esplose letteralmente nelle mie fauci. Fui tentato di mollare la presa, ma sapevo che avrebbe vanificato tutto quello che avevo fatto fino a quel momento. Sentivo sotto il mio corpo, teso a non perdere la presa, i tentacoli muoversi lentamente per riportare su le loro estremità nel tentativo di afferrarmi.
Non lasciai che il dolore avesse la meglio e strinsi di più affondando i miei denti aguzzi fino a lacerarne l’appiglio.
Cademmo giù entrambi, ma quella volta fui abbastanza rapido da atterrare sulle quattro zampe, senza particolari problemi.
Agitai la testa violentemente cercando di farmi passare il forte dolore, dovevo affrettarmi a concludere con quei bozzoli, altrimenti i loro tentacoli sarebbero sprofondati nel terreno trascinandosi con essi i loro corpi bitorzoluti. Sarebbero divenute delle trappole naturali per le sfortunate creature che sarebbero passate di li, facendole divenire quegli orrendi esseri claudicanti.
Allora saltai con tutta la forza su uno di essi, non avevo la forza necessaria nelle zampe e dovetti ingegnarmi per rendere il gesto efficace.
I due bozzoli piccoli cedettero facilmente, e mi ci volle tutta la mia rabbia per dare la forza d’impatto necessaria per frantumare il bozzolo più grande.
Cercai ristoro, alle ferite procuratemi alle zampe, affondandole nel terreno, forse fu solo impressione, ma il dolore sembrò svanire in fretta.

Lì, fermo a fissare quella poltiglia fumante mescolarsi all’oscurità, mi diede forza, energia sufficiente a continuare.
Non feci altro che proseguire nella mia ricerca, osservando e tastando qualsiasi albero mi si presentasse davanti, la ricerca fu lunga, e mi permise si buttarne giù altri.

Non ricordo quanti parassiti eliminai quella volta, ero troppo preso dal come trovare la forza per proseguire, in alcuni casi mi sentì come venir meno, ciononostante la determinazione a portare a termine quell’atto andava ben oltre.
Quando fui certo di non riuscire più a proseguire, mi limitai ad allontanarmi da quel luogo, cercando di ripercorrere il sentiero che mi aveva portato li.

Al limitare della zona illuminata incrociai il volo di uno di quegli uccelli dalla luminescenza gialla e dal becco sottile.
L’uccello mi volteggiò in testa e si andò a posare su uno dei rami più bassi.
Sbatté le corte ali, un paio di volte, poi rimase immobile a fissarmi, apparentemente, fece un secondo gesto con le ali e poi tornò a volare, basso e vicino alla mia testa.
Tentai di comunicare con lui, esalai molteplici sfumature di rosso e blu per attirare la sua attenzione, ma l’uccello non sembrò interessato a quello spettacolo.
Con un paio di movimenti nervosi, il volatile si allontanò e sparì nell’oscurità del bosco alle mie spalle.
Non riuscire a comunicare con lui, m’infastidì parecchio, feci il possibile per intuire il significato di quell’incontro, ma non ottenni nulla.
Una volta ripreso il mio cammino cercai un luogo, al mio avviso tranquillo, per riposare il mio corpo ferito, non che ne avesse realmente bisogno, ma certe abitudini erano difficili da cambiare.

Ne approfittai comunque per riflettere su quanto accaduto.
Avevo acquisito una nuova consapevolezza di me, avevo ben chiaro quali fossero i miei dubbi e le mie, seppur poche, certezze.

Dovevo solo resistere e sperare che presto qualcosa cambiasse.

Tuttavia ciò non avvenne così presto, proseguì con le mie incursioni cercando di recuperare, per quanto possibile, zone del bosco vicine tra loro, in modo da delineare una sorta di area sicura.
Mi ci volle del tempo, ma alla fine ottenni dei discreti successi, le zone libere riacquistavano quel po’ di luminescenza che faceva ben sperare in una ripresa maggiore.
Di contro, il mio fisico cominciava a subire gli effetti di quelle incursioni, ogni scontro finiva con qualche ferita di troppo, le fauci cominciarono a dolermi a tal punto da non riuscire quasi più a esalare anche il più leggero sbuffo, non che avessi modo di parlare con qualcuno.

Presto il mio corpo non avrebbe retto qualche altro scontro.

Tracciai, con il tempo, una sorta di area di riferimento, che mi avrebbe permesso di avere un luogo di ritrovo, un punto di ritorno.
Di seguito, tentai più volte di andare oltre la linea immaginaria che mi ero imposto per non rischiare di perdermi.

… non che sapessi realmente dove fossi …

Ogni volta, cercavo di darmi un punto di riferimento, un ramo piegato, una forma particolare di un tronco o qualsiasi cosa mi risultasse evidente.
C’erano zone rigogliose, dove la luminescenza raggiungeva l’apice facendo brillare l’erba sottostante in uno splendido scenario.
Altre invece denotavano un iniziale stato di contagio.
S’intuiva, quasi come se i colori stessi del bosco mi parlassero, che qualcosa di malato aleggiasse in quei posti.
Nel mio girovagare, allargai il confine che mi ero imposto fino a che non giunsi in una zona dove il terreno subiva una leggera pendenza.
Avendo come riferimento quella naturale delimitazione, mi feci coraggio e mi spinsi oltre, risalendo il leggero pendio senza tanto badare a quanto mi allontanassi.
L’erba, in quel posto, cresceva bassa e, quando la pendenza aumentò, sparì quasi del tutto.
Intravidi un terreno asciutto, molto più spesso di quello tastato sotto il manto erboso.
Gli alberi seguivano la pendenza, inclinandosi sul terreno, calando i loro rami più in basso, intrecciandosi e rendendo il prosieguo più difficile.
Mi fermai, quando giunsi a un punto in cui la pendenza non permetteva una facile arrampicata e gli alberi s’intrecciavano a tal punto da creare un muro di foglie e rami.
Sostai in quel punto per un po’, cercai di rimettere in sesto i pensieri e i dubbi che ancora mi giravano nella testa.
Ne approfittai intanto per studiare meglio ciò che mi circondava.
Li, la luminescenza era scarsa e gli alberi, a guardarli meglio, assottigliavano i loro tronchi, contorcendosi fino a intrecciarsi con quelli più vicini.
Quando mi ripresi da tutti quei pensieri, mi rimaneva solo da decidere se proseguire o tornare indietro.

Si instillò in me la necessità di sapere, di proseguire e capire dove sarei arrivato.
L’ambiente così diverso, da quello visto sino a quel momento, faceva presagire un cambiamento, e magari una via d’uscita da quel luogo. La mia lucidità andava diminuendo e non riuscivo a mettere bene a fuoco i pensieri, a volte anche gli occhi mi tradivano facendomi crescere il disagio.
Infine decisi di proseguire, ragionai su a lungo, finì con il considerare che non avevo comunque nulla da perdere, tentare almeno mi avrebbe alleggerito dai dubbi.
Cominciai a scostare con le zampe i rami più sporgenti, i primi si mossero con facilità, tuttavia a mano a mano che proseguivo l’intreccio, si faceva più intricato e resistente. Serpeggiai in quell’intreccio non sapendo bene dove stessi andando, mi aiutavo spesso con le zampe posteriori dovendo, più volte, ritornare sui miei passi e proseguire in un’altra direzione.
Il buio sopraggiunse, quando mi arrischiai maggiormente in profondità.

Quando intravidi un bagliore nell’oscurità, dovetti fermarmi, ero giunto a un punto intransitabile.

Scostai gli ultimi rami che avevo d’innanzi, ritrovandomi a fissare una parete che emanava una luminescenza biancastra, era attraversata da un’infinità di venature, di colore simile agli alberi.
Tentai di scavare in basso, spostando rami più grossi che avevano ceduto al peso, poggiandosi sul terreno.
Lì mi accorsi che la parete si univa al terreno, divenendo un unico blocco massiccio, tentai si spostare i rami alti, anche lì la parete proseguiva per tutta l’altezza.
Allora osservai quel muro per tutta la sua ampiezza, le venature che lo attraversavano espandevano la loro luminescenza pulsante, muovendosi, almeno apparentemente, sulla sua superficie.
Il movimento era sinuoso e quasi impercettibile, e seppur non completamente lucido, riuscii infine ad accorgermene.
Le osservai a lungo, cercando in seguito di arrampicarmi, fin quando possibile, per cercare di scavalcare quel muro, ma alla fine dovetti accettare che esso proseguiva fin sopra il tetto di foglie e rami. Non tentai comunque di andare oltre quel limite, sospettavo che non avrei avuto una buona sorte in quel luogo sconosciuto.
Decisi quindi che avrei percorso gran parte del perimetro del muro, nella speranza di trovare un accesso, una crepa o una qualsiasi via di fuga.
Presi una direzione e la seguì, movendomi lentamente a causa dei rami intrecciati. Persi la cognizione del tempo, nel tentativo di trovare qualcosa, la parete proseguiva lineare, senza apparenti cambiamenti e dopo aver percorso un lungo tratto, scelsi di tentare la sorte sul lato opposto.
Dovetti prima ritornare sui miei passi, questa volta facilitato dai varchi che mi ero creato, e iniziai a farmi strada sul lato opposto.
La prima di una lunga serie di esplorazioni non diede buoni frutti, il muro che avevo di fronte percorreva linearmente lungo tutta la superficie controllata.
Quella volta mi dovetti arrendere, infastidito ed un po’ annoiato da quella mancata scoperta.
Quando ritornai nuovamente al punto di partenza, decisi di sostare li per un po’, ragionando sulla possibilità di allargare la mia ricerca sempre più in là, fino a quando non avessi trovato qualcosa.
Infine, riflettendo sul fatto che non avevo motivo di ritornare sui miei passi decisi di proseguire, avrei proseguito su di un lato sostando se era il caso in un punto abbastanza tranquillo, e avrei proseguito in avanti, fino a che non avessi scoperto qualcosa, o mi fossi semplicemente stufato.
Quel periodo di ricerca durò parecchio, anche se non in condizioni ottimali, proseguii il mio intento convincendomi che qualcosa avrei trovato.

… Tutto quello, almeno, mi servì a liberare la mente da tutti i pensieri …

Ero concentrato solo sul proseguire nella ricerca.
E quando mi arresi all’evidenza, dopo chissà quanto camminare, che il muro proseguiva senza svolte e crepe, mi sorse un dubbio.

Era dunque quello il confine del bosco?
Avevo raggiunto il limite che circondava quel luogo?
La parete s’incurvava leggermente, come a descrivere un arco, pensai che se avesse mantenuto quella forma, avrebbe descritto una cosa simile a un cerchio, quindi potei supporre che il bosco era immerso in una sorta di conca.
Un buco senza uscita.
I pensieri tornarono ad affliggermi, la mia era solamente una supposizione, tuttora non so se valida o meno, e dovetti desistere dal proseguire la mia esplorazione, gli occhi cominciavano ad adombrarsi ogni istante di più.
Sarei potuto rimanere lì ma preferivo ritornare alla luce, anche se in minima parte, mi dava conforto.
Lentamente ritornai al punto dove avevo incontrato il muro la prima volta, avanzando senza difficoltà tra i rami spostati in precedenza.
Una volta lì, scesi dal lieve pendio fino a raggiungere sulla parte piana, rimasi lì un po’ per ricordare i vari punti di riferimento che avevo memorizzato per ritornare al mio punto di partenza, l’unico luogo che potei definire familiare, in quel momento così difficile.

Poi improvvisamente.

Mentre sostavo, sdraiato, vicino a uno degli alberi che avevo aiutato, confortandomi con la sua tenue luminescenza che aveva ripreso con una discreta intensità, sbucarono dal nulla due creature, che avrei potuto anche ignorare se non mi fossi voltato casualmente nella loro direzione.
Trepassi, così come me lo ricordavo, seppur con qualche cicatrice evidente in più, avanzava lento seguito da una creatura minuscola, simile a una lince, aveva la testa ovale, quasi serpentina, e il corpo liscio e pieno di piccole scaglie triangolari, color bronzo.
Quando li vidi, balzai sulle zampe e mi mossi nella loro direzione cercando di entrare nella loro visuale.

Ci misero poco a individuarmi.

Da i segni che avevano sul corpo, dovevano essere di ritorno da uno scontro. Mi avvicinai a Trepassi indeciso se dire qualcosa o meno.
Fu lui il primo, senza incertezze, senza rimorsi, senza nessun tipo di emozione apparente, esalò giallastre nebbioline, che m’invitavano a seguirli.
Il cuore, ricordo bene, mi batté forte, com’era solito fare quel corpo felino, Non feci in tempo a esalare nulla, che i due esploratori proseguirono il loro viaggio.
Anche quella volta non mi rimase che seguirli senza esitare, mi accodai al duo, con mille pensieri che volteggiavano nella testa.

Scritto da Vincenzo Di Pino

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