Potrei non essere io: Di Vincenzo Di Pino – Capitoli 17 e 18 (di 22)

Potrei non essere io. Capitolo 17. Attraversammo una parte del bosco che in qualche modo mi fu familiare, neanche la via di ritorno al rifugio riuscì mai a memorizzare, come se l’ambiente attorno mutasse di volta in volta.

27

Solo quando giungemmo alla nostra destinazione, mi resi conto del perché.
Giungemmo lì, sbucando da uno stretto sentiero dai rami bassi, e mi ritrovai a fissare l’enorme distesa del lago.
L’intensità della luminescenza che lo circondava era diminuita sensibilmente, non riuscì quasi a vedere chiaramente fin sulla sponda opposta a quella dove ci eravamo affacciati.
Trepassi, e il suo seguito, si mosse verso la riva, intuì subito quale sarebbe stata la loro prossima mossa.
Lasciai che s’incamminassero nella loro direzione, scrutando tutt’attorno, con un forte presentimento che qualcosa fosse accaduto, o stesse succedendo in quel momento.
Mossi qualche passo in avanti, il manto erboso non era più così fresco e morbido, alzai la testa e non riuscì a vedere più in alto dei rami bassi.
Avanzai ancora, mentre i due esploratori s’immergevano, noncuranti di tutto, nelle acque scure del lago.
Ero giunto così vicino alle sue acque da sentire nuovamente il forte desiderio di immergermi dentro per guarire dalle ferite che portavo addosso.
Le sue acque erano più torbide di quanto mi ricordassi, seppur a malincuore, indietreggiai evitando qualsiasi tipo di tentazione.
Nel voltarmi notai un corpo disteso, poco distante da me, non riuscì a riconoscerne le fattezze.
Vidi sparire nelle profondità del lago Trepassi e il suo curioso compagno, mi diressi verso la figura distesa mentre dentro di me, ricordo bene, s’insinuò un forte sospetto.
Mi mossi adagio, quasi scrutando l’aria, pronto a reagire a qualsiasi cosa.
Guscio giaceva disteso, di schiena, sembrava che stesse riposando, e l’avrei pensato se non avessi saputo che quelle creature non riposavano mai.
Gli girai attorno, indeciso se scuoterlo o limitarmi a osservarlo a distanza.
Quando lo ebbi di fronte, tremai per quanto vidi.
Le due zampe posteriori gli erano state letteralmente strappate, erano ancora visibili i brandelli di carne rimastigli attaccati.
Molte delle placche che lo coprivano, erano state strappate e i segni di una feroce lotta gli solcavano le zampe anteriori e il volto.
Una scia scura partiva dal suo corpo per perdersi vicino alle sponde del fiume, che si univa al lago, poco più in là.

Doveva essersi trascinato fin li.

Sollevai subito lo sguardo, mentre riflettei sul fatto che dei parassiti potessero essere giunti fin li, mi guardai attorno, poi in direzione del fiume, che di lì a pochi passi s’immergeva nel profondo del bosco, sparendo alla visuale.
Indietreggiai, dispiaciuto e allo stesso tempo disgustato dal corpo di Guscio, risalendo la striscia scura che aveva lasciato sul manto erboso e giunsi sulla sponda del fiume.
Mi affacciai per guardarci dentro, l’acqua lì era quasi nera.

Si delineò per un attimo il mio volto, era la prima volta che lo osservavo, anche se con fatica,con quell’acqua torbida, riuscì a osservarne le fattezze.
Il muso era spigoloso, la testa tondeggiante, gli occhi piccoli e ravvicinati, avevo tutto l’aspetto di un felino, privo di orecchie e con diverse e piccole protuberanze, simili a corna, che fuoriuscivano dalla parte alta della testa.
Gli occhi risaltavano per la loro luminosità, e davano un tono spettrale al volto.
Ne rimasi a lungo affascinato, ero io eppure non mi riconoscevo.

L’acqua ebbe un sussulto e il mio volto sparì nei suoi flutti.
Scrollai la testa, come se fossi stato risvegliato da un sogno profondo e indietreggiai osservando il fiume, qualcosa attirò la mia attenzione, lì dove il suo scorrere si perdeva nel bosco.

Con il cuore in gola mi avvicinai.

Attorcigliati, come vipere che fuoriuscivano dalla tana, i tentacoli bianchi dei parassiti, galleggiavano morenti sbucando dal limitare del bosco.
Un tentacolo ancora si dibatteva, perdendo a mano a mano il suo pallido colorito, con dei gorgoglii leggeri dell’acqua, divenendo nero e galleggiando inerte.
Poco dopo se ne aggiunse un altro, apparentemente muovendosi sinuoso nell’acqua come un serpente, ma riuscì a fare poca strada, riducendosi anch’esso come gli altri.

I parassiti erano giunti sino al lago, e Placca era stato il primo a pagarne le conseguenze, pensai che dovesse aver combattuto duramente per ridursi in quello stato, e mi sentii vicino a lui e al suo sacrificio.
Per quanto potesse servire in quel momento.
Mentre cercavo di trovare una soluzione per arginare quell’avanzata, mi ricordai di Trepassi e dell’altra creatura, potevano essere in pericolo, e decisi di avvisarli prima che fosse troppo tardi.
Guardai verso il centro del lago, qualcosa m’impediva la visuale, non riuscii a capire se fosse la poca luce o altro, dovetti trovare un altro sistema per avvisarli.
Arrampicandomi in alto sui rami, come la volta precedente, avrei avuto una visuale migliore individuando di sicuro le due creature.
Sperando che la scarsa luminosità non mi avrebbe impedito di osservare al meglio, mi lanciai verso uno degli alberi più vicini, e assicurandomi che i suoi rami volgessero verso il centro del lago, mi ci mi arrampicai, e questa volta fui più agile e rapido.
Una volta raggiunto uno dei rami più lunghi, notai che la luce era scarsa, sembrava che un velo di nebbia coprisse quei rami, da lassù potei osservare che c’era qualcosa che fuoriusciva dal centro del lago, sembrava uno scoglio, un qualcosa, dai contorni poco chiari che non aveva catturato la mia attenzione da giù. Trovai l’equilibrio giusto e senza esitare avanzai, quasi strisciando, in un punto abbastanza sicuro dove potermi affacciare.
Solo allora, per quanto può sembrar strano a dirsi, mi ricordai di quanto avevo visto nelle profondità di quelle placide acque, quella cosa, simile a un volto felino, dai profondi occhi neri, e quelle pupille dalla forma bizzarra e dal colore rosso cupo.

Essa era l’entità stessa, o almeno una sua parte.

L’acqua, vista da lassù, apparve più limpida, quasi scivolai quando capii che quello che stavo osservando in quel momento, era lo stesso volto, aveva assunto una posizione diversa, come se si protendesse all’insù, con l’enorme testa, facendo fuoriuscire dalle scure acque solo uno dei corti corni bitorzoluti che gli spuntavano dal capo.
Possibile che quell’entità, così immobile come quando la vidi la prima volta, in verità fosse libera di dibattersi nelle profondità di quel lago, di quel terreno, spinta chissà da quali intenti o emozioni.
Il volto era rivolto verso il basso e non riuscì a carpirne nemmeno un lembo. Come due punti neri, a contrasto con l’immensità di quello che stavo osservando, riuscì a intravedere le due creature immerse nel lago, mentre nuotavano lente e indisturbate avvolte dal loro bianco sfrigolio di guarigione.

Finì col dimenticarmi il motivo per cui ero salito sin li, non riuscivo a togliere gli occhi di dosso dall’enormità che fuoriusciva dal lago.

Rimasi lì a lungo, tentai di catturare qualsiasi movimento, seppur minimo, in quelle profondità … ma inutilmente.
Quando vidi le due creature, risalire in superficie e dirigersi verso la riva, mi destai dal mio osservare e mi affrettai a ritornare al tronco e poi giù, tralascerò il come, fino al manto erboso.
Quando raggiunsi Trepassi, lui e l’altra creatura erano già usciti dall’acqua, sostando nelle vicinanze del lago.
Mi posi d’innanzi a loro, e tentai di esalare parole d’allarme ma le fauci, ancora piene di ferite doloranti, m’impedirono di essere compreso.

Trepassi, fissandomi sembrò tradire una smorfia d’incomprensione, ma rimango dell’idea che fu più una mia impressione.

Provai a calmarmi e concentrandomi tentai nuovamente di farmi capire. Quella volta tentai lunghi fumi densi di un porpora cangiante cercando di rappresentare al meglio la situazione in cui ci trovavamo.
Nonostante la fatica, riuscì nell’intento e Trepassi, scrutando sino all’ultimo mio sbuffo tenue, replicò e mi stupì dicendomi che sapeva già tutto, che tutto quello era inevitabile e che non avremmo potuto far altro che proseguire nel nostro scopo.
Quanta amarezza provai, per quanto appreso, qualsiasi sforzo si facesse per impedire quell’avanzata era inutile, e quel senso d’impotenza che ne derivava, non intaccava minimamente i pensieri di quelle creature.
Tutto quello, pensai, avrebbe portato solo a una conseguenza, presto tutto il bosco, e le creature che ci abitavano, sarebbero morte, o peggio avrebbero vissuto un perenne stato di non-morte, imprigionati per sempre tra quei tremendi tentacoli biancastri.
Quando gli chiesi cosa avremmo dovuto fare in quel momento, Trepassi fu chiaro, ritornare al rifugio per salvaguardare la vera ricchezza (linfa vitale) del bosco.

Quale era questa ricchezza?

Il dubbio e la domanda filtrarono dalle fauci doloranti quasi senza il mio volere, istintivamente.
Forse in quel luogo, pensai, si nascondeva il nucleo dell’entità, che alimentava tutto il bosco, come un cuore pulsante che distribuiva il sangue e quindi la vita tutt’attorno. Forse c’erano delle energie all’interno che mi sfuggivano e che se cessate avrebbero causato la morte di tutto ciò che ci circondava.

Trepassi, esalò chiari bagliori azzurrini, pieni di significato.
Le creature erano la vera linfa vitale dell’entità, il suo sostentamento dipendeva da loro, dalla cura che esse avevano per lei, e il loro unico scopo in quel luogo, era di proteggerlo.
Andavano protette loro, e ciò che le creava …

… le vasche generatrici …

Se fossero state infettate e quindi distrutte, proseguì Trepassi, allora sarebbe stata la fine.

Ancora una volta rimasi sbalordito.
Prim’ancora di proteggere l’entità, queste creature avrebbero dovuto proteggere se stesse, era un controsenso, così devote alla difesa dell’entità eppure legate a se stesse e a un principio di sopravvivenza.
Principio che s’infrangeva contro la realtà degli eventi, dimostrato più volte nei loro sacrifici estremi per proteggere il bosco, eppure consapevoli della loro importanza nel quieto vivere, di quella sorta di simbiosi che era quel luogo.
Unico appiglio, per la consapevolezza di quelle creature, riflettei, era che fin quando le vasche avessero resistito e generato nuove forme di vita, il loro sacrificio non sarebbe stato vano e avrebbero avuto la certezza che la loro sopravvivenza non sarebbe stata intaccata.
Le creature non avevano individualità, erano una sola entità anch’esse, indipendenti da quella del bosco, tuttavia legate profondamente tra loro.
Pertanto ciò che avevo provato, in precedenza, durante i miei scontri, quell’istinto di protezione verso me stesso, e quel desiderio di aiutare l’entità, non erano dissimili da ciò che provavano le creature, l’unica differenza era che io non avevo una certezza, una consapevolezza, che il mio sacrificio mi avrebbe garantito una continuità, un proseguo di ciò che io ero.

Ero uno di loro.

Se avessi potuto piangere, lo avrei fatto.
Tutto quelle domande, che ero pronto a rivolgere a Trepassi, svanirono nella mia mente, ero lì fermo a fissarlo senza motivo apparente.
Le due creature s’incamminarono, dirette verso il rifugio, osservai ancora una volta la sagoma, più evidente ai miei occhi, dell’entità che fuoriusciva dal lago.
La impressi bene nella mente prima di voltarmi e di seguire il duo.
Ci lasciammo alle spalle il lago e procedemmo nel fitto del bosco, che fu evidente, aveva perso quell’intensità di luminescenza, faceva presagire il peggio.

Capitolo 18

Percorremmo  uno stretto sentiero circondato da alberi contorti ma che mantenevano la loro luminescenza.
Fummo costretti a deviare il nostro percorso, diverse volte, i parassiti sembravano spuntare dal nulla, penzolando dai rami bassi come pronti a colpire. Presto la creatura che ci accompagnava sparì, senza preavviso, in una zona poco illuminata.

Non lo rividi più.

Trepassi si muoveva lento, ma capii che era motivato da una giusta causa, i parassiti avevano diversi modi per attaccare e di certo, pensai,  non dovevamo attirare l’attenzione su di noi.
Giungemmo, provenendo da una zona buia e piena di alberi morti, a quello che doveva essere l’ingresso del rifugio.
Ne era rimasto ben poco, gli alberi che ne delineavano l’ ingresso erano caduti ed altri rami ne avvolgevano i resti bloccando il passaggio.
Non capii mai se fosse stata una difesa naturale o fossero state le creature a causare quello, per proteggersi dall’avanzata dei parassiti.
Muovendosi agile sui suoi tre arti, Trepassi si arrampicò sull’ ammasso di rami e alberi fin quando gli ostacoli glie lo permisero.
Rimase per un po’ lì tentando di trovare un varco, poco dopo ridiscese giù e mi si affiancò, gli chiesi cosa fosse successo, ma come al solito si limitò a dirmi di seguirlo, dovevamo trovare un altro ingresso.
Ci dirigemmo in un punto del bosco dal manto erboso molto spesso, li gli alberi avevano il tronco di una circonferenza maggiore, anche se non tanto alti, rispetto a quelli nelle vicinanze.
Mi avvicinai ad uno di essi e ne testai la consistenza con i miei artigli, la corteccia era molto dura, e gli artigli si incastravano all’interno con facilità.
Neanche il tempo di voltarmi, che Trepassi balzò su uno dei rami più bassi, fissava il folto delle foglie più in alto, come se stesse fissando un punto in particolare. Trovò l’appoggio su uno dei rami più in alto e  si lanciò su senza troppa fatica.
Esalai sbuffi porpora, con fatica, infastidito dal fatto che non mi avesse nemmeno avvisato, ma dalla sua posizione e dal fatto che la sua attenzione era verso l’alto, non fui considerato.
Un altro balzo, e Trepassi giunse ad uno dei  grossi rami più in alto che si perdevano nel fogliame. Lo fissai a lungo, rimase immobile, a fissare lo stesso punto senza muoversi, come ipnotizzato.
Mentre cercai di arrampicarmi su uno dei rami bassi, per riuscire a raggiungerlo, avvenne l’inaspettato.
Ci fu un movimento nelle foglie, nel punto in cui Trepassi fissava, lentamente le foglie si agitarono lasciando intravedere uno squarcio, si stava aprendo un varco.
Vidi qualcosa svolazzare al suo interno, per pochi attimi prima di sparire dietro, nell’oscurità del fogliame.
Trepassi si piegò sulla zampa posteriore ancora sana e, con un agilità  degna di un poderoso felino, balzò all’interno del buco sparendo nella sua oscurità, ci fu un movimento di foglie tutt’ attorno, e poi tutto fu immobile.
Aveva trovato un varco, facendosi aiutare, da uno di quei volatili che proteggevano il bosco al di sopra dei suoi rami, in quel habitat sconosciuto alle creature del rifugio, così come mi aveva raccontato in precedenza Occhiosolo
Avrei dovuto fare lo stesso, pensai, e iniziai la mia arrampicata per giungere al buco.
Il fatto che li i tronchi fossero più duri, e quindi più difficili da scalare, non favorì la mia impresa.
Provai a balzare direttamente sullo stesso ramo basso che aveva usato Trepassi, ma fallii miseramente finendo a terra.
Avevo tutti gli arti doloranti, per le ferite non rimarginate del tutto, a causa degli scontri che avevo dovuto, e voluto, affrontare in quel periodo di isolamento.
Non ero propriamente lucido e non riuscì a rendermi conto di quanto fosse in alto quel ramo, tentai nuovamente ma senza ottenere nessun risultato utile.
Non volli arrendermi, provai ad arrampicarmi sul tronco ma  ottenni solo un impedimento maggiore, cercando di tirar via gli artigli dalla corteccia spessa del tronco.
Stavo perdendo la pazienza, dovetti fermarmi e ragionar su, fissai il buco ancora aperto, nulla sembrava muoversi o fuoriuscirne, speravo solo che non accadesse nulla prima che non lo avessi raggiunto.
Decisi, infine, di balzare prima sul tronco e, dandomi la spinta necessaria, saltare sul ramo più basso.
Mi misi in modo da avere una discreta distanza dal tronco per poter prendere la velocità giusta per una spinta maggiore.
Prima di lanciarmi nella corsa, affondai le zampe nel manto erboso, sfiorai il fresco terreno e ne sentii le irregolari pulsazioni, lente ed intense.
Balzai e mi lanciai in avanti, incalzando i miei passi fino a giungere in prossimità del tronco, saltai raggiungendo una discreta altezza e appena toccai il tronco spinsi con tutta la forza che avevo sulle zampe raggiungendo la velocità e l’angolazione giusta per riuscire ad afferrare  il ramo più basso, avvinghiandomi e tenendolo ben stretto, rimasi li fermo,  compiaciuto per quanto accaduto.
Tuttavia avevo ancora da lavorare, mi rimisi in piedi, cercando l’equilibrio giusto per non cadere giù, osservai prima il buco e poi i vari rami  sulla mia testa.
Non avrei avuto difficoltà, pensai, a raggiungere la cima.
In effetti, il resto dell’arrampicata fu senza problemi, balzai su un paio di rami prima di giungere in cima, nello stesso punto dove Trepassi era sparito.
Rimasi lì, fermo a fissare lo squarcio tra il fogliame, così vicino quasi da toccarlo. All’interno era tutto buio, di Trepassi, del volatile o di qualcos’altro non c’era traccia.
Puntai le zampe posteriori in modo da darmi la spinta necessaria all’ ultimo balzo, non riuscì a pensare a cosa avrei trovato oltre il buco,  o se avessi trovato un appiglio per evitare di cadere giù, e a quell’ altezza non sarebbe stato piacevole.
Non so di preciso cosa mi trattenne, una sensazione, forse un intuizione o magari vidi qualcosa giusto pochi attimi prima di lanciarmi.
Mi mossi in modo scomposto facendo scivolare le zampe anteriori di lato, in modo da non accompagnare la spinta.
Qualcosa si mosse nel buio, due piccoli occhi cremisi, stretti e luminescenti erano fissi su di me, appena mi mossi i due occhi avanzarono nella mia direzione, dal buco sbucarono due robuste braccia, erano nere, a mimetizzarsi con l’oscurità che li circondava. Delle mani tozze tentarono di afferrarmi, ma quel gesto inconsulto che avevo fatto per non balzare, lo evitò.
Ne usci, per metà, una creatura dalla corporatura simile ad un gorilla, la testa era ovale e schiacciata nei lati, aveva occhi stretti e lunghi, aveva uno sguardo cattivo, non aveva fauci o narici ed era ricoperto, oltre che da placche anch’esse nere, anche da cicatrici di diversa forma e dimensione.

Avevo già avuto un incontro con una di quelle creature, anche se breve, quando fui trascinato via dal rifugio, la prima volta.

Indietreggiai, cercando di tenermi lontano dalle sue lunghe braccia, fino a spingermi contro il tronco, fui sfiorato un paio di volte, ma fortunatamente senza conseguenze.
Senza esitare scivolai giù da ramo a ramo, non mi voltai indietro, nemmeno quando atterrai sul manto erboso, e solo quando  fui abbastanza sicuro di aver le spalle coperte dagli alberi più lontani, mi voltai a guardare.
Nulla, nessun movimento, alzai lo sguardo in alto fin sui rami più lontani … nulla …
Il cuore mi batté forte, ero sopravvissuto una volta a quell’ incontro, riflettei, e fui sicuro di non aver la stessa fortuna.
Gli occhi si appannarono, forse per l’ impeto in quel gesto di fuga o per la debolezza che il mio corpo non riusciva a recuperare.
Dovetti fermarmi a lungo prima di poter muovermi, ne approfittai per tener sott’occhio, per quanto possibile, la zona. Quando quel velo sparì dai miei occhi, decisi di muovermi e ritornare nel luogo da dove ero appena scappato.
Quando raggiunsi la zona mi affacciai piano e con circospezione, prima controllando che non ci fosse alcun essere vivente a calpestare il manto erboso, e poi alzai lo sguardo in alto, per scrutare tra i rami, e poi nel buco.
La situazione mi sembrò tranquilla, sospettai che la creatura che viveva sopra il tetto di foglie, vigilasse silente nell’ oscurità dello squarcio.

Aveva, come mi fu spiegato, protetto l’ingresso al bosco, quelle creature non avevano una coscienza di giusto o sbagliato, esse avevano l’unico compito di evitare che qualsiasi corpo estraneo attraversasse quell’ ambiente, sia che venisse dall’ alto che dal basso.
Tutto questo mi fu spiegato in seguito, mentre in quel momento potei solo affidarmi al mio sesto senso.

E quella volta mi salvò la vita.

Intuì che mi sarebbe stato impossibile attraversare il buco, e quindi avrei dovuto trovare una via alternativa.
Il come mi era sconosciuto, ero smarrito e l’unica cosa che mi venne in mente fu di ritornare all’ ingresso, crollato, del rifugio e cercare di trovare li un modo per entrare.
Indietreggiando, lo sguardo rivolto verso l’alto, rientrai nelle profondità del bosco e mi voltai procedendo verso il mio obiettivo.
Riuscì a trovare il luogo disastrato con facilità, e una volta lì controllai per bene ogni angolo di quel groviglio, cercando uno spiraglio, un qualcosa che mi avrebbe permesso di raggiungere le creature intrappolate dall’altro lato.
L’intreccio di rami e tronchi abbattuti era solido, e non lasciava intravedere nulla di utile alla mia traversata.
Pensai bene di arrampicarmi per cercar fortuna negli intrecci più in alto. Trepassi aveva già tentato, ciononostante sperai che avesse in qualche modo tralasciato qualcosa.

Una delle tante cose che avevo appreso da quelle creature, era la loro incapacità di trovare soluzioni semplici ai problemi che gli si presentavano.

Scritto da Vincenzo Di Pino

Potete acquistare il libro su Amazon a questo link attivo



Commenta questo articolo