Potrei non essere io: Di Vincenzo Di Pino – Capitoli 19 e 20 (di 22)

Potrei non essere io. Capitolo 19 – Non mi ci volle molto per trovare una via d’accesso che mi permettesse di raggiungere il rifugio.

Risalendo l’intreccio di rami e tronchi caduti ero riuscito a farmi strada in una piccola apertura, spingendo via i rami e artigliando i tronchi che mi circondavano.
Il tragitto fu lento ma ottenni il risultato sperato.
Spingendo via gli ultimi rami penzolanti, sbucai lì dove fino a poco tempo prima c’era l’apertura.
Fui fuori dal buco in un attimo e mi guardai attorno, non c’era più quella luminescenza così intensa che permetteva di osservare l’ambiente liberamente.
Tutto era più cupo, era difficile osservare cosa ci fosse dall’altro lato del rifugio, dalla posizione dove mi trovavo.
Neanche le vasche erano visibili da li.
Mossi i primi passi, con la massima circospezione. Trepassi, pensai, doveva essere lì da qualche parte, e questo mi confortò un poco.
Mi fermai per osservare che il manto erboso era ricoperto di foglie cadute, allungai lo sguardo fino a quando potei, le foglie ricoprivano quasi completamente il terreno.
Istintivamente alzai la testa per guardare cercando di osservare il tetto di foglie in alto.
La mia vista era coperta dall’oscurità.
Non riuscii a fare neanche un passo, mi crebbe una forte ansia, agitazione che mi fece battere forte il cuore.
Era sicuramente successo qualcosa lì dentro, o magari stava ancora accadendo, pensai.
Dovevo assolutamente sapere se le vasche erano ancora intatte o se era troppo tardi per porre rimedio.
Mi feci coraggio e mi voltai nella direzione dove il terreno si rialzava per far spazio alle vasche progenitrici. Ovunque le foglie coprivano abbondantemente il manto erboso, avevano perso la loro luminescenza, e di conseguenza ne coprivano quella dell’erba.
Più di una volta, avrei potuto giurare di aver visto muovere qualcosa nell’ombra, l’oscurità stava avendo la meglio su di me.
Risalii il leggero dislivello e mi ritrovai lì, dove dovevano esserci le vasche.
L’oscurità lì mi sembrò aumentare, farsi più intensa, e in effetti, c’era una sorta di foschia che copriva la zona, allungai la testa cercando con lo sguardo di riconoscere le forme familiari delle vasche, dovetti avanzare ancora un po’ ma alla fine le trovai.
Quando mi ci avvicinai sentì, prim’ancora di poterle toccare, un liquido che ricopriva la zona circostante.
Era denso, e scivoloso.
Infine capii, alcune delle vasche erano state divelte e il liquido che contenevano era fuoriuscito.
Delle cinque vasche esistenti, solo due erano ancora intatte.
Le controllai tutte per bene, gli squarci che avevano, erano profondi e mi sembrò come se i bordi fossero bruciati, corrosi da qualcosa.
All’interno delle vasche danneggiate riposavano ancora i corpi informi, senza vita delle creature che si stavano generando.
Fui contento di non aver abbastanza luce da poter vedere quell’orrendo spettacolo, appieno.
Ero ancora intento a controllare che le vasche sane fossero completamente intatte che, nascosto tra i tronchi più vicini, comparvero due piccoli occhi, cremisi.
Mi fissavano nell’oscurità, non riuscivo a vederne la forma, solo quei piccoli occhi fissi su di me.
Mi acquattai, cercando di sparire nell’oscurità che mi circondava, lentamente mi mossi di lato per sparire dalla visuale di quegli occhi.
Mi resi conto che essi non fissavano me, apparentemente, ma il vuoto che avevano davanti.
Quando fui abbastanza lontano dalla loro visuale, cercai un riparo dietro una delle vasche squarciate.
Era una creatura amica o no?
Poteva essere Trepassi che osservava anch’egli quell’oltraggio, o forse una di quelle creature succubi dei parassiti.
Nel silenzio che regnava in quel mondo vidi balzare d’innanzi a me, scavalcandomi agile come una gazzella, una creatura.
Fu un attimo, mi voltai per seguirne la traiettoria, ma era già sparita nell’oscurità.
Sentii il terreno sotto i piedi vibrare, lievemente, e subito dopo un’altra creatura mi passò vicina, alta e possente con la sua cavalcata impetuosa, quasi sfiorandomi.
Anch’essa sparì nell’oscurità ma dopo poco vidi un’esplosione debole di luce e poi la sagoma della creatura impattare contro quella figura che fino a poco prima sembrava fissarmi con i suoi occhi cremisi.
Essa era avvolta dai tentacoli dei parassiti che penzolavano dall’alto dei rami.
Balzò all’indietro sbattendo contro i tronchi, spinto dalla forza della carica, e prima che quel bagliore scaturito dallo scontro terminasse, vidi nuovamente la creatura dall’agile corpo balzargli sopra con le fauci spalancate.

… poi ci fu nuovamente il buio …

Li si combatteva per la sopravvivenza, pensai, i parassiti avevano raggiunto già il rifugio e tutte le creature presenti si stavano mobilitando per combatterne l’avanzata.
Intravidi in lontananza, nel lato opposto della mia posizione verso il centro del rifugio, altri baluginii cremisi, muoversi veloci per poi sparire nell’oscurità.

Rimanere lì a proteggere le vasche intatte, o cercare il luogo dove si erano rifugiate le creature amiche per organizzarmi con loro?

Ci fu un’altra esplosione luminosa, questa volta venne dall’alto, vidi chiaramente un enorme tentacolo, delle dimensioni di un albero, volteggiare in alto mentre era attaccata da quelle creature dall’aspetto di gorilla che vivevano al di sopra del fogliame.
Le vidi aggrapparsi con violenza, mentre si lanciavano giù da voragini nel fogliame, ogni impatto causava quell’esplosione di luce, come fulmini nell’oscurità. La luce fu tale che riuscii, anche se per pochi secondi, a intravedere cosa stesse accadendo al centro dell’enorme spiazzo del rifugio.
Dal centro fuoriusciva una moltitudine di tentacoli, di svariate misure, essi ondeggiavano nell’aria afferrando qualsiasi cosa si trovasse nella loro traiettoria.
Le creature che abitavano quel posto, si muovevano attorno cercando di abbattere i parassiti.

… il buio …

I parassiti avevano arginato il problema di come entrare in quel rifugio, semplicemente sbucando da sotto. Era terribile, erano arrivate fino al luogo dove dipendeva la sopravvivenza delle creature e dell’entità stessa.

Mi voltai verso le vasche, il cuore che batteva all’impazzata, stava accadendo tutto così in fretta.
Senza neanche che me ne accorgessi, altre creature erano sbucate dal nulla circondando le vasche, ognuna intenta a sondare la zona vicina in cerca di qualsiasi segnale di pericolo. A breve sopraggiunsero le due creature che avevo visto attaccare in precedenza il parassita succube, si erano unite al gruppo rafforzando il muro difensivo delle vasche.
Mi ci avvicinai e tentai di comunicare con loro, ma senza risultato, erano troppo prese dal loro compito.
Esse erano in grado di identificare il nemico nell’oscurità, cosa che mi era impossibile, rimanere lì non sarebbe servito a nulla.
Pensai bene di spostarmi, magari se fossi riuscito a trovare uno di quegli uccelli guida, o qualche creatura disposta a spiegarmi cosa stesse accadendo o cosa fare per aiutare, non avrei reso vana la mia presenza lì.
Quel gruppetto di creature era l’ultimo baluardo prima della disfatta.
Con un senso d’impotenza mi allontanai dalle vasche cercando di muovermi con la massima attenzione ed evitare uno scontro improvviso con qualche parassita.

Ancora un’esplosione di luce.

Mi permise di osservare l’ambiente attorno e cercare un sentiero tranquillo per raggiungere un gruppetto di creature ferme in circolo poco più in là, vicino al limitare del rifugio.
La luce sparì e cercai di muovermi seguendo la strada che avevo memorizzato, o almeno cercai di farlo.
Qualcosa cadde dall’alto, un corpo senza vita, sbatté violentemente per terra, a pochi passi da me.
Avanzai il passo, lanciandomi alla cieca nella direzione che avevo stabilito.
Poco dopo, le sagome delle creature, che avevo visto in lontananza, strette in cerchio mi si pararono davanti. Erano tutte concentrate a osservare l’oscurità, capii poi, in cerca di qualche parassita nelle vicinanze.
Ogni tanto qualcuna partiva alla carica, improvvisamente, individuando il suo bersaglio e lanciandosi in un furioso scontro.
Mi avvicinai al gruppetto cercando di farmi notare, e sperando di non essere scambiato per qualche parassita.
Fortunatamente fui subito riconosciuto e nessuno sembrò badare troppo a me.
In quell’oscurità facevo fatica a riconoscere chi ci fosse e solo avvicinandomi, quasi fino a sfiorarle, potevo rendermene conto.
Ero desideroso di chiedere aggiornamenti su quanto accadesse, ma il buon senso mi fece trattenere dall’esalare qualsiasi tipo di domanda, avrei di sicuro attirato qualcuno con i miei baluginii colorati.
Anche se avevo vissuto lì per parecchio tempo, non avevo avuto modo di familiarizzare con tutti, era molto difficile costruire rapporti con quelle creature.

Rimasi nel gruppo scrutando nel buio, di tanto in tanto qualche creatura faceva ritorno nel gruppo e subito dopo ne ripartiva un’altra lanciandosi nell’oscurità.
Tra tutte spiccò la figura di Occhiosolo, la sua sagoma fu evidenziata da un’altra esplosione dall’altro lato del rifugio.
Giunse nel gruppo zoppicando, fermandosi al centro del cerchio, subito dopo un’altra creatura si lanciò, scalpitando, verso l’ignoto.
Mi avvicinai a Occhiosolo, riuscivo a vedere i suoi occhi cremisi fissi davanti a lui, come immerso nei suoi pensieri.
Potei solo immaginare le ferite che aveva su tutto il corpo, si era accasciato a terra ed era illuminato dal quel po’ di manto erboso che fuoriusciva dal fogliame sparso.
Mi avvicinai ai suoi occhi, strinsi i denti esalando filamenti colorati, nella speranza che Occhiosolo comprendesse cosa volessi chiedergli:

Come stava?

Alzò la testa fissandomi e la luminescenza degli occhi, così intensa, mi fece capire quanta energia avesse in corpo quella creatura e quanto desiderasse non arrendersi.

Cosa sta accadendo?
Azzardai un baluginio bluastro, spingendo il muso verso il terreno per camuffare quelle esalazioni.
Occhiosolo piegò una delle zampe anteriori e spostando la testa sotto di essa spalancò le fauci, i tremolii negli scarni fumi, che ne uscirono, tradirono la sua sofferenza.
La situazione, mi spiegò, era grave.
I Parassiti erano giunti nel rifugio, dopo estenuanti tentativi di arginare l’avanzata.
I tentacoli si erano fatti strada, inizialmente, dall’ingresso del rifugio, e fu lì che si è combattuto senza sosta per rallentare l’ondata di tentacoli e creature schiave dei parassiti. Conseguentemente si decise di abbattere l’ingresso per proteggere le vasche.
Tuttavia quei parassiti avevano trovato un modo migliore per entrare.
Aggrappati ai corpi delle creature che per lungo tempo erano andate fuori e dentro il rifugio, piccoli ovuli di parassiti si lasciavano trasportare per poi cadere  a terra e sprofondare nel manto erboso, per svilupparsi in tutta tranquillità.
I primi a pagarne le conseguenze furono gli uccelli a guardia del rifugio, eliminati senza difficoltà da una contaminazione del manto erboso che li fece ammalare e morire, lentamente.
Di seguito, il manto erboso perse la sua luminescenza, e poco dopo toccò agli alberi che circondavano il rifugio.
Come ultimi, le foglie cominciarono a cadere, ormai anch’esse corrotte dai parassiti.
In breve tempo calò l’oscurità e ci furono i primi attacchi all’interno.
Si erano generati, sotto il terreno, i primi tentacoli che scavando in profondità erano riusciti a raggiungere le prime vasche deturpandole senza ostacoli.
Quando furono abbattute, altri ne spuntarono da terreno, ovunque nel rifugio, e molte creature perirono perché impreparate all’accaduto. Furono arginate e la maggior parte di esse si concentrò nel centro del rifugio. Ciononostante, alcune delle creature uccise, furono catturate e rese fantocci al servizio dei parassiti.
Allora ci furono altri scontri e molte delle creature, che vivevano sopra il tetto di foglie, calarono giù per aiutare le creature in basso.
Il peggio doveva ancora venire.
Enormi tentacoli piombarono dall’alto, sviluppatisi con la contaminazione degli alberi attorno, ne avviluppavano il tronco e crescendo in dimensione e resistenza.
La luminescenza del luogo si era quasi del tutto spenta.
Solo due vasche erano sopravvissute agli attacchi, e non rimaneva altro che resistere fino alla fine.

Più di una volta, mentre Occhiosolo mi raccontava l’accaduto, fummo un paio di volte sfiorati da qualcosa, un tentacolo che fu presto allontanato dal gruppo.
La sua spiegazione fu dettagliata, mi stupì quasi, come se volesse che tenessi bene a mente cosa fosse accaduto … fino a quel momento non ero cosciente di cosa mi aspettasse.
Ero solo spaventato, per quanto riferito da Occhiosolo e per quella sensazione di disfatta che aleggiava nell’aria.
Ci fu un alto lampo, in lontananza vidi uno di quegli enormi tentacoli abbattersi contro gli alberi vicini, mentre le creature dall’aspetto di gorilla cadevano giù come sassi.

… ancora il buio …

Lasciai Occhiosolo sdraiato, speravo che avesse la forza di riprendersi, decisi di agire in qualche modo, avevo un piano.
Decisi di seguire la prima creatura che si fosse lanciata nella mischia.
Gli sarei stato vicino, in modo da farmi strada nell’oscurità, avrei così avuto la possibilità di attraversare il rifugio e capire cosa stesse accadendo dall’altro lato.
Rimasi in attesa scrutando nel buio, anche se inutilmente, tuttavia mi permise di non pensare troppo a quanto stavo per fare.

Poi in lontananza giunse una creatura, ferita e a stento si manteneva in piedi.
Poco dopo, tra le creature attorno a me, una figura snella e dalle fattezze di un cervo si fece strada tra il gruppo e senza esitare si lanciò in avanti sparendo nel buio.
Anche se preparato a quello mi colse comunque alla sprovvista, mi feci largo tra le creature che avevo vicino, senza tanti complimenti e balzai anch’io nell’oscurità.
Fortunatamente, dopo un paio di balzi, intravidi la sagoma della creatura che stavo seguendo.
Si muoveva in varie direzioni, senza seguire un punto preciso, di sicuro cercava di evitare ostacoli che alla mia vista erano nascosti.
Balzai quel tanto che bastò per avvicinarmi a lui e osservare con facilità i suoi cambiamenti di direzione.

Purtroppo la corsa si concluse bruscamente.
Vidi il corpo della creatura schiacciata violentemente per terra da uno di quegli enormi tentacoli, non so come evitai anch’io di essere colpito, anche se il tentacolo mi sfiorò mentre si sollevava.
Fui sbalzato qualche metro indietro, mi rimisi subito sulle zampe e, agitato dalla foga della corsa, mi guardai attorno nervosamente in cerca di un punto sicuro.
In lontananza, vedevo occhi cremisi che baluginavano nell’oscurità, alcuni immobili, altri passavano veloci per poi sparire nuovamente.
Dopo un interminabile momento di nulla, ci fu un altro squarcio di luce, questa volta così vicino da rimanerne quasi abbagliato.
Avevo di fronte, a diversi balzi di distanza, un enorme tentacolo che si era abbattuto a terra, mentre creature agguerrite gli infliggevano i colpi di grazia.

Tra le molte creature la figura familiare di Trepassi si stagliava in alto, sul fusto del tentacolo, intento a dilaniarne il tronco insieme con alcune delle creature dall’aspetto di gorilla.
Quando fu tutto buio, mi diressi verso Trepassi, arrampicandomi sul tentacolo caduto, e raggiungendolo sulla sommità.
Senza neanche pensarci su contribuì anch’io al suo operato, il tentacolo all’interno era pieno di nervature che producevano una fioca luce bluastra, ad ogni artigliata che infliggevo vedevo quell’energia imprigionata fuoriuscire con uno sbuffo e svanire.
In breve quella luminescenza all’interno del tentacolo svanì, era stato sconfitto.
Purtroppo non era l’unico, altri andavano abbattuti e questo mi disse Trepassi, mentre discendevamo dal tentacolo e ci muovevamo veloci tra i mille ostacoli del terreno.
Rimasi al fianco di Trepassi a ogni suo cambio di direzione, più volte sfiorammo la fine, travolti da tentacoli vaganti e creature prigioniere che caricavano a testa bassa.
Altre creature amiche ci seguivano e ognuna si lanciava su qualsiasi ostacolo si presentasse davanti.
Giungemmo sotto uno degli altri enormi tentacoli, si intravedevano fiotti di luminescenza sgorgare dai suoi colpi.
Nessuna delle creature che mi affiancavano esitò e tutte si lanciarono addosso al tentacolo, chi balzando, chi cercando fortuna sui bassi rami circostanti.
Trepassi, con un potente balzo raggiunse il tentacolo penzolante e gli si arrampicò su con facilità.
Rimasi giù in attesa e appena il tentacolo oscillò fino a passarmi sulla testa, balzai spingendo forte con le zampe posteriori, mentre con quelle anteriori cercai un appiglio.
Ebbi fortuna, riuscii ad artigliare il tentacolo con la forza giusta, fui trascinato nel suo tragitto, cercai appiglio con le zampe posteriori per continuare l’arrampicata.
Dovevo raggiungere gli altri più in alto se avessi voluto rendermi utile.
Poi ci fu un forte impatto, il tentacolo sbatté violentemente sugli alberi attorno, fu tremendo lo scontro, molti di noi furono sbalzati via, compreso io, finendo distesi per terra dopo un lungo volo nel vuoto.
Ricordo poco della caduta, l’impatto fu violento e immagino che persi i sensi per un po’.
Quando fui abbastanza lucido da riuscire a capire cosa stesse succedendo, vidi qualcosa di abbagliante librarsi in alto.
Attraversava, subito sotto il tetto ormai spoglio di foglie, tutto il rifugio velocemente, lasciava dietro di se una scia luminosa, come un fuoco bluastro che ne descriveva le traiettorie.
L’ambiente attorno si riempì di luce, dove quella scia luminosa passava, all’interno intravidi una figura, un enorme uccello dalle lunghe ali con delle membrane simili a quelle dei pipistrelli, il collo lungo terminava acuminandosi, come un punteruolo, e nessun volto c’era raffigurato sopra.

L’artiglio del bosco, il braccio dell’entità, ciò che rappresentava l’estrema difesa di tutto ciò che era quel luogo, e dei suoi abitanti.
Essa, così come mi fu raccontato, rappresentava l’entità stessa, un segnale chiaro che si era giunti alla fine, l’entità stava morendo, e quell’essere era l’ultimo appiglio per la salvezza.

L’Artiglio si muoveva veloce, volava prima alta, per poi planare giù.
E come un lampo trafiggeva qualsiasi cosa gli si parasse d’innanzi.

… creature comprese …

La sua luminescenza mi permise di assistere al macabro scenario che era il rifugio. Al suo centro, il terreno era letteralmente sprofondato facendo spazio a una miriade di tentacoli di tutte le dimensioni, altri si muovevano per il manto erboso, sparsi un po’ ovunque, altri spuntavano dall’alto e molti guidavano le creature rese schiave.
E, radicati negli alberi circostanti, fin su per poi ripiombare dall’alto per devastare tutto, gli enormi tentacoli penzolanti scuotevano l’aria e battevano su ogni cosa.
A ogni suo passaggio, l’Artiglio squarciava, distruggeva, ribaltava tutto, indiscriminatamente.
La sua potenza fece tremare il terreno, le creature amiche scappavano anch’esse, chissà se impaurite, o semplicemente consapevoli di quanto stesse accadendo.
Mi rimisi in piedi, e senza troppi complimenti seguì Trepassi, che avevo individuato poco più in la, nel suo tentativo di salvarsi la pelle.
Giungemmo ai margini del rifugio, abbastanza coperti da poterci fermare a osservare lo scontro.
I grossi tentacoli cadevano senza riuscire a reagire, in basso, accadeva lo stesso, i passaggi dell’artiglio erano rapidi e devastanti.

Quando tutto finì, quando anche l’ultimo dei tentacoli, il più piccolo dei bozzoli, cadde sotto i colpi dell’Artiglio, tutto si spense.
Anche la luce intensa dell’Artiglio, dopo aver volteggiato in alto piroettando su se stesso, si spense.

Non ho mai saputo se la vita dell’Artiglio si fosse spenta con essa.

Ricademmo nell’ombra, nell’oscurità totale. Intravedevo gli occhi cremisi delle creature che avevo attorno, cominciarono a fluire esalazioni dalle loro fauci, quell’intreccio di colori mi confortò un po’.
Trepassi era di fianco a me, mi voltai fissandolo, ed espressi fumi verdi e gialli, carichi di entusiasmo, gli chiesi se il rifugio fosse al sicuro e cosa ci saremmo dovuti aspettare adesso.

Capitolo 20

Ciò che mi disse Trepassi mi spiazzò, ero così convinto che fossimo giunti a un punto di svolta. In quell’estenuante lotta per la sopravvivenza, con vacui sprazzi verdastri, mi disse che era ormai tardi.
Eravamo si riusciti a eliminare l’avanzata dei parassiti nel rifugio, e avevamo salvato due delle cinque vasche progenitrici, ciononostante i parassiti erano scesi in profondità, lì sotto il manto erboso del rifugio, infettando dall’interno l’entità fino a giungere alle vasche, legate a esso da profonde radici.
Non rimaneva nulla da fare, presto gli alberi attorno si sarebbero spenti, le foglie e l’erba avvizzite e il bosco sarebbe morto, tutte le creature lo sarebbero state.
Sentii la pesantezza di quel momento travolgermi improvvisamente, non era una vera e propria stanchezza fisica, ma fu come un calo di pressione, uno svenimento improvviso.
Rimasi lì a fissarlo aspettando chissà cosa, Trepassi osservava lo scenario devastato che ci circondava, scambiava brevi sbuffi colorati con le creature attorno, sembrò tastare il terreno, un paio di volte, come a sondarne la consistenza, poi si allontanò sparendo nel buio.
Ero circondato da quegli occhi cremisi, così consapevoli di quanto sarebbe accaduto e così impotenti.
Il gruppo si mosse senza preavviso, come ormai ero abituato, sparendo alla mia vista, tutt’attorno a me solo il tenue bagliore residuo di alcuni alberi.

A quel punto mi resi conto che non avevo voce in capitolo, ero impotente di fronte a quanto stava accadendo, non che prima avessi avuto potere di far molto, tuttavia ero dell’idea che fin quando si fosse lottato per sopravvivere, la speranza avrebbe mantenuto alto il morale.

Pensai, per un attimo, che tutto fosse finito in quel preciso momento, con me avvolto dal nulla, aspettando la mia sorte.

Trepassi comparve al mio fianco, lo sguardo perso nel vuoto e con la sua andatura claudicante a me familiare.
Rimase li, e per un po’ ne fui confortato, egli in quel momento rappresentava la speranza per me, non ricordo bene il perché, forse avevo intuito che in fondo la speranza viveva ancora, come negli sbuffi che Trepassi esalò di lì a poco.
Era tempo di andare, questo mi disse, alzò la testa piena di cicatrici e strinse gli occhi, come se si stesse concentrando per fissare un punto specifico.
Istintivamente fissai anch’io quel punto, mi concentrai … strinsi gli occhi … cercai uno spiraglio.

E lo trovai.

Quasi impercettibile, nel buio più totale della volta di rami e foglie cadute, un bagliore … tenue, quasi impercettibile, ma in quel momento impresso nei miei occhi luminescenti.

Inutilmente (dannatamente scontato) chiesi cosa fosse, Trepassi si limitava a fissare un punto in alto, con quell’apatia snervante che tanto mi era familiare.
Non poté non concludere muovendosi, senza preavviso e sparendo nel buio, un’esalazione violacea m’invitò a seguirlo.
Non indugiai un attimo e lo seguì.
Procedemmo serpeggiando in mezzo a chissà quali ostacoli, camminare al buio non fu una bella esperienza e cercare di mantenere il passo e di non calpestare qualcosa di pericoloso, non aiutò la traversata.
A un certo punto tutt’attorno si strinse, come se ci stessimo infilando in un buco, fatto di rami, foglie e tronchi d’albero. Era chiaro che stavamo uscendo dal rifugio, direttamente da dove un tempo c’era l’ingresso.
Ci mettemmo un po’, i rami erano intrecciati bene, e dovemmo artigliarli per farci strada.
Sbucammo dall’altro lato e la luminescenza degli alberi era più forte, riuscivo a vedere le sagome degli alberi che ci circondavano, le creature sparse di fronte a noi e molti tentacoli abbattuti per terra … anche se a guardar meglio, si potevano notare i corpi delle creature morte nello scontro.
Trepassi si era fermato al centro del gruppetto di creature, esalava richieste e spiegazioni, ma non riuscì a capire molto, sembrava più che utilizzassero un sistema ancora più complesso di quello che usavano di solito.
I colori delle loro esalazioni erano più cupi, rimanevano impressi nell’aria attorno a lungo, e si mescolavano a quelle successive, creando mescolanze spettacolari.
Molte creature si lanciarono nel mezzo del bosco, altre rimasero li, e altre ancora rientrarono nel rifugio.

Pensai subito che si fossero organizzati, che avessero deciso di difendere, fino alla fine, il bosco, l’entità.

Mi resi conto che non era così, le creature non si stavano organizzando, esse scappavano, libere da ogni legame con l’ambiente e l’entità che li circondava, come se tutto quello che li aveva spinti fino alla difesa estrema, fosse evaporata assieme a quelle loro esalazioni multicolori.

Cos’era accaduto?

Domanda che scaturì in fervidi scintillii giallognoli, verdi e azzurri.
Trepassi, che intanto era tornato accanto a me, aveva ancora filamenti di quei fumi colorati così strani, tra le fauci.
Mi disse che le creature avevano raggiunto il limite, non che avessero superato una soglia di sopportazione o altro, avevano raggiunto la consapevolezza, ecco come definirei quel limite, non potevano fare più nulla, non avevano più uno scopo e quindi una direzione da seguire.
Erano abbandonate a loro stesse, e quelle esalazioni così strane ne erano la testimonianza.
Ogni creatura presente era abbandonata a se stessa.

… tutte, tranne Trepassi …
Anch’egli aveva esalato quei colori intensi, quasi tangibili, ma nonostante questo era ancora lì di fianco a me, con l’intenzione di non lasciarmi solo.
Era evidente, egli aveva ancora uno scopo.
Trepassi si limitò a guardarmi ed esalò una richiesta di seguirlo.

Finché c’era uno scopo, pensai, sopravviveva la speranza.
Lo seguì incuriosito, ma anche agitato, stava accadendo qualcosa, Trepassi ne era cosciente, tuttavia non fece trapelare sbuffo.
Procedemmo nel fitto della foresta, la luminescenza era ridotta allo stremo, il manto erboso si stava riempiendo di foglie che cadevano, come pioggia, dall’alto.
Quel rosso cupo che aleggiava ovunque, era quasi diventato marrone, scuro e privo di vitalità.

Ancora una volta ci lanciammo nel fitto della foresta, Treapassi si muoveva veloce, e nell’oscurità che avanzava facevo fatica a seguirlo.
Poi, finalmente giungemmo alla nostra destinazione.
Offuscato, da una fitta nebbia, il lago sembrò nascondersi ai nostri occhi.
All’inizio non riuscii a inquadrare cosa stesse accadendo, vedevo l’acqua torbida del lago coprire la parte asciutta vicino alla riva, come se il lago fosse straripato.
Tutt’attorno, in lontananza, sbuffi nella nebbia accompagnavano la caduta di alcuni alberi, in quel luogo la contaminazione aveva lasciato il segno.
Sparse per terra una moltitudine di tentacoli e creature si ammassavano inerti, testimonianza della tremenda lotta avvenuta.
Ancora una volta, voltandomi verso Trepassi, riformulai la domanda: cosa stava accadendo?
Trepassi, come assorto nel suo pensiero, gli occhi semichiusi e fissi davanti a se, esalò un’unica risposta, tenui olivastri con sfumature avorio, m’impose di seguirlo.
Ricordo che inizialmente non intuii, pensai volesse che lo lasciassi lì e che proseguissi da solo verso il mio destino ma, come subito dopo capii, non era quello che voleva significare.
Rimasi fermo, di fianco a lui, ero pronto a protestare per quell’affermazione ma Trepassi si voltò verso la riva del lago, ormai quasi completamente sommersa dalle acque e sembrò puntare con il muso in quella direzione.
Era chiaro cosa avessi dovuto fare.
Proseguì, calpestando l’erba bagnata, e a mano a mano che proseguivo il livello dell’acqua aumentava.
Dovetti muovermi con attenzione per non calpestare i corpi dei caduti che erano ormai sommersi, mi voltai cercando Trepassi era lì fermo, dove lo avevo lasciato, non sembrava interessato a cosa stessi facendo.
Proseguì ancora con qualche passo, e quando la nebbia me lo permise, davanti a me, verso il centro del lago vidi l’inaspettato.

Alta, come un’enorme colonna scura che fuoriusciva dalle profonde acque del lago, per proseguire fino in cima al tetto di foglie e rami e ancora più su, l’entità proiettava la sua testa, in alto, sparendo nell’oscurità.
Un lungo collo, dall’aspetto viscoso, mi si parò davanti, largo quasi quanto l’intero lago, si dilatava e si restringeva lentamente ma ritmicamente … come se stesse respirando.
L’acqua nel lago era fuoriuscita per far spazio a quell’enormità.
Lo stupore fu forte e il cuore impazzì mentre le zampe mi tremarono, la testa prese a girarmi.

Ero sconvolto.
Quella ritmica pulsazione s’espandeva sul terreno, le vibrazioni le potevo sentire nell’acqua, nel terreno sotto le zampe, e più fissavo quell’immensa forma, più sentivo crescere in me la rabbia, la frustrazione per quanto stava accadendo a quell’entità, quella creatura vivente.
Trepassi mi passò affianco, testa bassa quasi a sfiorare l’acqua, senza neanche fermarsi s’immerse nelle scure acque e dopo una breve nuotata in superficie, s’immerse nelle sue profondità, sparendo alla mia vista.

Non lo rividi più.

Sparsi lungo la riva, altre creature stavano facendo lo stesso, le potevo intravedere tra la nebbia, in lontananza.
Che cosa avrei dovuto fare, seguire Trepassi?
Fu la domanda che mi passò in quel momento per la testa, o forse ero destinato a rimanere lì, a contare gli attimi di vita dell’entità che andavano esaurendosi?
Alzai lo sguardo cercando di vedere la testa dell’entità, ma aveva superato l’intreccio di rami e foglie in alto sparendo chissà quanto in alto.
Osservando meglio, lì in alto nell’oscurità, piccoli bagliori biancastri, sparsi per tutta la volta, brillavano tenui.
Più le osservavo e più prendevano intensità, fino a diventare visibili senza sforzo.
Le foglie cominciarono a cadere copiose.
Quel bagliore aumentò ulteriormente, s’incominciò a intravedere qualcosa.
Scendendo ad ali spiegate, una creatura simile a un uccello, grande quanto un pugno e avvolta da una forte luce biancastra, planava dolcemente dal fitto di rami della volta.
Era quella creatura a generare tutta quella luce. Dietro di essa, parecchio in alto, s’intravedeva qualcosa, ma ero troppo preso da quella figura per rendermene conto in quel momento.
L’uccello dalle corte ali scivolava lenta lungo il collo pulsante dell’entità, notai che la luce che generava non si rifletteva su quel corpo viscoso.
Quando fu scesa abbastanza da rimanere a qualche metro da me, potei vederne le fattezze.
Il corpo era di un rosso vivo, aveva un disegno, come un anello bianco, attorno al collo che ne divideva il colore nero della testa.
Le ali avevano filamenti violacei, come la coda, ed erano lunghe quanto il suo corpo.
Infine il becco era piccolo e color ambra.
Volo via improvvisamente il suo bagliore mi accecò per un attimo.

Il suo bagliore ricomparve, sbucando dietro di me, non feci in tempo a voltarmi, che essa si posò sulla mia schiena.
Lo sentii poggiarsi, fu come avere qualcuno al mio fianco, e che mi avesse poggiato una mano sulla spalla per condividere quel momento.
Sollevai lo sguardo in alto, nuovamente, le foglie cadute avevano fatto spazio a uno sfondo blu, intenso.
E questo sfondo raccoglieva una miriade di puntini luminosi …

… Quello sfondo mi era familiare …

Altre foglie caddero, e nella triste oscurità di ciò che mi circondava, vidi un cielo stellato, un profondo scenario pieno d’intensi bagliori colorati.
… il cosmo …
Sembrava come se si fosse raccolto lì, in quello squarcio tra i rami, in un concentrato di meravigliosi colori e forme.
Un vento forte cominciò a spirare tra i rami alti, le foglie si staccavano svolazzando tutt’intorno, la creatura alata che si era poggiata sulla mia schiena volò via, la sua scia luminosa fu sospinta dal vento e mescolandosi nelle sue spire mi avvolse tutto il corpo.
La luce era abbagliante e dovetti chiudere gli occhi per una forte sensazione di bruciore, il vento divenne più forte e dovetti affondare gli artigli nel terreno sommerso, per non essere sospinto.
Quando ebbi la forza di riaprire gli occhi la luce li penetrò, non fu doloroso, sentii la sua energia riempirmi la testa, svuotarmi via tutti i pensieri, mi sentii come se non fossi più in quel corpo felino.

Ero leggero come il vento, ne ero trasportato.

Nel forte bagliore intravidi qualcosa, si fece chiara l’immagine del lago, non come lo avevo visto fino a poco prima, ne intravidi l’intera forma in lontananza, come se fossi sospeso in cima all’intreccio di rami in alto.
L’immagine si mosse, ruotava, si allontanava per poi avvicinarsi ancora, c’erano vicino alla riva alcune creature che lo attraversavano per immergersi nelle profonde acque, e nel mezzo un vortice di luce e foglie che avvolgevano una figura.

… quella figura ero io …

Gli occhi con cui guardavo non erano i miei, ma quelli della figura alata, calata giù dal tetto di foglie.
Volteggiavo, con le sue ali, in alto piroettando e sfrecciando giù con impeto per poi risalire con altrettanta irruenza.
Dopo l’ultimo volteggio sparimmo tra gli alberi vicini, muovendoci rapidi ed evitando i vari ostacoli con una facilità impressionante.
Attraversammo varie zone dei boschi, da quelle più illuminate, dove le creature sostavano in gruppo, fino  a quelle quasi completamente al buio dove s’intravedevano una miriade di tentacoli striscianti coprire ogni cosa.
Raggiungemmo i confini del bosco, sfiorando le pulsanti mura e percorrendola per lunghi tratti per poi sprofondare, nuovamente, nel fitto degli alberi.
Le creature, che fino a poco prima avevano combattuto per la sopravvivenza dell’entità, adesso vagavano senza apparente meta, riparandosi nei luoghi più illuminati e quando scendemmo giù passandogli accanto, mi accorsi che rimanevano impassibili anche quando avevano di fianco qualche parassita.

Riprendemmo quota continuando quel volo panoramico.

Dopo poco giungemmo nel luogo della disfatta, nel rifugio, rimaneva ben poco di quello che ricordavo, il terreno era quasi completamente sollevato ed enormi tentacoli ne occupavano i pochi lembi integri.
Sorvolammo le vasche …
Anche quelle sopravvissute erano ridotte in mille crepe, il liquido era fuoriuscito e i corpi che si stavano formando giacevano prive di vita, all’interno.
Qualcosa ci sfiorò, un tentacolo cercò di afferrarci e poi ancora un altro, piroettammo nel mezzo cercando di evitarli, ma non fummo così fortunati.
All’ennesimo tentativo, i miei occhi videro un viscido tentacolo pararsi di fronte e colpire violentemente, mentre cadevamo giù in modo scombinato, un altro tentacolo ci afferrò.
La testa dell’uccello cominciò a roteare, come fosse impazzito, non provavo dolore potevo solo immaginare la sofferenza che stava provando.
Non riuscivo ad abituarmi a quel movimento agitato della testa, ma non potevo chiudere gli occhi.

… di quell’essere ne potevo solo condividere la vista …

Lo sguardo cominciò ad annebbiarsi, altri tentacoli si avvicinarono e ci avvolsero lasciandoci nell’ombra.
Dopo un interminabile momento, rividi la luce.
D’innanzi a me, le acque agitate del lago riflettevano il mio volto felino, con le fauci spalancate esalanti di mille colori e gli occhi fuori dalle orbite.
Inspirai profondamente agitando le zampe immerse nell’acqua che s’increspò facendo sparire il mio volto.
Ero ritornato nel corpo del felino, intorno a me le creature erano sparite, immerse in quelle acque torbide, davanti a me l’enorme collo dell’entità pulsava, questa volta un po’ più velocemente ed era avvolto da quella luminescenza bianca della creatura alata che mi aveva ospitato.
Quella creatura alata, non era un essere comune, era una delle creature  che mi aveva descritto Occhiosolo, e non una qualsiasi, essa era l’occhio del bosco, dell’entità.
Mi era stata data la possibilità di viaggiare con essa, di vedere ciò che accadeva attorno.
E nella testa un pensiero, come un ultimo dono datomi da quella creatura alata, per la comprensione finale.
Ebbi la consapevolezza che l’entità stava per abbandonare quel guscio, quella corazza protettiva che lo avvolgeva completamente, che lo sostentava e che era comunque parte di essa, quel bosco pieno di vita e di creature votate alla cura reciproca.
Molte di quelle creature si erano salvate, immergendosi nelle oscure acque del lago e ritornando alla loro forma originale e riunendosi al loro creatore.
Altre invece si erano perse, erano rimaste in quel luogo, ormai senza vita, incapaci di giungere al passo successivo, per scelta o meno, che era quello di ritornare dall’entità per unirsi a essa.

… l’entità non aveva intenzione di abbandonarli …

Tutto questo lo avevo assimilato dall’occhio del bosco, ma non capì subito il perché.
Ero agitato e stordito da quanto stava accadendo, il terreno cominciava a vibrare facendo agitare l’acqua e i primi alberi cominciarono a cadere.
Tutto attorno a me cominciò ad agitarsi, anche i corpi senza vita sparsi sul terreno. Mossi senza neanche volerlo un passo in avanti nelle scure acque.
Poi ne mossi un altro, l’acqua mi tranquillizzò, mi guardai attorno ancora una volta e poi su verso quel cielo stellato, magnifico.
C’era più luce attorno a me, intravedevo il cerchio di alberi tutt’attorno, che delimitavano quell’ambiente.
Ai limiti del bosco, fecero capolino quelle creature rese schiave dai tentacoli, si trascinavano con quella loro andatura claudicante verso il lago, e verso me.
Fui in preda al panico, quei parassiti mi avevano circondato, o almeno fu quello che percepì, visto che parte della visuale era coperta dall’entità.
Lentamente avanzavano, e presto fui quasi circondato, non avevo vie di fuga.
Avanzai nel lago, fino a quando persi il contatto con il terreno e iniziai a nuotare verso il centro.
Le creature schiave, anche a contatto con l’acqua continuarono la loro marcia, un fumo biancastro ne conseguì e dalle loro bocche fuoriuscirono vacui colori di sofferenza.
Era orribile a vedere, sperai solo che non fossero coscienti e non subissero quella sofferenza.

Poi dall’alto giunsero enormi tentacoli, arrivarono quasi a toccarmi, cercai di evitarli quanto possibile, sentivo la pesantezza delle ferite che avevo addosso e della scarsa lucidità che mi attanagliava la mente, non avrei resistito a lungo.
Mi sentì sopraffatto, ormai destinato a una brutta sorte.
Quando decisi di immergermi nelle acque, di sprofondare giù senza pensarci, pensai che ,lì almeno, avrei trovato una morte migliore.

Scritto da Vincenzo Di Pino

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