Potrei non essere io: Di Vincenzo Di Pino – Capitoli 3 e 4 (di 22)

Mi è impossibile giudicare obiettivamente ciò che accadeva le innumerevoli volte che sognavo quel mondo.
Posso dire che appariva reale quanto può essere reale un sogno.
O che appariva reale quanto può essere reale il mondo della nostra vita quotidiana.

Carlos Castaneda

III

L’unica cosa che posso dire di certo e che riaprii gli occhi.
La prima sensazione fu di forte smarrimento, tutto attorno era così scuro che faticavo a distinguere le forme.
Poi fui colto da una forte ansia quando mi resi conto che, sia gli occhi sia la testa, si stavano muovendo contro la mia volontà, la testa sembrava scattare da un lato all’altro mentre gli occhi roteavano, apparentemente senza seguire una logica, non permettendomi di distinguere nulla intorno a me.
Iniziai ad aver paura.

Finalmente riuscii a mettere a fuoco ciò che mi circondava, era come se avessi infilato la testa in una buca profonda e stessi provando a osservarne l’interno.
Tutt’attorno ero circondato da enormi, lunghi e contorti rami di un rosso cosi cupo da confondersi con il nero, e pieni di scure e larghe foglie di una sfumatura più chiara e luminescente.
Quando, per un attimo, la testa rallentò quella frenetica danza ci misi poco a capire di essere seduto su uno di quegli strani rami a diversi metri dal suolo, e a darmi conferma furono due figure, anch’esse scure e di forma poco definibile che facevano capolino tra il fogliame diversi metri più in basso. Cercai di focalizzare la mia attenzione su di loro.
La prima, facilmente riconoscibile data la stazza, aveva la forma di un grosso uovo nero che ondeggiava lentamente come spinto da una leggera brezza, l’altra figura invece era snella e ben delineata con due lunghe corna che si spingevano verso l’alto descrivendo un complicato intreccio, i lineamenti ricordavano un agile quadrupede, come un cervo o uno stambecco, avanzava lentamente verso la grossa figura tondeggiante e questi sembrò avvertire la presenza incombente che gli si era fermata a pochi passi di distanza muovendosi in modo assai diverso da prima perdendo la sua forma statica e facendo spuntare quattro corte e robuste zampe, mentre da un lato spuntò quella che doveva essere l’enorme testa, sembrò come se si fosse girato a fissare l’agile figura che aveva di fianco.
Somigliava a un orso, anche se piccole corna tozze spuntavano dal testone e sembrava avere sul dorso una corta cresta, in effetti, a guardarla meglio dava l’idea di essere seduta con le spalle rivolte verso di me e con la testa bassa a fissare qualcosa per terra.
Quel suo movimento mi permise di vedere cosa a lungo stesse fissando.
Sdraiata a terra una minuscola figura dalla forma indistinguibile che, a contrastare l’ambiente, rifletteva un giallo inteso, rimaneva immobile pulsando sempre più debolmente quel suo bagliore che andava velocemente sbiadendo, le due scure creature si fissarono per qualche secondo e poi le rivolsero la loro attenzione.
Ero talmente concentrato a focalizzare quel momento surreale che se avessi avuto padronanza del mio corpo sarei sobbalzato per lo scatto improvviso che la mia testa fece riprendendo, ora più freneticamente, quella sua incontrollabile danza.
Questa volta sentii anche il corpo agitarsi, o meglio, avevo la sensazione che si muovesse, ma non riuscivo a capire come.
Riuscii a concentrarmi quel tanto che bastava per non perdere di vista quell’insieme di misteriose creature.
Qualcosa doveva essere accaduto, le due figure sollevarono le loro teste e incominciarono a guardarsi attorno, mentre la piccola sagoma luminescente a terra era quasi del tutto sbiadita, sembrava che a momenti sarebbe scomparsa.
E alla fine li vidi… i loro occhi fissi su di me, piccole fessure che emanavano una forte luce cremisi, ero io la fonte del loro allarme, sentivo le orbite dei loro occhi scrutarmi e caddi in un forte panico.
Tentai di combattere quella staticità ma, per quanto mi sforzassi, la verità era che non ero padrone del mio corpo.
La mia testa riprese a danzare, ora ancora più frenetica, seguendo strani movimenti a me estranei, adesso sentivo che le mie braccia avevano preso parte a questa danza come se si fossero spalancate ad afferrare l’aria che mi circondava.
Le sentii scorrere lungo i fianchi per poi spalancarsi nuovamente, ma questa volta riuscii a vederle, non erano le mie braccia, ma corte e piumate ali rosse che si muovevano avanti e indietro frustando l’aria.

Come era possibile? Cosa mi stava accadendo?

L’orso dalle corna tozze si sollevò sulle zampe posteriori e parve scrutare l’aria mentre da quelle che dovevano essere fauci, cominciò a fuoriuscire una sorta di fumo che gradatamente assumeva tonalità di colori differenti come se fosse attraversata da molte luci colorate. L’agile figura che gli stava di fianco si avvicinò all’ormai, quasi del tutto, scomparsa luminescenza giallastra sul terreno ed anch’essa cominciò a generare quella strana nube variopinta.
Le mie braccia, o meglio le corte ali, si spalancarono in un ultimo gesto teatrale e d’improvviso sentii il mio corpo lanciarsi il basso.
Un salto nel vuoto…

Così all’improvviso, sentii il cuore fermarsi per un attimo… e forse anche il respiro.
Quell’attimo che sembrò interminabile si concluse con una virata verso l’alto, ma ormai ero troppo agitato da tutto quello che mi stava accadendo per rendermi realmente conto di cosa stessi facendo… vidi, per una frazione di secondo, il tetto di foglie e intrecci di rami e subito dopo sentì un forte stordimento, la mia lucidità venne meno… ombre confuse e veloci mi passarono davanti mentre perdevo i sensi.

IV

Un’aquila dallo sguardo fiero posava immobile su di una cima montuosa.
Sullo sfondo un paesaggio incontaminato con candide nuvole vaporose e picchi montuosi a perdita d’occhio, s’intrecciava in un complicato disegno divino.

Fu la macchia di muffa, sull’angolo della vetta montuosa più alta, a farmi rendere conto che stavo fissando un vecchio quadro affisso sulla parete del mio salotto.
La prospettiva era insolita, dopo poco capii di trovarmi disteso per terra tra il divano e il tavolino basso, oltretutto in una posa che definirei poco usuale.
Dovevo essermi addormentato subito dopo essere ritornato a casa, la sera prima, scrollai la testa cercando di dimenticare il brutto sogno che ancora mi aleggiava in testa.
La schiena mi doleva e le braccia erano intorpidite, con una mano reggevo ancora il bracciolo imbottito del divanetto mentre con l’altra stringevo parte del libro che era scivolato con me per terra.
La luce filtrava tiepida dall’enorme finestrone che dava su Allingtone Avenue, doveva essere pomeriggio inoltrato, cercai con lo sguardo l’ orologio a muro che avevo alle spalle, mancavano poche ore all’appuntamento e avevo bisogno di darmi una sistemata.
Provai ad alzarmi, ma i muscoli non vollero collaborare, molto probabilmente lo stress per l’impresa della notte precedente reclamava ancora un tributo.
Sbuffai e provai nuovamente ad alzarmi, cominciai a sentire dolori un po’ dappertutto, valutai l’idea che più che addormentato forse dovevo essere svenuto e una fitta dietro la schiena me ne diede la conferma, probabilmente dovuto l’impatto contro lo spigolo del divano, mi accorsi che il gomito destro aveva una piccola scorticatura.
Mi tirai su e mi misi a sedere, lasciai cadere il libro sui larghi cuscini del divano e qualcosa volò via dalle pagine ingiallite.
Una delle vecchie pagine si era staccata, mi chinai a raccoglierla e riconobbi lo strano disegno che avevo osservato la sera prima per lungo tempo.
La pagina aveva un taglio netto lungo il lato rilegato.
Mi si strinse lo stomaco all’idea che quell’incidente avrebbe potuto causare problemi alla consegna, avevo un gran bisogno di quella ricompensa e non potevo permettermi errori.
Raccolsi il foglio ingiallito da terra e mi massaggiai le tempie riflettendo sul da farsi.
Avrei potuto infilare il foglio nel libro nella speranza che chiunque fosse venuto a reclamarlo non lo avesse notato, o semplicemente fingere che nulla fosse accaduto facendo sparire il foglio.
Optai per la seconda ipotesi. Era improbabile, pensai, che qualcuno si mettesse a controllare tutte le pagine,erano un centinaio, lì su luogo dell’incontro.
Fissai il disegno sul foglio, ne rimasi affascinato nuovamente, quell’intreccio di luoghi e forme riuscivano a mettermi i brividi.
Pensai bene di tenerlo, magari l’avrei appeso al muro come ricordo delle “avventure” passate.
Con cura lo riposi tra le pagine di una vecchia rivista di musica e la infilai nello scaffale colmo di libri che avevo di fianco.
Mi stiracchiai sbadigliando rumorosamente, andai in cucina infilando la testa nel frigo per cercare qualcosa di pronto da mangiare.
Infine salì le scricchiolanti scale, rivestite di moquette, che davano al piano di sopra per una veloce doccia, mi cambiai i vestiti, infilandomi un paio di jeans e una felpa anonima (meglio passare inosservati in certe circostanze) ritrovandomi infine di nuovo nel salotto, misi il libro nella sacca a tracolla e la caricai in spalla.
Afferrai la mia fedele bici e uscendo diedi un’ultima occhiata all’orologio, chiusi con doppia mandata la porta e sistemandomi un ultima volta la sacca mi ritrovai in quel tardo pomeriggio autunnale a sfilare per Allingtone Avenue,giù fino a incrociare Derby Road, c’era un venticello fresco che faceva presagire una pioggerella tipica della stagione.
Tirai su il cappuccio della felpa per coprirmi al meglio e svoltai a sinistra seguendo la via che ormai conoscevo a memoria e che mi avrebbe portato in centro fino alla piazza principale.

Lasciai scorrere la bici lungo Castle Boulevard e tirai i freni poco prima di giungere all’ingresso dei giardinetti della piazza.
C’era un via vai di persone che, muovendosi veloci come lucertole, percorrevano la piazza per andarsi a rifugiare in qualche pub vicino.
Beh, l’idea non era male, guardai l’orologio e sorrisi all’idea di gustarne una, legai la bici alla piccola ringhiera del giardinetto e infilai le mani in tasca per controllare le finanze.
Conoscevo il posto giusto e senza esitare mi ci diressi deciso a sfruttare quella mezz’oretta a disposizione prima della consegna.
“Il tamburo rotto”, avrebbero dovuto chiamarlo il timpano spezzato, se non altro per il volume della musica che faceva vibrare il piano superiore del locale.
Varcai l’ingresso e fui subito avvolto dal familiare tanfo di chiuso e fumo, come al solito era già pieno anche a quell’ora, mi guardai attorno sistemai la sacca con il libro a tracolla e mi diressi al bancone del bar.
Mi lasciai tentare da una scura doppio malto, afferrai la pinta e mi diressi direttamente al piano di sopra, dove le vibrazioni di bassi sincopati filtravano le pareti e m’incantavano come una sirena in un mare in tempesta.
Mi feci largo tra il gruppetto di scalmanati che occupavano gli scaloni che davano al piano di sopra e a grandi passi, attento a non far cadere neanche una goccia dell’ottima birra, raggiunsi la balconata e infine l’ingresso.
Spalancai le porte di plastica dura e fui subito immerso in quel caos delirante.
C’era il piccolo palco occupato da un terzetto, intento a dimostrare quanto si potesse ottenere da cosi poca strumentazione, e devo dire che ci stavano riuscendo alla grande. Sotto il palchetto una piccola orda si dimenava seguendo il ritmo incalzante, braccia, teste e gambe si muovevano in un intreccio danzante.
Chiusi per un attimo gli occhi e assaporai il momento, tirai su la pinta e la svuotavi quasi tutta di un fiato, feci scivolare il bicchiere vuoto su un tavolino lì vicino e, riflettendo sul fatto che me lo meritavo, mi lanciai nella marmaglia scalciante.
Beh, qui il ricordo si fa confuso, so solo che mi ritrovai aggrappato a un tavolino a qualche metro dal palco, sarà forse stato per la danza frenetica o magari per quel qualcosa che l’orda danzante aveva fatto circolare tra i presenti… lo dicevo che avrei dovuto smettere.
I suoni nella stanza adesso erano ovattati e confusi, scrollai la testa e provai ad alzarmi, mi venne da pensare che,in qualche modo,  avevo già vissuto una cosa simile poche ore prima e accennai un sorriso sarcastico, poi la testa cominciò vorticosamente a girare e caddi sulle ginocchia, rimasi pochi istanti fermo massaggiandomi le tempie per cercar di riprendermi.
Riprovai ad alzarmi di nuovo e anche se con difficoltà riuscii a rimanere in equilibrio, mi sistemai la felpa e fu lì che mi resi conto che non avevo più la sacca a tracolla, che conteneva il libro, fui travolto dal panico e mi spinsi in modo disordinato avanti sbattendo contro i tavolini bassi e cercandola a tastoni, fui spinto via dall’onda d’urto del gruppetto di danzatori indemoniati, e mi ritrovai, dove ero caduto pochi secondi prima.

La fortuna mi sorrise e nella caduta mi ritrovai con un braccio attorno alla sacca che giaceva a pochi passi da me.

La gente attorno continuava a ballare indifferente, anche se sentivo la musica incalzare, i loro movimenti sembravano rallentati e un po’ distorti, vedevo teste allungarsi e braccia torcersi in impossibili geometrie. Ne rimasi ipnotizzato a lungo (beh! Immagino non solo per il fascino del momento) mi ripresi quando uno dei bifolchi, colto probabilmente dal mio stesso male, andò’ giù dritto cadendomi addosso, lo tolsi di dosso non con poca fatica e mi misi seduto sul pavimento, afferrai la tracolla infilandola in spalla e, provando nuovamente ad alzarmi, controllai l’ora.
Ero in ritardo di un paio d’ore.
Sentì lo stomaco chiudersi e incominciai a tossire per liberare i bronchi dal fumo che pesava nello stanzone, intanto dal palco, il crescendo di terzine e svisate faceva presagire un momento di pura psichedelia.
Fui di nuovo in piedi, questa volta poggiandomi sul tavolino lì a lato, non ero in condizione di correre ma dovevo assolutamente giungere all’appuntamento, o almeno speravo che chi dovesse ritirare il libro fosse ancora li… (dannazione!!).
Afferrai un bicchiere semivuoto di birra e, anche se contro voglia, me lo rovesciai in testa, per quanto potesse servire, mi aiutò a riprendermi un pochino.
Anche se traballante mi spinsi verso la porta lasciandomi un fantastico assolo alle spalle e a testa bassa mi lanciai giù per le scale.
Mi ritrovai con il sedere sull’ultimo gradino, non ricordo quanti ne saggiai prima di fermarmi, qualcuno alle mie spalle rideva ma io non gli diedi peso e percorsi la strada tra la gente, stretta come sardine e intenta a bere ogni tipo di alcolico concepito, in breve mi ritrovai in strada.
Tirai su un bel respiro, l’aria fresca mi diede quella sferzata necessaria per riprendermi un po’ di più, il luogo dell’appuntamento era a pochi isolati di distanza, non era prudente andarci in bicicletta e decisi di proseguire a piedi.
Non so cosa mi avessero dato quella banda di psicopatici al pub ma doveva essere qualcosa di veramente forte.
Nonostante mi fermai a una fontanella per rinfrescarmi, infilando la testa sotto l’acqua corrente, i miei sensi erano ancora parzialmente confusi e quando acceleravo il passo, sembrava che lo stordimento aumentasse.
Superai la piazzetta e svoltai in Fulgens Road, la strada era in salita il che non favoriva il mio stato, ma alla fine, anche se esausto giunsi al luogo dell’appuntamento, ansimante, confuso e speranzoso che l’intermediario fosse lì.
Tuttavia in quel momento non sembrò ci fosse nessuno.
I fari di un Cab mi ferirono gli occhi mentre sfrecciava a gran velocità lungo la strada principale, distolsi lo sguardo e mezzo accecato mi poggiai a un palo della luce massaggiandomi gli occhi, tutto stava andando storto, avevo voglia di urlare, ma ero già impegnato a tenermi su e poi non volevo attirare l’attenzione di qualcuno su di me… o meglio, avrei dovuto attirare solo l’attenzione di chi mi stava aspettando.
“ehi!.sono qui!…”
Esordì con davvero poco entusiasmo, provai a guardarmi attorno nella speranza di intravedere quel qualcuno.
“… Ho giusto quello che stavi aspettando…” fu esattamente ciò che bofonchiai quella sera.
Sollevai la sacca mettendola in bella mostra, mi sembrò un buon argomento da mettere sul piatto “ehi… scusa il ritardo ma sai come vanno certe cose… ho preferito depistare eventuali mali intenzionati … “.
Accennai a un sorrisetto di cortesia…beh, rimanga tra noi, se c’era una minima possibilità di concludere l’affare, quell’ultima affermazione avrebbe di certo tolto ogni speranza.
Ma ero poco lucido per riflettere, oltretutto in giro non si vedeva anima viva, e le gambe incominciavano a tremarmi per lo sforzo di rimanere in piedi.
Il vento cominciò a soffiare con forza spazzando via le foglie cadute e i rifiuti sparsi per terra, mi strinsi nella felpa e poggiai la schiena contro il palo della luce, imprecai quel tanto che bastava per ritenermi soddisfatto e mi lasciai scivolare per terra, poggiando le mani sulla testa e trattenendo quelle che sembravano lacrime… stavo realizzando che avevo perso la mia ultima occasione per risolvere i miei problemi.
Quei momenti parvero interminabili, anche se immobile, la mia testa continuava a girare e, ricordo bene, sentii come se gli organi interni si fossero animati e stessero cercando una nuova posizione per riposare.
Il vento cessò d’improvviso la sua corsa, sentì qualcosa muoversi a qualche metro da me, sollevai gli occhi e provai a guardare ma non c’era nulla, non feci in tempo ad abbassare la testa che sentì nuovamente il rumore, questa volta provenire una decina di metri più avanti.
Strizzai gli occhi per cercare di mettere a fuoco meglio, in lontananza vicino al successivo lampione sembrava sostare qualcosa, non era una persona, sembrava più un enorme cilindro nero, ma non potevo esserne sicuro, il fatto sta che sembrava muoversi lentamente in cerchio.
Probabilmente la sostanza che avevo in circolo stava giocando un altro dei suoi colpi bassi, provai a fissarla di nuovo, ma era sparita.
Non diedi importanza a quanto avevo visto, avevo proprio bisogno di andare a casa.
Una leggera pioggerellina cominciò a cadere, tirai su il cappuccio della felpa e provai a ritornare sui miei passi.
Una folata di vento mi spinse di lato e mi ritrovai a fissare, a un centinaio di passi da me, la stessa forma cilindrica che avevo visto prima, era lì davanti a me dove la strada terminava nella piazzetta principale.
La vidi muoversi nella mia direzione, era scura e facevo fatica a distinguerne la forma esatta, in più ci si mettevano gli occhi gonfi e la pioggerellina.
Le parole che pronunciai, allora, mi risuonano ancora chiare nella testa … provai la netta sensazione che le parole, anche se fuoriuscivano dalla mia bocca, giungevano da lontano ed io ero lì ad ascoltarle, ne sentivo l’eco lontano.
“eila’!”
Gridai quasi senza accorgermene.
“guarda che ti ho visto!!…”
Speravo solo di non essermi reso ridicolo ritrovandomi magari a urlare a un cassonetto della spazzatura.
Il vento cominciò a soffiare più forte facendomi piegare in avanti per evitare che la pioggerellina fredda che cadeva copiosa mi sferzasse la faccia.
La figura mi sfuggì nuovamente alla vista, ma stavolta ne sentivo la presenza, doveva essere da qualche parte attorno a me, i miei sensi erano confusi eppure sentivo chiaramente la sua presenza.
Mi voltai dando le spalle alla piazzetta e cominciai a muovermi a passo svelto cercando di non incespicare, il cuore prese a battermi velocemente, ebbi la sensazione che qualcosa mi passasse vicino a pochi passi e mi voltai, ma non vidi nulla.
Stavo correndo, senza sapere dove e soprattutto come, le gambe si muovevano ma quasi involontariamente tutto attorno era distorto e mi stavo affidando solo all’intuito, ormai ero sicuro che quel cilindro animato mi stesse seguendo, mi parve di sentire come se delle mani ossute stessero scivolando lungo i miei fianchi per stringermi, e accelerai il passo, mi voltai e percepì quell’inquietante figura vicinissima, sentii la sacca a tracolla che veniva strattonata, la protessi con il braccio e accelerai l’andatura.
Sentii che i miei piedi stavano calpestando qualcosa di soffice, sicuramente ero uscito dalla strada principale infilandomi lungo l’immenso prato verde che correva lungo il lato, mossi le mani avanti per proteggermi dagli alberi zigzagando per non sbatterci.
Infine caddi colpendo una radice sollevata e finì lungo a faccia in giù, disteso per terra.
L’impatto fu forte e ci misi qualche secondo in più per riprendermi, non connettevo bene, gli occhi mi si erano quasi del tutto chiusi dal gonfiore, sentì nuovamente strattonarmi la sacca con il libro, e provai a voltarmi di scatto sollevando il braccio per colpire chiunque fosse.
Il braccio andò a vuoto colpendo l’erba bagnata.
C’era silenzio tutto intorno a me, sollevai la testa leggermente per cercar di intravedere o sentire qualcosa.
Erano li, davanti a me, due strette fessure rosse erano proiettate in avanti come due piccole lingue biforcute.
Quella cosa mi stava fissando, ed era talmente vicina che ne sentì il forte gelo che emanava.
Sentì le sue dita ossute afferrare la sacca e strattonarla.
Le sensazioni che provai furono miste, c’era paura, angoscia, senso di oppressione e rabbia.
Penso che fu il senso di sopravvivenza a farmi reagire.
Quasi senza pensare a cosa potessi avere di fronte a me, stordito com’ero da quella condizione, allungai il braccio sinistro e afferrai quello della creatura.
Ci furono pochi attimi di nulla…
Il gelo … aghi di ghiaccio trapassarono il mio corpo, ma immediatamente dopo fui avvolto da un vento caldo e soffocante, sentivo come se la pelle bruciasse su tutto il corpo… mollai la presa. Non so come, ma pochi secondi dopo ero in piedi correndo via dalla creatura.
Il terreno sotto i miei piedi scorreva velocemente mentre le mie gambe si muovevano lente, era tutto surreale, anche la prospettiva cambiò, mi sentivo come se fossi sospeso a mezz’aria sospinto dal vento.
Dietro di me sentivo ancora la presenza di quella creatura, mi stava inseguendo, ma adesso era molto distante.
.. L’unica cosa che mi teneva stretto alla realtà era quell’ostinata volontà di scappar via…
Tutto attorno stava cambiando, sentivo di allontanarmi dalla città, forse ero finito nel parco lì vicino, o forse ero a chilometri di distanza, speravo solo di riuscire a reggere, almeno fino a quando non fossi stato sicuro di aver seminato quell’orrenda creatura.
Ma non sembravo in condizione di poter decidere dove e quando fermarmi.
E, infatti, fu così.

Proseguì non so per quanto tempo e soprattutto in che direzione, mi sentivo sempre sospeso in quel corpo ed ero oltretutto dannatamente confuso da quello che avevo ancora in circolo per analizzare lucidamente quanto stesse accadendo.
Infine…
Sentì solo l’impatto contro un terreno freddo e spigoloso, fu forte e doloroso, poi le forze mi mancarono e svenni.

… da qui fino a quando non rinvenni mi e’ ignoto cosa mi accadde …

Mi risvegliai dolorante e in preda a conati di vomito.
Qualcosa di gelido mi avvolgeva quasi completamente, la testa mi girava e gli occhi non volevano aprirsi, non avevo percezione del mio corpo.
Poi, come se qualcuno mi avesse lanciato addosso un enorme masso, il dolore si fece strada su tutto il corpo, facendomi urlare.
Ginocchia e gomiti erano in pessime condizioni, sentivo in bocca un misto di polvere e sangue e tutto il corpo era attraversato da fitte dolorose.
Finalmente aprii gli occhi, mi ritrovai disteso a faccia in giù in uno spesso manto nevoso, era tutto bianco e la neve cadeva fitta tutt’attorno.
Nel mezzo, di ciò che mi circondava, spuntava una sporgenza rocciosa qualche metro più avanti, la forma era irregolare ma ricordava vagamente una balena.
L’aria era gelida e rarefatta, continuavo a respirare a pieni polmoni, ma oltre il dolore per lo sforzo avevo la sensazione che l’aria mi mancasse.
Provai a girarmi per rimettermi in piedi, ma le ferite che avevo m’impedivano di farlo.
Cominciai a urlare nervosamente sputando neve e sangue dalla bocca intorpidita, tentai più volte di alzarmi ma il risultato fu lo stesso.
Mi sentivo così inerme, continuai a urlare nella speranza che qualcuno mi sentisse, la gola mi bruciava e la neve stava lentamente coprendo tutto il corpo, facevo fatica a tenere la testa sollevata.
Non ricordo quanto rimasi in quelle condizioni, ma alla fine il freddo ebbe il sopravvento e i miei sensi si abbandonarono al loro destino.

Mi risvegliai al suono della mia voce, in verità fu un urlo tremendo che mi sembrò giungere da lontano.
Avevo gli occhi ancora chiusi e quando li aprii tutto attorno a me, era cambiato, o meglio era diverso.
Riconobbi la sporgenza rocciosa a forma di balena, lì a qualche metro da me, solo che tutto attorno non c’era più quello strato di neve ma un verde manto erboso.
Incredibilmente il gelo era passato e addosso sentivo correre un tiepido vento primaverile che smorzava un insolito calore che mi avvolgeva.

Che cosa era accaduto?
Quanto tempo era passato?

Provai a guardarmi attorno, c’era un profondo cielo azzurro privo di nuvole e per quanto riuscissi a vedere, il terreno sembrava tagliare di netto qualche centinaio di metri tutt’attorno a me.
Non so come trovai la forza di sollevarmi sulle braccia doloranti e mi misi seduto, il resto del corpo sembrava addormentato.
Fissai le braccia, erano diventate sottili e la pelle era chiaramente bruciata dal sole, mi toccai il petto sentendo le costole sporgere, provai a toccarmi il volto e finii con l’afferrare una lunga barba posticcia.
Ne rimasi scioccato e crollai al suolo ancora una volta.

Frammenti di lucidità, questo e quanto mi rimaneva dopo tutto quello che mi stava accadendo, solo il sapore di sangue e terra mi teneva aggrappato alla realtà.
I miei occhi tradirono il mio stato, la vista mi stava abbandonando, cosi come io mi stavo lasciando andare.
Forse ero morto, e quello era la giusta punizione per i miei errori in vita, una lenta agonia senza fine.

Tuttavia alla sofferenza sembrava non esserci fine.

Raccolsi tutte le forze ancora a disposizione, e mi trascinai su quel manto erboso spingendomi verso lo strapiombo.
Dolorante e impaurito giunsi sino al dirupo, cercai di schiarirmi la vista giusto per rendermi conto che quella parete di roccia  tagliava il terreno verticalmente e proseguiva per parecchie centinaia di metri, completamente coperto dal verde e da corti alberi pieni di rami, fino poi a inclinarsi dolcemente seguendo una linea meno ripida e pianeggiante, fuori dalla portata del mio sguardo indebolito.
Un senso di vertigine salì forte, il vento correva forte lungo i suoi fianchi e la testa cominciò a girarmi.
Un puntino nero catturò la mia attenzione, cercai di mettere a fuoco l’immagine,mi era difficile riuscirci, gli occhi mi bruciavano e il vento che soffiava me li faceva chiudere.
Riuscii comunque a carpirne i movimenti, prima apparentemente immobile, notai di seguito che si muoveva, serpeggiando, lungo il fianco scosceso di quel posto.
I suoi movimenti erano veloci e, a mano a mano che saliva, cominciò a prendere forma, e mi resi conto di essere in grave pericolo, quando l’ombra di ciò che mi stava dando la caccia fece capolino tra le immagini contorte della mia vista ormai confusa.
Così vicino, quasi a sentirne l’odore, oscura presenza strisciante lenta si contorceva nella mia direzione…

E’ strano come la mente vaghi in luoghi oscuri e generi pensieri e ricordi in momenti così inappropriati e lontani.
Suoni familiari di un motivo che aveva qualcosa di allegro, ma al tempo stesso malinconico mi riaffioravano alla mente così limpidamente, potevo sentirne le sfumature e gli echi perdersi in lontananza, il crescendo diveniva più intenso e avvolgente, era un brano ascoltato quasi per caso molti anni fa tuttavia capace, come mi accorsi, di imprimersi nella mia mente in modo cosi netto.

Penso che quelle che scivolarono copiose sulle mie guance rinsecchite fossero lacrime, provai un ultimo gesto disperato spingendo ogni fibra del mio corpo a reagire, la vista mi si oscurò fui percorso da brividi e fitte, gli occhi mi si spensero lasciando impresso, come marchi indelebili in quell’oscurità cieca, linee di luce serpeggianti, poi tramutate in forme regolari di un rosso intenso.
L’ultimo ricordo di quanto mi accadde allora.

scritto da Vincenzo Di Pino

Potete acquistare il libro su Amazon Prime



Commenta questo articolo