Potrei non essere io: Di Vincenzo Di Pino – Capitoli 5 e 6 (di 21)

Mi è impossibile giudicare obiettivamente ciò che accadeva le innumerevoli volte che sognavo quel mondo.
Posso dire che appariva reale quanto può essere reale un sogno.
O che appariva reale quanto può essere reale il mondo della nostra vita quotidiana.

Carlos Castaneda

V

A volte il tempo e lo spazio sembrano mutare, cosi tirati, compressi, torti fino a perdersi ed assumere forme e significati sconosciuti.
Il pensiero può sembrare contorto… anzi lo è… tuttavia, le sensazioni che si provano (e che provai) durante questi momenti sembrano reali e spesso feriscono l’animo e la mente.
E dalla più banale sensazione che il tempo sembri non passare mai, alla più contorta sensazione di luoghi, posti ed eventi già vissuti, si finisce per giustificarne e motivarne l’accaduto.

Può anche accadere, però, che tutte queste tue certezze, così ingenuamente radicate, crollino senza trovare appiglio, spogliandoti di quel guscio confortevole che è la razionalità.

Prova solo a immaginare le conseguenze che ne possono derivare, paura mista ad ansia e a frustrazione e chissà quale altra remota conseguenza può sprigionarsi e attanagliarti la mente.

Bene…
Tale fu il mio stato d’animo quando accadde quello che andrò a descrivere e cercherò. per quanto mi e’ possibile, di descriverne il più dettagliatamente possibile l’accaduto.

VI

La luce, per quanto possibile, oltre ad avvolgermi sembrò accompagnarmi e confortarmi.
Potrei giurare che mi stesse parlando, ma non con il solito linguaggio verbale, essa stessa era forma, verbo e comprensione.
Il mio corpo non esisteva più, io ero lì ma al tempo stesso ovunque.
Il buio sopraggiunse lentamente spazzando via la luce, oscurandone l’intensità per poi spingerla via con forza.
Oscurità…
Non posso valutare quanto rimasi al buio, ricordo solo che l’oscurità divenne densa, compatta e sembrò ondeggiare lenta.

Poi si aprì uno squarcio.

Fu il respiro a riportarmi a uno stato di apparente lucidità.
Ebbi la sensazione di soffocare, come quando si rimane con la testa sott’acqua più del dovuto. Inspirai con una foga tale da tossire ripetutamente in modo convulso.
Non ero solo, questo mi dicevano i miei occhi mentre si abituavano all’ambiente.
Tornai a respirare a pieni polmoni e riuscii a guardarmi attorno.
S’intravedevano enormi tronchi d’albero, di un rosso profondo quasi marrone, proiettarsi fieri verso l’alto intrecciando i propri rami l’uno con l’altro, il fogliame era qualche tonalità più chiara e si perdeva verso l’alto.
A contornare il tutto, un fitto manto erboso scuro come la notte.
Tutte attorno a me, con quegli occhi luminosi color cremisi, le creature che abitavano quel sottobosco, così simili a cervi, orsi, marmotte, daini, tigri e svariate altre specie, ma diversi per piccoli particolari che non colsi in quel primo momento.
Rimasi impietrito per diversi minuti, fissando esterrefatto ciò che mi circondava.
Sentii addosso qualcosa che m’impediva i movimenti, provai a liberarmi facendo qualche passo avanti e mi ritrovai a fuoriuscire da una pozza colma d’acqua muovendomi agile su quattro zampe artigliate.
Non nascondo il panico iniziale che mi fece sbalzare in tutte le direzioni con movimenti scomposti, e infine caddi per terra con un gran tonfo.
Respiravo in modo affannoso, fissai l’intreccio di rami e foglie che copriva come una cupola l’ambiente, ero già stato li, mi riaffiorò nella mente la visione che ebbi in quello che inizialmente definì sogno, ma era ben diverso, in quel momento tutto sembrava reale, il respiro e il panorama attorno, il dolore provato cadendo per terra e gli occhi liberi di muoversi non più prigionieri di un corpo che non mi apparteneva.
Che senso aveva se infine il corpo in cui mi muovevo non era quello cui ero abituato, poteva un sogno giungere a essere così nitido e così reale da sembrar vero?
Mi resi conto di essermi perso nei miei pensieri e scrollando la testa tentai di rialzarmi, prima ancora di riuscire a volgere gli occhi sulle creature che mi fissavano poco prima, notai altri involucri, di fianco a me, immersi in delle pozze simili a quella cui io ero appena uscito.
Altre creature erano stese lì vicino probabilmente anch’esse appena fuoriuscite.
Ebbi un sussulto mentre sentii il muso, di quello che sembrava un grosso felino cornuto, sfiorarmi la testa ed emettere una sorta di esalazione multicolore dalle fauci spalancate, mutavano di colore e intensità e sparivano veloci perdendosi nella semioscurità che ci circondava.
Voltai freneticamente la testa e notai che non ero il solo ad avere visite, le altre creature distese di fianco vennero presto affiancate come me.
Che cosa avrei dovuto fare, scappare o magari attaccare prima che potesse accadermi qualcosa, o chiudere gli occhi e aspettare di risvegliarmi?
Fui talmente preso da quell’indecisione che finì per rimanere immobile fissando il vuoto come paralizzato.
Il muso della creatura che mi si era avvicinata continuava a ondeggiarmi davanti e a emettere quelle sfumature di colore.
Forse avrei dovuto parlare, stabilire un contatto, magari semplicemente un saluto formale.
Attorno notai che le altre creature fuoriuscite dagli involucri si erano alzate ed erano andate a mescolarsi con quelle che ci osservavano tutte attorno.
Forse avrei dovuto fare lo stesso… provai ad alzarmi.
Neanche il tempo di sollevarmi sulle due zampe anteriori che il grosso felino che avevo davanti mi colpì violentemente il capo con una zampata, sbalzai di qualche passo, sentendo un dolore pungente ricoprirmi il capo.
Dovevo reagire, mi sollevai nuovamente questa volta fissando cautamente il grosso felino che riprese a fissarmi e a riprodurre quelle esalazioni multicolori.
Sentivo il cuore battere forte, la rabbia cresceva in modo incontrollato, graffiai il terreno con gli artigli, fu così strano, avrei avuto di sicuro la peggio se non avessi reagito prontamente, allora urlai, stringendo gli occhi e proiettando tutta la frustrazione per ciò che mi stava accadendo in quel grido di rabbia.
Ma non udii nulla.
Quando riaprii gli occhi sfumature di colore esalarono dalle mie fauci spalancate.
Non così luminescenti o armoniose come quelle del felino che avevo di fronte, ma cupe e contrastanti per tipologia e gradazione.
Silenzio…
Il grosso felino smise di emettere la sua esalazione, alzò il massiccio testone sgranando gli occhi, che divennero più luminosi, e artigliò il terreno di fronte a lui più volte per diversi secondi.
Non feci in tempo a sollevare la testa per capire cosa stesse fissando che fui sbalzato in alto, con una violenza tale che mi fece mancare il respiro, da possenti braccia pelose.
Artigliai l’aria cercando un appiglio, intravidi la sagoma del mio carnefice, sembrava un grosso gorilla, anche dal modo in cui si muoveva da albero in albero.
Sparimmo per qualche secondo nell’intreccio di foglie e rami che ci sovrastavano, fu dolorosissimo, sentivo continue frustate lungo tutto il corpo.
Era dannatamente veloce, e così come mi aveva afferrato mi lasciò andare…d’ improvviso.
… Dicono che i felini siano abili nell’atterrare, qualunque sia l’altezza, sulle proprie zampe…beh…c’è sempre un’ eccezione …
Caddi rovinosamente per terra come un sacco di patate da una grande altezza, mi ci volle del tempo per riprendere lucidità.

Scritto da Vincenzo Di Pino



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