Potrei non essere io: Di Vincenzo Di Pino – Capitoli 7 e 8 (di 21)

Difficile esprimere forti sensazioni, come quella di ritrovarsi in un mondo ignoto e nel corpo di una creatura sconosciuta, trascrivendone semplicemente l’accaduto.

VII

La verità è che rimasi per lungo tempo estraniato da tutto, fissando il vuoto davanti a me.
Non c’era nulla oltre il dolore per la caduta a farmi convincere che tutto quello fosse reale.

… com’era possibile quello che stava accadendo…

Scrollai la testa, gli occhi erano pesanti e il mio sguardo inizialmente fu sfocato.
Respirai piano, per permettere al cuore di rallentare i suoi battiti frenetici, era la prima volta che sentivo l’impeto dei suoi battiti, così forti e ripetuti. Tuttavia mi ci dovetti abituare, quel nuovo involucro, che era il mio corpo, si comportava differentemente dal normale, reagendo in un modo nervoso, scalpitante, ai miei comandi.
Era come se ogni mio piccolo gesto fosse amplificato, portato all’estremo senza il mio volere, non mi ci volle molto prima che capissi quanto questo, avrebbe giocato un ruolo fondamentale per la sopravvivenza in quel luogo.
Mossi le zampe in modo scoordinato, la nuova postura mi diede non pochi problemi. Riuscì, almeno per un po’, a concentrarmi su una sola di quelle bizzarrie.
Gli occhi finalmente si liberarono da quell’intorpidimento e presto ebbi la possibilità di osservare l’ambiente che mi circondava.

Attorno era quasi tutto buio, solo in lontananza s’intravedevano dei barlumi rossastri, talmente cupi da confondersi con tonalità marrone.
Tutt’attorno potevo solo intravedere le forme di grossi tronchi, che si proiettavano nell’oscurità circostante.
Alcuni emanavano un leggero bagliore simile a quelli lontani, ma in quel caso erano vagamente visibili, come un alone, come l’impronta lasciata da una fonte di luce spentasi improvvisamente.
Il riflesso, se pur minimo, si poteva intravedere sul manto erboso che li circondava, anche se quei filamenti scuri, simili a quelli intravisti poco prima, li erano radi e lasciavano intravedere un terreno che potrei definire solo come, spento.
Istintivamente allungai una zampa per sentirne la consistenza, era duro come la roccia, come se fosse prosciugato da ogni minima goccia vitale, e ridotto al nulla.
Il cuore per pochi momenti tornò a battermi forte, non come se fossi agitato, fu più un’esplosione improvvisa, come di qualcosa che dal profondo riaffiora prepotentemente, un ricordo, una sensazione e uno stato d’animo tenuti a freno fino a quel momento e che quando meno te lo aspetti riaffiorano su con tutto il suo impeto.

Il silenzio faceva da sfondo, non quell’assoluta mancanza di rumore che ti fa ronzare la testa, ma semplicemente il nulla.

Riuscii a cadere per terra da solo, con una facilità imbarazzante, d’improvviso, preso in quel modo dai pensieri non riuscii a coordinare le zampe, agitandole poi disastrosamente per non perdere l’equilibrio, inutilmente.

Sbuffai e mi rialzai.

Per l’ennesima volta, tentai di rimanere in piedi sulle zampe, e il risultato quella volta fu soddisfacente.
Persi un sacco di tempo cercando la coordinazione perfetta, ma raggiunsi, infine, un più soddisfacente compromesso tra equilibrio e movimento.
Giunse il momento di decidere cosa fare, se rimanere lì in attesa che accadesse qualcosa, o lanciarmi in una rischiosa esplorazione verso l’ignoto (non fu l’unica volta che ebbi questo dilemma).
Rimanere lì significava attendere qualcosa che non sapevo neanche io, buona o cattiva che fosse, avrebbe di sicuro limitato le mie possibilità di sopravvivere nel peggiore dei casi, facendomi trovare impreparato sull’ambiente che mi circondava.
Optai per un’esplorazione dei dintorni, cercando di mantenere un minimo di orientamento con il punto dove ero stato scaraventato.
Cercai di dirigermi verso quei bagliori che avevo intravisto prima.
Non c’era un vero e proprio punto da seguire, tuttavia mi permise di darmi una direzione.
Con il dolore ancora persistente, per il trattamento ricevuto, m’incamminai, attento a ogni mio passo, cercando di evitare i numerosi rialzi nel terreno, come se le radici di quegli alberi avvolti dall’oscurità, stessero tentando di fuoriuscire dal terreno.
Si faceva fatica a camminare, le radici sembravano molto lunghe c’erano dei punti, dove fuoriuscivano fino a quasi sovrastarmi in altezza.
Dovetti, in alcuni casi, scavalcarle finendo per perdere in breve tempo l’orientamento.
Le mie zampe, nelle varie intersezioni tra le radici intrecciate, percepivano qualcosa di differente dalla durezza del terreno, ingenuamente in quel momento lo attribuì a una diversa consistenza del terreno.
Finii con il perdere completamente la direzione, quando mi resi conto che di fronte a me non avevo più quel baluginio visto in precedenza, almeno il terreno cominciò a farsi più pianeggiante ed ebbi modo di fermarmi per ragionare sul da farsi.
Rimasi lì fino a quando non riuscii a intravedere nuovamente quel baluginio, era differente da quello precedente ma almeno, pensai, mi avrebbe permesso di poter osservare meglio ciò che mi circondava e mi avrebbe, almeno in parte, liberato da quell’ansia che l’oscurità mi accresceva.
Per quanto ogni volta dovessi deviare la mia traiettoria, a causa di quel terreno irregolare, infine giunsi in un ambiente illuminato da quella fluorescenza, che alcuni alberi emanavano.
Mi sembrò di spuntare, nel bel mezzo del bosco, in un accampamento abbandonato, difatti la luminescenza copriva solo una zona delimitata, come la luce di una lanterna, e le ombre che si generavano, dalle radici contorte, davano proprio l’idea di giacigli e vettovaglie abbandonate in quel luogo.
Per un attimo mi sentii confortato, per quanto fosse tutto così tetro, quell’immagine mi portò alla normalità, come se mi fossi risvegliato da un incubo.

Un attimo è tale, perché passa subito.

I miei occhi si abituarono in fretta al nuovo ambiente, attesi comunque diversi minuti prima di trovare il coraggio di avanzare, tastai bene il terreno sotto alle mie zampe ed infine avanzai nel cerchio illuminato.
Quando fui dentro, capii che sarebbe servito altro, oltre quella lieve luminescenza, a farmi stare meglio.

In quel luogo, gli alberi diversamente da quelli visti inizialmente,prima di essere trascinato via, avevano un colorito più cupo ed aleggiava una strana sensazione di tetro, molti dei fusti erano avvolti da nervature biancastre che, come reti, li avvolgevano facendone sparire quasi il loro strato superficiale, alcuni invece avevano piccoli bozzoli ai rami e quelle ramificazioni biancastre fuoriuscivano da esse ancora penzolanti, molto probabilmente, pensai, col tempo avrebbero avvolto il fusto.
Parassiti, mi venne da pensare, e più in la ne ebbi la conferma. Le foglie davano l’idea di essere avvizzite e molte delle radici che spuntavano dal terreno erano spezzate.
Mossi qualche passo tastando il terreno in tondo, le mie quattro zampe si muovevano veloci e avevano un tatto molto sviluppato, riuscivo con facilità a catturare tutte le piccole imperfezioni del terreno, l’umidità di cui era impregnato il manto erboso e le variazioni di temperatura.
Ero talmente preso da tutto quello che ci misi un bel po’ prima di accorgermi che non ero solo, o meglio, quello che all’inizio mi sembrò un’imperfezione del terreno, non era altro che corpi di creature dai tratti animaleschi, come quelle viste in precedenza, parzialmente affondate nel terreno, alcune addirittura quasi sepolte, tutte avvolte dagli stessi rampicanti biancastri che avevo visto sugli alberi.
Che misera visione… ne fui scosso, ma non fui preparato a ciò che seguì.
Avvicinando il muso a quello che sembrava un piccolo cervo, quasi del tutto affondato nel terreno, sobbalzai quando mi accorsi che aveva l’occhio, che ancora fuoriusciva dal terreno, aperto… e mi stava fissando.
Cercai di placare l’agitazione e mi avvicinai di nuovo, l’occhio mi seguiva, fuoriuscì per pochi attimi un’esalazione nera dal suo muso sporgente tra le nervature bianche che lo tenevano intrappolato, poi smise di colpo e vidi l’occhio roteare per qualche secondo, chiudersi per poi riaprirsi, e fissare il vuoto.
Fui colto da compassione e istintivamente provai a strappar via le bianche catene che lo tenevano intrappolato.
Ma ormai erano troppo fitte e sembravano affondargli nel corpo.
Allora mi spostai su un altra delle creature intrappolate, sembrava un cinghiale con una lunga cresta sul dorso, anch’egli era avvolto quasi completamente dalle spire di quel parassita orribile, ma la sua condizione fisica era peggiore del precedente, sembrava ormai morto.

Cos’era quel posto, e soprattutto perché ero finito li?
Non potevo rimanere, sentivo che presto avrei fatto la stessa fine. Provai a guardarmi attorno ma ogni direzione sembrava la peggiore, infine ne scelsi una, senza apparente motivo, e mi lasciai alle spalle quell’orrore. Percorsi un lungo tratto cercando di darmi una direzione, ma l’intreccio di alberi era tale che fu quasi impossibile.
I miei passi erano agitati e il fatto stesso che tutto attorno sembrasse peggiorare non mi consolò per niente.

Ore…giorni…chi può dirlo quanto camminai.

Colori, forme che si muovevano quasi danzanti, fumi colorati, figure scure che percorrevano un oscuro sentiero. Un uccellino di un giallo luminescente fece capolino dal nulla svolazzandomi attorno per qualche momento, fu un piacevole spavento, poco dopo due creature, un orso cornuto e un cervo dall’enigmatico intreccio di corna (di sicuro simili a quelli visti nel sogno) spuntarono dal fitto del bosco seguendo con lo sguardo l’uccello per poi farlo ricadere su di me. Le fissai e loro ricambiarono, non un movimento, interminabili minuti.

L’orso fece il suo primo passo voltandosi verso il cervo e facendo fuoriuscire dalle fauci quella nube multicolore che avevo già osservato in precedenza, il cervo fece lo stesso dopo poco.
Feci in tempo a muovere un sol passo in avanti che accadde l’inaspettato, qualcosa attraversò il soffitto di foglie e rami intrecciati, trascinandosene dietro un bel po’ lacerate e pezzi di ramo,sparendo in un’altra direzione, sembrava un proiettile impazzito sparato dall’alto, aveva oltretutto lasciato una scia di fumo e cenere. L’uccello di un giallo luminescente, che prima svolazzava vicino alle due creature, cadde a terra di colpo rimanendo immobile, la sua luminescenza sembrò diminuire d’improvviso.
L’orso si sollevò sulle zampe artigliando l’aria mentre il cervo scalpitava in modo nervoso.
Fui preso dal panico e scappai il più lontano dalle due creature furiose.
Cercai di ritornare sui miei passi, ma presto mi pentii della scelta, perché dopo poco sentii qualcosa che cercava di afferrarmi le zampe, allora corsi il più velocemente possibile voltandomi di tanto in tanto per vedere cosa tentasse di afferrarmi.
Ci misi poco a giungere lì dove ero stato letteralmente lanciato da qualunque cosa mi avesse afferrato, la mia corsa era decisa e scattante, per quanto avessi paura, ne rimasi affascinato.
E fu proprio quando pensai di essermi liberato dal mio inseguitore, che inciampai ruzzolando per diversi passi, caddi nel tentativo di fermarmi non provai nemmeno ad alzarmi.

… rimasi pietrificato…

Sollevate come cadaverici pupazzi mossi da lunghe nervature bianche che pendevano dai rami, le creature che prima avevo visto quasi del tutto affondate nel terreno, adesso si muovevano in modo scomposto, tirate su da quelle nervature bianche che li avvolgevano e che dai rami si tiravano e si allungavano obbligandone i movimenti.

Dalle mie fauci fuoriuscirono esalazioni di colori che mai avevo visto prima, scrollai la testa per mandarle via, e rimasi lì disteso a fissare quegli orrori. Non ricordo cosa mi spinse a sollevarmi e scappar via da quel posto, posso solo immaginarlo, so per certo che mi ritrovai a testa bassa a percorrere l’ignoto. La fuga fu interminabile, sentivo la presenza delle creature intrappolate ovunque, le intravedevo in lontananza seguirmi nella loro barcollante corsa. Finalmente l’ambiente sembrò cambiare, incrociai un fiume che percorreva l’interno del bosco seguendo un tragitto abbastanza lineare, l’acqua era torbida e non permetteva di vedere il fondale.
Pensai di seguirne il flusso, immaginai che di sicuro avrebbe portato in un qualche posto magari più tranquillo, o era quello che speravo intensamente. Qualcosa intanto accadeva alle mie spalle, una di quelle creature sembrò quasi afferrarmi, ma qualcosa dall’alto comparì all’improvviso abbattendosi sul mio predatore, e rotolando nell’erba si allontanarono in quello che sembrò un furioso combattimento. Pensai ingenuamente che qualcuno volesse proteggermi ma appena una di quelle creature, simili a grossi scimmioni, calò dall’alto dei rami cercando di mordermi e afferrarmi capii che la mia fine era ormai vicina.
Mi lanciai in una corsa disperata verso l’ignoto, ormai tutt’attorno percepivo ostilità e presto immaginavo sarebbe toccato anche a me cadere sotto i colpi di una di quelle creature.
Tuttavia così non accadde…
Talmente preso nella corsa, non mi accorsi di essere sbucato fuori dal fitto del bosco, in un vasto ambiente quasi interamente coperto da un lago cui il fiume si univa.
Non feci in tempo a fermarmi e ci scivolai all’interno.

Subito dietro di me una di quelle creature avvolte dalle nervature bianche, un enorme felino dal muso a becco, scivolò anch’essa nel lago.

Provai a ritornare a galla ma non riuscivo a nuotare bene con le zampe.
Dopo un po’ riuscì a mettere la testa fuori, avevo bevuto molta acqua e respiravo affannosamente, il felino dal muso a becco si era irrigidito e le nervature bianche sembravano bruciare al contatto con l’acqua, presto andò giù a fondo.
Mi mossi velocemente ma la riva era lontana, mi guardai attorno disperato, solo in lontananza vidi un corteo di creature intente a fare chissà cosa lungo la riva, provai a urlare, ma dalle mie fauci fuoriuscirono ancora quelle esalazioni colorate… ma questa volta fu diverso, le creature sulla riva sembravano avermi visto, ma soprattutto, quella sequenza e sfumatura di colori non mi parve più misteriosa, aveva un senso, un significato, una richiesta d’aiuto…

… le zampe cedettero e lentamente sprofondai nel lago…

Prima di svenire vidi nel profondo del lago due enormi globi rossi, ma che avevano una forma ben più complessa, baluginare dalle profondità.

Ancora una volta, fu il buio…

VIII

Quel che accade in quei terribili attimi in cui sprofondai, per quanto possa parer strano, mi sembrò di poco conto e tuttavia con il proseguire degli eventi capii cosa realmente fosse successo.
Ritengo quindi giusto descriverne il momento in seguito, quando tutto questo intricato mosaico prenderà forma.

Scritto da Vincenzo Di Pino



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