Potrei non essere io: Di Vincenzo Di Pino – Ultimi capitoli –

Potrei non essere io. Capitolo 21. Sollevai, distrattamente, la testa dal blocchetto degli appunti, il sole carezzava tiepidamente il viso e le braccia scoperte in quell’inizio di primavera tanto attesa.

Le campane, in lontananza, risuonavano con un’intensità tale, come a voler coprire interamente le spazio che mi circondava, una distesa di verde e acciottolato, ottimamente distribuiti e contornate da comode panchine di legno e alberelli deliziosamente sagomati.
Questo paradiso urbano si estendeva per centinaia di metri, in lungo e in largo. Il suo ingresso era delineato da un enorme edificio color salmone che richiamava tempi antichi, con i suoi finestroni tetri, e i costoni ormai segnati dal tempo. Proiettava verso il cielo sgombro di nuvole, comignoli e statue raffiguranti armature antiche di diverse epoche con, al centro, in corrispondenza della volta d’ingresso, un’imponente aquila con le ali spalancate e la testa fieramente rivolta all’insù.
Distrattamente osservavo i passanti, che pigramente attraversavano le stradine piene di acciottolato che ne tracciavano i verdi quadrati erbosi.
Si mescolavano pacificamente coppie con figli, anziani, studenti e i vari tipi di creature che lo popolavano.
Ogni tanto si udiva il richiamo di qualche uccello, intento a svolgere chissà quali attività.
Tirai un profondo respiro, cercando di assorbire al meglio le energie positive che quel luogo sembrava emanare.
Riposi il blocchetto nel taschino della borsa che avevo di fianco e, alzandomi da una delle panche mi strinsi nel cappotto leggero e m’incamminai verso casa.
Percorsi a piedi il lungo viale che costeggiava l’antico castello ristrutturato, fino a giungere ad Allingtone avenue e risalì il suo viale alberato fino alla porta di casa.

… Tuttavia questo accadde dopo …

Prima di ricordare cosa fosse accaduto, quando ripresi i sensi, mi ritrovai nell’immensa distesa verde dei giardini alle porte del centro cittadino, nascosto sotto un basso albero, ero ridotto allo stremo, avevo ferite ovunque, su tutto il corpo e una lunga barba posticcia che mi scendeva fin giù il torace.
Le articolazioni erano messe male, riuscivo a stento a muoverle, mi ci volle del tempo anche per rimettermi in piedi, ero quasi nudo, quello che rimaneva dei miei vestiti giaceva penzoloni su tutto il corpo.
Mi sentì a lungo disorientato, la luce che mi feriva gli occhi, tutti i rumori assordanti che, seppur lontani, mi penetravano nella testa come aghi, e quella forte sensazione di vomito che mi attanagliava lo stomaco.
Mi ritrovai in una zona molto distante dal centro, lì il prato non era molto curato e la pulizia lasciava a desiderare.
Non c’era nessuno nei dintorni, solo occasionali animali, cani, gatti e piccioni, intenti nelle loro faccende.
A guardar meglio il mio corpo, era pieno di bruciature e grandi macchie nere, il dolore era forte, a ogni movimento, tanto che dovetti risedermi per riposare.
Rimasi lì fino a quando il sole non calò, gli occhi si abituarono al crepuscolo e approfittai di quella brezza fresca, che mi sollevò un po’, e m’incamminai verso quella che reputavo essere la direzione di casa.
Dovetti fermarmi più volte, fino a quando giunsi al limitare dei giardinetti.
C’era movimento in città, vedevo le persone come sagome anonime percorrere in lungo e in largo la piazza e la strada principale.
Scelsi un momento di tranquillità per sbucare in una stradina secondaria e infilarmi in uno dei vicoletti bui e percorsi un breve tratto, fino a quando le strade del centro si univano a quelle secondarie, in modo da non farmi notare.
Mi aggrappai alle pareti dei vicoli per non cadere, non so quante volte, sostai nuovamente fino a che trovai la forza di infilarmi in Loes Street e proseguire fino al punto in cui incrociava Allingtone avenue e, quasi carponi, giunsi a casa.
Graffiai la porta, tentai di aprirla ma era chiusa, allora fui tentato di rompere il vetro della finestra d’ingresso, tuttavia dovetti ricredermi quando mi accorsi che nelle tasche del logoro pantalone avevo le chiavi.
Ricordo che feci in tempo a chiudere la porta a chiave, per poi cadere svenuto lì sul pavimento d’ingresso.
Dormii a lungo, anche se fu più un dormiveglia, un continuo svegliarsi per vigilare che tutto fosse a posto, che fossi realmente lì.
Persi poi conoscenza, e quando mi risvegliai, quasi all’improvviso, urlai ma il grido mi si strozzò in gola, ed emisi un leggero mugolio, non ero più disteso per terra, ero sdraiato sul divano, vestito con una tuta nera, e avevo il volto completamente rasato.
Le ferite c’erano ma erano un po’ rimarginate, il mio corpo non era più così scarno e cadaverico.
Quello stato di stordimento, aggiunto al vuoto di memoria per quanto accaduto precedentemente durò per molto, quasi due mesi.
Mi limitavo a sostare in casa, andando avanti e indietro, o sedendomi sul divano e sulle poltrone, fissavo le pareti, i quadri, qualsiasi cosa avessi davanti.
Fino a che non fissai un quadro, poggiato sul muro di fronte al divano, allora la mente viaggiò a lungo, come un lampo nel mezzo dell’oscurità, tutto mi apparve, come un album fotografico, ogni singolo momento passato, da quando mi ero ritrovato svenuto su quel divano, sino all’estremo tentativo di salvarmi immergendomi in profondità nelle acque del lago.
Allora piansi, seduto su quel divano, le braccia distese sui fianchi, i piedi che sbattevano contro il divano e un silenzio angosciante che usciva dalla mia bocca, un suono strozzato agonizzante, c’era gioia in quelle lacrime, non solo disperazione.

Successivamente ripresi il controllo di me stesso, un po’ per volta, non mangiavo, non bevevo limitandomi a ricordare, stampati nella mente, ogni momento.
Stavo impazzendo, volevo uscire da quell’oblio, tentai più volte, di notte, di uscire da casa, ma l’oscurità mi opprimeva.
Allora decisi di uscire in pieno giorno, ben coperto per non far vedere a nessuno le mie condizioni, e mi spinsi pian piano oltre il quartiere, dove vivevo, cercai comunque di non incrociare nessuno.
Fino a quando non raggiunsi un giardino, a poche centinaia di metri da Allingtone avenue, un bel giardino immerso in uno scenario fantastico, mi spinsi lì appena il mio fisico me lo permise.
Sedevo per ore su quelle panche facendomi carezzare dal sole e cercando di liberare la mente.
Tuttavia i pensieri correvano veloci nella testa, non cercavo una spiegazione, non in quel momento perlomeno, e decisi che avrei dovuto mettere per inscritto quanto fosse accaduto, così da svuotare la mente da quei pensieri ossessivi.

Con regolarità, sembrò quasi che trascrivere quei pensieri mi facesse bene, che realmente la mente riuscisse a liberarsi da ciò che era segnato nel mio taccuino.

Qualcosa nel mio corpo era cambiato, tuttavia in quei momenti ero troppo preso dal voler sentirmi meglio per notare qualcosa.

… anche se così evidenti …

ULTIMO CAPITOLO

Ho un’ipotesi.
Tutto nasce da quel libro sottratto ai frati del convento, non che esso avesse qualche oscuro potere … no, non il libro, ma ciò che conteneva.
Sono arrivato a questo ragionamento, gradatamente, tutto è da riportare al come e al cosa accade, quando si “viaggia” in quel modo.

Mi spiego.
Presupposto che tutto sia vero, di sicuro non devo essere stato l’unico a trovarsi in quella condizione, improbabile.
Qualcuno deve aver viaggiato prima di me e, data l’antichità del manoscritto, immagino in tempi remoti.
Che cosa sia accaduto allo sconosciuto è di facile intuizione, quel manoscritto non è altro che un diario di quanto gli fosse accaduto e dei luoghi che aveva visitato.
Mi danno conferma di questo, i disegni rilegati all’interno.
Le ambientazioni differiscono molto da quelle vissute da me, tuttavia alcune cose coincidono, come quelle figure simili ad animali, dagli occhi color cremisi e gli alberi dalla vaga luminescenza.
Rimarrebbe un semplice e vecchio libro rilegato, se non fosse che il suo contenuto … è parte di quel mondo … di quei mondi.

Difatti.
Quando son ritornato alla vita reale … reale, adesso mi suona così strano …
Ho portato via con me, involontariamente, parte di quel mondo, non qualcosa di fisico ma la sua essenza.
Mi son reso conto, quasi da subito, che il mio corpo è cambiato, non in modo drastico, ciononostante capace di darmi non poche preoccupazioni.
Anche se tenui, irregolari e confusionali, il mio corpo genera quelle esalazioni che avevo già visto e usato nel bosco per comunicare con le creature.
Tutto il mio corpo si avvolge di quei baluginii colorati, che filtrano dagli indumenti che indosso e vaporizzano via nell’aria svanendo.
Per pochi attimi, quelle esalazioni hanno consistenza, li posso toccare, sentirne la densità tra le dita.
Essa si fa trasportare, afferrare e dare forma, libera di muoversi, può semplicemente sfiorare qualcosa o imprimersi sopra lasciando una traccia indelebile.
All’inizio ho pensato che fosse momentaneo, ma col passare del tempo me ne sono fatto una ragione.
Ho incominciato a osservarle, cercare di intuirne il significato, e a manipolarle.
Fino a quando non ho utilizzato la sua consistenza e la sua varietà di  colori e sfumature per tracciare delle forme, dovunque mi capitasse, sui muri di casa, sul tavolo e sul divano.

Non sono mai stato un bravo disegnatore, anzi, posso dire di essere negato nell’arte del disegno, quindi mi limitavo ad abbozzare qualsiasi cosa mi passasse per la mente.

Ho speso molto tempo a riempire, d’inutili disegni informi, qualsiasi cosa avessi attorno, d’altronde in quel mio stato d’isolamento non avevo altro sfogo o interesse.
Il tutto non ha avuto molto senso, fino a quando non è accaduto l’inaspettato, forse una coincidenza o forse un’inconsapevole necessità di dare una reale forma ai miei disegni.
Quasi per caso, mi son ritrovato davanti a un vecchio cartone di pizza, di quelli rettangolari e lunghi quanto un braccio.

Avevo dimenticato il sapore della pizza, e oltretutto avevo da qualche tempo smesso di mangiare.

L’ho rivoltato, trovandomi davanti il fondo, ancora bianco, del cartone.
Ispirato da quello spazio vuoto, quasi un invito a riempirlo, ho iniziato a sfiorarne la superficie e, poco dopo, esalazioni colorate s’imprimevano, sotto lo strofinio del palmo delle mani e delle dita, dando forma ai miei pensieri.

Quella volta è stato diverso.

Le mani si muovevano spinte da un’idea, ancora non chiara nella mia testa, ma libera di esprimersi con il mio corpo.
La mia attenzione era focalizzata solo sul disegno, gli occhi erano fissi sul cartone, come se stessi guardando attraverso un tubo.
Il disegno, seppur nelle sue linee imperfette, era riuscito a scuotere i miei pensieri e dare un valore a tutto quello che stavo facendo.

Un immagine era apparsa, così come l’avevo vista …

L’occhio dell’entità, così come lo avevo visto la prima volta nel profondo delle torbide acque del lago, mi fissava impresso su quel cartone della pizza.
I colori scuri, le sfumature e quel baluginio dell’occhio, dalla pupilla così complessa, erano stai impressi su quella tavola improvvisata come se l’immagine fosse stata estrapolata direttamente dalla mia testa.

Questo è stato l’unico disegno degno di nota da me prodotto, fino ad ora. Non so se riuscirò a riprodurne un altro con la stessa intensità e similitudine.

Tuttavia …
La mia ipotesi, in quel momento ha preso piede.
Se io ero riuscito, anche senza una dote naturale nel disegno, a rappresentare uno dei momenti più significativi di quel viaggio, allora chi, prima di me, aveva rappresentato quei paesaggi così ben curati, poteva aver descritto più dettagliatamente, e con maggior praticità, quei luoghi, quelle creature, anche senza dover aspettare di avere un’ispirazione dal profondo.
Semplicemente sfruttando le sue capacità e utilizzando anch’egli quelle esalazioni colorate.
Ciò, spiegherebbe i disegni così dettagliati e ben raffigurati nel manoscritto che avevo rubato.
Ero già stato a contatto, quindi, con quei fumi colorati, prim’ancora di aver iniziato il mio personale viaggio.
Avevo sfogliato quel manoscritto, addirittura uno di quelle rappresentazioni si era strappata dal manoscritto durante la mia prima visita nel corpo dell’uccello guardiano, e lo avevo custodito in casa per nascondere il misfatto.

Quei colori, quelle esalazioni tramutate in forma e sostanza sulla carta, erano la chiave per quei viaggi.

Esse, posso supporre, fungono da tramite, da collante tra le due realtà … come se volessero, semplicemente, ricongiungersi con quel mondo …

Di certo qualcosa deve avere innestato quell’inimmaginabile meccanismo che ha causato il viaggio.
Ho studiato a lungo in questo mio periodo d’isolamento i complessi processi, seppur a volte presunti, dei viaggi extracorporali, della mente, esplorazioni dimensionali e dello spirito.
Ognuno di essi teorizza viaggi fuori del comune, giustificandoli come sconosciuti, differenziandosi per metodologia e risultati, e tuttavia dichiarandoli reali poiché possibili.
Conoscendomi, avrei riso a lungo leggendo quelle testimonianze e quelle pratiche così minuziosamente descritte.
Ciononostante ne sono rimasto affascinato, quasi confortato, dal fatto che tutto quello che ho vissuto potesse avere una reale giustificazione.
E dopo un attento studio, sono arrivato alla conclusione che molte forme di viaggio extra corporale, hanno un filo conduttore. Concerne la capacità di poter viaggiare con la mente, tramutandone il pensiero in forma e permettendo di estraniarsi dal tuo corpo materiale, permettendoti di viaggiare libero e percorrere una dimensione che corre parallela a quella attuale, a volte interagendo con  essa.
Le forme assunte spesso sono quelle di creature, animali come uccelli o quadrupedi in grado di farti percorrere e vivere esperienze uniche.
Esse sfruttano antichi rituali indigeni, spesso utilizzano droghe potenti che trasportano il corpo in una sorta di trance.
Anche se di diverso tipo, la meccanica sembra la stessa … l’innesto.
La scintilla che avvia il motore.

Ricordo bene, che quel giorno, quando mi mossi per giungere all’incontro con il compratore, nell’attesa avevo bevuto molto e avevo assunto qualcosa di forte che mi aveva scombussolato il corpo.
Poco prima, avevo avuto il mio primo incontro (giustificandolo come incubo).
Il mio corpo, a quel punto, poteva aver assorbito quelle esalazioni da quel viaggio, e dal manoscritto sfogliato.
Il resto doveva averlo fatto la droga e lo stato di alterazione che ne conseguiva.

… La scintilla …

Potrei dire, infine, che tutto è accaduto in modo casuale, una coincidenza di eventi e luoghi che mi hanno portato a viaggiare in quel mondo, in quella dimensione, in quel corpo.

Non posso essere certo di questa ipotesi, tante possono essere le varianti e le supposizioni.
Comunque sia, essa mi da conforto, rende concreto quanto accaduto  eliminando l’ipotesi, più volte presa in considerazione, del fatto che io possa semplicemente essere impazzito o soffrire di qualche malattia della mente.

Avrò bisogno quantomeno di credere a quanto ipotizzato, per far si di riuscire a raggiungere, ancora una volta, quel luogo a me familiare. Poter completare ciò che l’entità mi aveva chiesto di fare, proteggere le creature e portarle in salvo.
Non so come riuscirò a viaggiare nuovamente, e neanche come farò a portare in salvo le creature, né cosa accadrà poi.
Mi limito a compiere ciò che, ritengo giusto, vada fatto.

Riguardo al tempo, penso che esso passi differentemente tra queste due dimensioni, quasi intrecciandosi, fino a compiere sbalzi temporali, ad ogni traversata.

E quello che descriverò di seguito sembra darmi ragione.

Adesso sono in attesa, un segnale, un ricordo di quanto accaduto che mi permetta di sapere cosa fare e, soprattutto, quando.

Ho deciso che, una volta ultimato, lascerò questo manoscritto lì dove avevo rubato quello antico.
M’intrufolerò di notte nel convento, cercando di fare in modo che non si accorgano della visita.
Ho come la sensazione di dover riparare a quel torto fatto, non tanto per i frati che ci abitano, quanto per aver perso il manoscritto antico, testimonianza di un qualcosa di straordinario.
Se mai dovessi ritornare, farò in modo di riportare in forma scritta quanto accaduto.

Non dormo da molto tempo, mi limito di tanto in tanto a chiudere gli occhi per rallentare i pensieri che scorrono veloci nella mente.
Il mio corpo è ridotto allo stremo, a volte capita di guardarmi allo specchio e pensare che, quella figura riflessa, potrei non essere io.

D.

APPENDICE  A

Quel che accadde quando caddi nel lago, la prima volta …

In alto librato su, fin su in un limpido cielo stellato, il mio corpo volteggiava libero con lunghe ali distese al posto delle braccia, il vento mi carezzava il volto e a stento mi permetteva di tener gli occhi aperti.

Sogno o realtà, cosa realmente importava in quel momento, forse ero semplicemente impazzito e presto mi sarei ritrovato a girovagare per Castle Boulevard delirando o chissà quale fine orribile. Sapevo solo che in quel momento ero sprofondato nelle acque gelide di una lago misterioso e d’un tratto mi trovavo a svolazzare nell’oscurità, stellata, di un posto ignoto.
Una leggera pioggerellina cominciò a colpirmi mentre inspiravo l’aria frizzante e assaporavo una sensazione di completa libertà.
Sentivo il corpo muoversi veloce, rimanendo sospeso nel nulla e piroettando senza freni, libero da qualsiasi legame.
Cambiavo direzione non curandomi di cosa avessi di fronte, ero troppo eccitato e stordito per riflettere sul cosa stessi facendo e come fosse possibile che stesse accendo.
Dopo una virata brusca mi spinsi verso l’alto, contrastando la pioggia che, a quella velocità, sembrò ferirmi.
Piansi, come non ricordo di aver fatto mai, ero elettrizzato da quella sensazione ma non riuscivo più a distinguere la realtà e la cosà mi ferì profondamente.
Strinsi le ali al corpo e mi lasciai andare…
Caddi libero in picchiata, le lacrime non smettevano di uscire mescolandosi con la pioggia. Forse sarebbe finito tutto così…
Le lacrime smisero di tormentarmi…
Ebbi un sussulto, aprì gli occhi e poi spalancai le lunghe ali rallentando bruscamente la caduta.
Nell’oscurità che mi circondava, si delineava nettamente la sagoma indaco di un essere umano, sembrava correre in qualche direzione e tutt’attorno s’intravedevano alberi e siepi bagnate dalla pioggia. A breve distanza qualcosa, che di umano aveva ben poco, anch’essa di un indaco più sbiadito, correva nella stessa direzione e da come artigliava l’aria, fu palese quali fossero le sue intenzioni. Mi ritrovai a volteggiare sopra di loro un paio di volte, l’essere predatore guadagnava terreno e presto avrebbe afferrato la preda. Riuscii a stupire me stesso quando senza esitazione mi lanciai in picchiata sulla figura dai tratti umani, afferrandola senza troppi complimenti e sollevandola via, giusto in tempo prima che fosse predata.
Salii su sbattendo forte le ali e solo dopo un po’ capii di aver afferrato la sagoma con, quelle che dovevano essere, le zampe artigliate posteriori. Provai a guardar giù la figura indaco che stavo trasportando, sembrava non essersi resa conto di esser stata sollevata e mimava una dubbia corsa disperata. C’era qualcosa in essa che mi spingeva a compiere quello che stavo facendo, era come se mi fosse in qualche modo familiare, la sentivo molto vicina.
La sua luminescenza non ne mostrava la vera fisionomia, perciò smisi di fissarla e incalzai con le ali aumentando la velocità.
Tutt’attorno si fece confuso e sentivo di aver acquistato fin troppa velocità, gli occhi non reggevano l’impatto con l’aria e la pioggia comincio a ferirmi il volto, proseguii finché le forze ressero poi la mia attenzione ricadde prima sulla sagoma luminescente, che parve priva di coscienza,  poi su un piano roccioso a poca distanza da noi. Sfinito, deviai sulla piana depositandolo sulla superficie e senza neanche fermarmi mi lanciai di nuovo in alto verso il nulla.
Stavo per girarmi per poi atterrare nelle vicinanze della figura indaco per poterlo osservare da vicino, ma non feci in tempo, la testa cominciò a girarmi e le ali mi si chiusero attorno e sprofondai nel vuoto ancora una volta.
Questa volta persi i sensi…

APPENDICE  B

Quel che accadde quando mi immersi, di nascosto, nel lago per guarire le mie ferite …

Rabbia, frustrazione e gran senso di oppressione, salite su come un rigurgito mortale … aprii gli occhi con tale foga che mi proiettai avanti senza neanche sapere dove fossi.
Pioggia fine mi bagnava e gli occhi mi bruciavano, attorno tutto era sfocato, era notte ma delle illuminazioni simili a lunghe braccia deformi fuoriuscivano dal terreno in un viale silenzioso.
Stavo sognando, oppure ancora una volta ero proiettato verso qualcosa di ignoto, questo pensiero rafforzò la mia rabbia che culminò in ira quando intravidi l’obiettivo della mia ricerca. C’era qualcuno in lontananza al centro del vialone e, come tutto attorno, la figura non era ben definita.
Era lui la causa del mio male, questo sentii dentro di me in quel momento, non riuscivo a controllarmi e mi ci lanciai contro, prima barcollando dalla foga, poi aumentando il passo fino quasi a correre. Lo sconosciuto prese a sua volta a correre in direzione opposta ma non subito, sembrò che mi stesse osservando prima. Il mio corpo non era quello che pensavo che fosse, ero qualcos’altro ma non ebbi il tempo di capire.
Dopo poco lo sconosciuto cadde a terra e in breve lo raggiunsi, fui sopra di lui ed allungai le mie mani ossute nel tentativo di ferirlo, ma ero impacciato nei movimenti e fui scalzato dopo poco da una gomitata ben assestata, avrebbe pagato anche per quello.
Non avevo limiti ed ero pronto a tutto. La corsa proseguì nell’oscurità e nella pioggia incessante che mi feriva gli occhi. Fui vicino a tal punto da sentirlo ansimare, allungai la mano toccandolo e quando balzai per afferrarlo quel maledetto sembrò sollevarsi d’improvviso verso l’ignoto, vidi la sua sagoma allontanarsi sempre più in alto, ma questa volta sembrò lasciare dietro di se una scia luminescente, cadeva dall’alto come polvere. Non mi persi d’animo e seguii la scia per lunghissimo tempo fino a quando non si spense e rimase un leggero bagliore in un punto indefinito del cielo, pensava di essere al sicuro nel suo alto rifugio, ma si sbagliava.
La mia caccia proseguì, ed ero sicuro che lo avrei trovato, ma non ne ebbi la conferma perché sentì il corpo proseguire ma qualcosa di me si allontanò, osservai la figura che non riuscivo a distinguere, allontanarsi da me, percorrere il tratto di strada che avevo di fronte fino a quando non si trovò di fronte un ostacolo, una parete rocciosa, e lo vidi iniziare un ripida scalata.
Infine persi i sensi e svenni.

APPENDICE  C

Osservazione:

Mi è chiaro che questi due eventi non sono solo sogni, nel sogno.
Sono stati viaggi reali.
Posso solo immaginare che quanto accaduto, nei due casi, sia stato influenzato da ciò che mi spinse nelle acque torbide di quel lago.
E come se gli stati d’animo, in quelle due circostanze, si fossero amplificati, guidandomi in quello che ritengo un incontro di dimensioni e di tempo.
Se ciò che ipotizzo è giusto, devo aver viaggiato nel tempo, e soprattutto … devo essere stato io stesso la causa del mio male … io l’inseguitore, io ero la preda, e sono stato sempre io quello che ha salvato me stesso.

Aggiunta:

Ho ritrovato la pagina strappata dal vecchio manoscritto che avevo custodito in un giornale logoro.
Ho avuto modo di dargli un’occhiata più attenta, e riuscire a carpirne maggiori dettagli.
Sul retro ho scoperto un’iscrizione, un po sbiadita,su quell’ultima testimonianza del vecchio manoscritto.
Ho pensato di riportarla nei miei appunti.
I simboli sembrano diversi da quelli visti nelle pagine ingiallite, come se fossero stati aggiunti di seguito, degli appunti suppongo.
Le lettere hanno una forma simile a quelle comuni, forse chi le ha aggiunte non è la stessa persona che ha scritto quel diario, e magari nemmeno della stessa epoca.
Sono troppo stanco per intraprendere uno studio approfondito su quella trascrizione, voglio conservare le forze per quanto dovrà ancora accadere.
Spero che qualcuno sia abbastanza fortunato o in grado di poterlo tradurre e, magari, trovare risposte ai tanti quesiti ancora irrisolti:

 …. Vizatim e panjohur
Perdorim kuqe i erret zeze …
… Perzierje te ndryshme
Kerkoj seance lidhur me permbledhjen

A . R .

Scritto da Vincenzo Di Pino

Coperina: Vincenzo Di Pino

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