Alessandro Fusari, disegnare fra scienza e ingegneria

pub-6418099014135224

Ciao Alessandro grazie mille per essere ospite qui a Cartoonmag quest’oggi. Puoi presentarti ai lettori di Cartoonmag (per quei pochi che non ti conoscono)?

Ciao Veronica e grazie per questa intervista. Ingegnere il giorno, fumettista la notte, spesso scherzo così su questo strano connubio. Strano solo in apparenza, ci sono illustri esempi, come Il maestro Vittorio Giardino, ma ricordo con simpatia una ragazza alla mia prima Lucca Comics da autore – credo fosse il 2005 – che mi chiedeva attonita come si potessero conciliare l’ingegneria e il fumetto. Non ho mai pensato che l’una escludesse l’altro (anzi forse lo alimenta, in un certo senso), ma è pur vero che si tratta di attività che ti coinvolgono moltissimo, in termini di tempo e di energie. Alla fine si tratta di fare un buon lavoro di pianificazione della propria giornata e di essere molto tenaci. E, onestamente, si tratta di avere un lavoro, in tempi difficili, sia per l’industria sia per il fumetto. Non sono ancora un professionista del fumetto, se mi dedicassi solo all’uno o all’altra sarebbe diverso, chissà, ma forse non sarei io, con queste due anime sempre presenti. Una cosa è certa, però: se disegnassi otto ore al giorno tutta la settimana sarei un disegnatore migliore 😉

Ingegnere, da sempre amante del fumetto e dell’illustrazione, il tuo primo stage si svolse presso Claudio Villa, disegnatore di Tex e creatore grafico di Dylan Dog. Da lì in poi è stato un crescendo, quali sono le tappe della tua formazione come fumettista?

Lo stage con Claudio Villa si svolse in una cornice molto bella, praticamente in una rocca, ad Acquaviva picena. C’erano lui, bravissimo, di cui ho ancora appeso in casa un disegno di Nathan Never, e Claudio Nizzi, al quale sottoposi la sceneggiatura che sarebbe diventata il mio primo fumetto pubblicato, Dinamiche di gruppo, la storia ironica di un neolaureato in ingegneria dei tecnopolimeri mutageni, al suo colloquio di assunzione (come dicevo, senza l’ingegneria forse non sarei io). Ovviamente ambientata in un remoto futuro, con alieni e stazioni spaziali… e con un finale un po’ fantozziano. Poi ci fu un secondo stage ancora più importante, un corso serale che durò alcuni mesi, con Massimiliano Frezzato. Fu lì che cominciai ad elaborare un mio stile, devo molto a lui. Quindi il Centro Fumetto Andrea Pazienza si interessò ai miei fumetti ed io mi interessai al Centro, da tempo partecipavo ai concorsi per esordienti che organizzavano. Ho imparato molto con loro, non solo dal punto di vista tecnico. Ci sono aspetti del fare un fumetto da zero, testi, colori e disegni, di cui ti rendi conto solo affrontando, anzi, macinando, decine di pagine. Riguardando ora i miei lavori di allora noto tanti difetti, ma è fondamentale per un esordiente vedere trasferite su carta le proprie tavole, partecipare alla preparazione dell’albo, andare nello studio grafico che si occupa dell’impaginato, condividere la promozione del fumetto finalmente stampato, prendere parte alle fiere, disegnare dal vivo, tenere uno stand, affrontare le critiche, incontrare i lettori… In tutto questo il Centro Fumetto è stato ed è eccellente, lo dimostrano diversi autori che hanno preso le prime mosse da lì e oggi sono affermati professionisti. Nasce da quel contesto il mio ciclo di storie di fantascienza “Le avventure di Randolph Reed”, quattro albi in tutto. E nasce anche dalla mia voglia di migliorarmi sempre come autodidatta: youtube è pieno di filmati interessanti che mostrano artisti in azione, si può imparare molto anche così, oppure leggendo testi didattici che affrontano tutti gli aspetti del fumetto, come How to draw comics the Marvel way, per dirne soltanto uno. E si impara anche frequentando fiere e festival del fumetto, chiacchierando a cena con un autore professionista, osservando un disegno originale e immaginando i gesti che hanno portato il colore o la china a fissarsi in un certo modo sulla carta… L’esperienza con il Centro continua, tuttora partecipo con entusiasmo alle iniziative che organizza, come il concerto di disegni dedicato a Dylan Dog, con il patrocinio della Bonelli. Recentemente ho fatto il salto al fumetto “completamente digitale”‘ grazie alle tavolette/monitor  prodotti da Wacom e a software come Manga Studio, che trovo straordinari. Anche questa penso sia una tappa importante nella mia evoluzione, non passo più dalla carta e dallo scanner, ma disegno direttamente con una penna sul monitor, con moltissime possibilità creative e con un controllo completo su ogni tratto. Meno “artistico”? Più rapido o più comodo? Si potrebbe discutere molto su questo, ma mi limito a dire che ho ottenuto con questa tecnica risultati più soddisfacenti – almeno per me – e tanto mi basta. Ora sto facendo alcune prove per alcuni editori e, quando non ho la penna in mano, incrocio le dita.

I tuoi studi scientifici quanto hanno influenzato opere come Ius Primus, Gelatineide, Xilom?

In fin dei conti questa non è una domanda facile. Ho detto prima che i miei studi e il mio lavoro “di giorno” mi influenzano, però è difficile dire in che misura. Alcuni aspetti di questo influsso o contagio sono sicuramente inconsci. Senz’altro le astronavi, la passione per una tecnologia spettacolare e “fuori scala” sono una spinta che mi ha portato verso studi tecnici e che si vede molto bene nei miei fumetti. Ma ci sono sfumature più sottili, un certo modo di “agire” del protagonista Randolph, o certe situazione che egli vive, che derivano indirettamente dalla mia esperienza come ingegnere. Non si tratta di riferimenti concreti, ma di rimandi vaghi. Forse sono questi gli aspetti che parlano più sinceramente di me. Un esempio: le galantine (una razza aliena dei miei fumetti), cubiche, inespressive, asettiche, rimandano a certi ingegneri che ho incontrato nel mio lavoro e che rispondono perfettamente allo stereotipo che – ne sono sicuro – molti hanno in mente. La cosa ironica è che questi personaggi sono una assoluta minoranza nel mondo reale. O forse chissà, sono affine a loro e non me ne rendo conto? Lasciami il beneficio del dubbio!

Hai anche un blog Gelatineide cosa richiama questo nome e che rapporto con la tecnologia?

Questa te l’ho servita su un piatto d’argento. Gelatineide richiama proprio le gelatine di cui parlavo prima ed è anche il titolo che inaugura la trilogia Gelatineide – Xilom – Ius primus che rappresenta il cuore delle avventure di Randolph. Ma é anche qualcosa di più. La gelatina è un essere mutaforma e il mio blog vuol essere altrettanto flessibile nell’ospitare disegni eterogenei, dallo schizzo all’illustrazione, su temi vari. Più che un blog un blob. Questo era l’intento originario, non sempre negli anni sono stato fedele a questa linea, ma il sito è sempre lì e rappresenta una parte della mia storia recente.

Come definiresti la tua tecnica di disegno?

Come dicevo prima, ora la mia tecnica è completamente digitale: wacom e manga studio. Così mi trovo bene. Fra l’altro, viaggiando spesso, posso trasportare i miei disegni su un piccolo hard disk senza ingombranti cartelle. La carta e i colori “analogici” mantengono sempre il loro fascino, li uso ancora qualche volta e sono sempre pronto ad acquistare il tal pennello o a provare la tal penna o una carta particolare. Nei fumetti di fantascienza mi sono servito molto anche di modelli 3D preparati da me o da amici. Si tratta di esperimenti, ora adotto meno questa tecnica, ma trovo che programmi come Sketchup (free) possano essere molto utili. Mi sono organizzato con alcuni script che permettono di ottenere rendering al tratto di discreta qualità, che richiedono solo pochi interventi manuali. Le scene sono molto dettagliate e precise, ma bisogna stare attenti a non esagerare, per non ottenere una resa troppo artificiale oppure prospettive distorte. Il tempo che si risparmia nel disegno si perde nella modellazione 3D, insomma non ci sono scorciatoie se vuoi curare gli sfondi o magari i mezzi tecnologici. Devo dire poi che la mia tecnica di disegno é ancora in evoluzione, è una ricerca faticosa ma affascinante.

Da dove trai ispirazione per le tue opere?

L’ispirazione nasce un po’ da tutto, ricordi, cartoni animati, film, libri, racconti, internet. Ho anche la fortuna di avere amici appassionati e competenti, con cui é sempre possibile confrontarsi su una storia, discutere una sceneggiatura o uno storyboard. Fino a poco tempo fa ho sempre scritto io stesso le mie storie e ho lavorato molto sulla fantascienza, la mia prima passione. Negli ultimi anni penso di aver cominciato anche un nuovo corso, con storie realistiche scritte da altri. Si tratta di progetti tuttora in lavorazione, storie che spaziano dal drammatico al noir, e mi trovo bene lavorando su testi che mi lasciano ampi spazi interpretativi, in modo tale che il lavoro sia anche mio non solo per i disegni, ma anche per il ritmo, la scelta delle inquadrature e così via. É bello godere di questa libertà nell’ambito di alcuni vincoli prefissati: cercare di rispettare il testo e allo stesso tempo di interpretarlo in modo originale é per me un processo stimolante.

Cosa puoi dirci di Dylan Dog incontra il fantasma di Stradivari di cui hai ideato il soggetto ?

Il soggetto é nato al telefono durante una chiacchierata con l’amico Emiliano Guarneri, che ne è stato co-autore e ha poi curato la regia dal vivo. Abbiamo riempito l’auditorium in Santa Maria della Pietà, una bella soddisfazione permettersi di scrivere e disegnare dal vivo una storia per un personaggio tanto importante. Il concerto disegnato prevede di suonare musica dal vivo (nel nostro caso musica lounge di un gruppo di amici, gli Stadt Dschungel) e di realizzare i disegni sempre dal vivo. Alle penne, oltre a me, c’erano Anna Merli, Francesca Follini e Roberta Sacchi. Si tratta di una formula che mi ha affascinato durante una delle visite al festival di Angouleme, in Francia, e che ho pensato di riproporre al Centro Fumetto, durante una mostra di tavole originali di Dylan Dog, in occasione dei venticinque anni del personaggio. Si sono fidati di me, non avevamo mai tentato prima questa esperienza e mi hanno lasciato davvero completa libertà nel preparare lo spettacolo. Mi sono occupato in parte anche di coordinare l’allestimento, i musicisti e i disegnatori. La performance é andate bene, alla fine noi disegnatori ci siamo abbracciati dietro il grande schermo, che proiettava le riprese delle nostre vignette. Una bella emozione per tutti, che speriamo di ripetere.

Cosa rappresenta per te disegnare?

Se non potessi farlo sarebbe davvero dura. Senza dubbio un’occasione di espressione e una ricerca di miglioramento. É entrare in un mondo virtuale in cui la fantasia detta le regole, con limiti che sono dati solo dalla tua pazienza e dalle tue capacità espressive, che cerchi sempre di spingere oltre.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?

Sto realizzando alcune prove per un editore e, parallelamente, lavoro su una storia dal titolo provvisorio DMW. É scritta da Marco Gelmetti, io mi occupo dei disegni e dei colori,  oltre a collaborare alla sceneggiatura. É un progetto che per ora non è finalizzato ad un editore. Sul mio blog si possono leggere le prime tavole ma è ancora presto per capire di cosa si tratta, davvero una bella idea da parte di Marco.

Puoi lanciare un saluto agli amici di Cartoonmag?

Vi ringrazio per aver letto fin qui e spero di poter incontrare alcuni di voi nei luoghi del fumetto (o sul mio blog). Ciao a tutti!

Ringraziamo Alessandro Fusari per la sua disponibilità e per aver accettato di disegnare una propria versione della nostra mascotte Mira.

 

Commenta questo articolo