Dario Tonani: “Allontanarsi dal futuro per scrivere del domani…”

Dario Tonani, giornalista e scrittore, creatore di diversi romanzi e racconti, nonché uno dei principali protagonisti dello scenario fantascientifico italiano. Benvenuto Dario.

Quando e come nasce la tua passione per la scrittura?

Attorno alla terza liceo, quando da divoratore di antologie di racconti, comincio a scrivere storielle mie, le stesse che adoro leggere. Credo di essere nato come autore proprio da lì, dalla pervicace ostinazione a consumare storie brevi. Ho detto divorarle, ma era più come trangugiare un uovo crudo…

Sei un grande appassionato di science fiction, fantasy horror e thriller. Hai degli autori e libri che ti hanno lasciato il segno?

Tanti, che spesso hanno poco a che spartire l’uno con l’altro: penso, per esempio, a Philip K. Dick e Cormac McCarthy, Richard K. Morgan e Chuck Palahniuk, Michael Marshall Smith e Jonathan Lethem. Libri? Due su tutti: “Il profumo” di Patrick Suskind e “La strada” del già citato Cormac McCarthy.

Il cinema che ruolo investe nella tua vita? (Te lo chiedo perché nelle tue opere il ritmo dell’azione è di stampo cinematografico…)

Un ruolo fondamentale. In realtà il cinema è una fonte d’ispirazione imprescindibile per la mia scrittura. Quando lavoro mi rendo conto di avere un debole per le storie “visuali”, le partiture “cinematiche”, i ritmi adrenalinici. Spesso mi alzo dal computer per mimare un gesto o recitare una battuta di dialogo: mi aiuta a essere coerente e credibile nella descrizione della scena…

Nel 2007 esce per Urania “Infect@”, un noir fantascientifico ambientato a Milano in cui dilaga la tossicodipendenza da cartoni animati.  Come nasce l’idea di quest’opera?

Con mio figlio, sul divano di casa, ho fatto letteralmente indigestione di cartoni animati. Ed ero recidivo, dato che da piccolo anch’io ero affascinato, come tutti i bambini, dai cartoon. Ma l’idea è nata all’improvviso: stavo scrivendo altro, un racconto di science fantasy, e il mio protagonista si era imbambolato a guardare un cartone animato alla tv. È stata come un’allucinazione, in realtà il personaggio della mia storia si era “incantato” perché mi ero “incantato” io di fronte all’idea che lì dentro, nel monitor del televisore, ci fosse qualcosa di davvero “dopante”. Ho abbandonato il racconto di science fantasy e mi sono messo a scrivere “Infect@” partendo proprio da una scena simile: un tipo che guarda un cartone sullo schermo del suo portatile. E poi mi piaceva molto l’idea di creare un contrasto stridente tra i buoni sentimenti di cui sono portatori i cartoon e il dramma della tossicodipendenza. Ho messo insieme i due ingredienti, ed ecco che è nato il Ciclo dei +toon, “Infect@” e “Toxic@” appunto.

Possiamo dire che oggi i più piccoli sono in realtà dipendenti da tv, internet e videogames, anche se non ai livelli di “Toxic@”? 

Non solo possiamo dirlo, ma dobbiamo dirlo. Lanciare l’allarme è un atto di responsabilità verso di noi, ancora prima che verso i nostri ragazzi. Loro credo che abbiano molte più difese di quante pensiamo, forse addirittura più di noi adulti, che invece dalla tv dipendiamo non per puro e semplice intrattenimento. Alla televisione crediamo acriticamente e spesso affidiamo le nostre aspettative e le nostre speranze.

Una città come Milano, tua città natale, con le sue atmosfere cupe e grigie, ben si presta a fare da location ai tuoi racconti (la ritroviamo anche nell’opera “L’algoritmo bianco”), qual è la differenza fra la città attuale e quella delle tue opere?

La differenza principale? Il tempo, la ruggine più ostinata e corrosiva: 13 anni da “Infect@”, 33 da “L’algoritmo bianco” e 20 da “Toxic@”, che è cronologicamente l’ultimo dei miei tre titoli usciti per Urania. A ben guardare, nei prossimi trent’anni non immagino nulla di buono per la mia città, la cui degenerazione sotto il profilo ambientale mi sembra già sotto gli occhi di tutti. La mia personale Milano è una città orrendamente umida, grottescamente nera, inguaribilmente tossica…

Come si vivono le relazioni in “L’algoritmo bianco”, attraverso l’Agoverso?

Niente libri, niente giornali, niente cinema o tv. Se ti vuoi divertire entri nella testa di un altro, ti fai un giro, vivi di seconda mano le sue esperienze/relazioni/avventure e quando te ne esci… amici come prima. Dico sempre che l’Agoverso è come distillare in un tutt’uno Facebook, Youtube, Skype, la tv satellitare e i cellulari di ultimissima generazione, portarli all’ennesima potenza, metterli tutti quanti in uno shaker e distillarli in una sola goccia, che ognuno di noi può portarsi addosso come un profumo…

Gregorius Moffa un killer, pigro e distratto, un antieroe che comprende però l’importanza della lettura. Qui i libri vengono spacciati per sopravvivere, ci racconti la genesi di questo personaggio? Rappresenta un po’ il tuo lato oscuro? La lettura oggi che ruolo riveste?

Gregorius Moffa è sempre stato una parte di me, una specie di alter ego nero e torbido, che ho finito per riconoscere come mio solo dopo averlo trasferito sulla pagina scritta. In questo la carta del mio romanzo è stata una sorta di specchio. Antieroe? Sì, certo, penso che come co-inquilino sia molto più intrigante di un cavaliere senza macchia in calzamaglia attillata. Moffa è l’uomo a cui non si dichiarerebbe mai di voler assomigliare, ma che segretamente… Quanto alla lettura, chi può negare oggi la sua funzione “terapeutica e salvifica”?

Oggi nei nostri teleschermi va per la maggiore la fiction dedicata a crimini e delitti, per la creazione del Commissario Lapo Montorsi ti sei ispirato ai Commissari della tv?

No, non consciamente almeno. Mi piacciono moltissimo i classici antieroi della narrativa e della filmografia hard boiled: personaggi tormentati, pieni di vizi e di tic, le cui piccolezze – se messe a macerare nel contesto giusto – finiscono per produrre risultati eroici. Montorsi è un uomo così, vulnerabilmente duro! Adora i cartoni animati di cui ha la stessa irresponsabile cocciutaggine. In questo trovo che sia molto… romantico. Nel senso più autentico del termine: in quanto preda e ostaggio della sua spiritualità/emotività/fantasia, messa però al servizio di un’ indagine da strada.

In Mondo9 affronta il rapporto uomo macchina, in particolare incontriamo giganteschi vascelli a ruote “senzienti”, creature intelligentissime che prendono il sopravvento sui loro ospiti. Cosa può dirci di quest’opera e, a tuo parere, è già iniziato il processo attraverso cui le macchine avranno il dominio sull’uomo?

Mondo9 è per certi versi la rilettura in chiave steampunk di uno dei temi cardine di molta fantascienza soprattutto cyber e post-cyber: l’ibridazione uomo-macchina e la traslazione della coscienza umana all’interno di un guscio non biologico. L’intelligenza artificiale della “Robredo” e delle altre navi protagoniste del romanzo ricorda quella di Hall9000 in “2001 Odissea nello spazio”, con la sola differenza che è un’espressione del metallo, della ruggine e dell’olio lubrificante anziché del silicio. Stiamo marciando a grandi passi verso il dominio delle macchine? Se accettiamo l’assunto che gli occhi delle macchine siano i monitor, gli schermi, i display… sì ci stanno ipnotizzando. E da qui a ghiacciare le coscienze, il passo è breve!

In quest’opera ti muovi attraverso lo stile steampunk, cosa rappresenta per te?

Un registro che offre tantissime opportunità affascinanti. Talvolta bisogna allontanarsi dal futuro per scrivere del domani… Per una volta ho guardato avanti attraverso una cortina di vapore.

Hai pubblicato parecchi ebook, ritieni che i bit sostituiranno la carta stampata e che siano un buon mezzo per avvicinare il pubblico alla lettura?

Rispondo a entrambe le domande con un “sì” senza riserve: i giovani oggi, con schermi e display, stanno facendo di tutto eccetto che leggere, ma un domani è assai probabile che riscoprano il piacere della lettura attraverso gli strumenti che sono a loro più congeniali, coi quali giocano o socializzano online.

Perché in Italia la fantascienza è in crisi?

Discorso complesso. Intorno ce n’è troppa, tutto qui. Ma non nel senso che ci siano tanti che la scrivono, quanto piuttosto perché la fantascienza permea ormai ogni anfratto del nostro presente: al cinema e alla tv, nei videogame, nella pubblicità, persino nei videoclip musicali. Con una costante: il futuro è declinato in termini “visuali” e nessuno sente più l’esigenza che qualcuno glielo racconti con le parole. Quanto all’Italia, si legge poco e quel poco è appannaggio di storie di rapida e facile fruibilità. La fantascienza poi non è mai stato un genere molto solubile.

A cosa stai lavorando in questo periodo?

A un romanzo e a diversi racconti, ma sono molti di più i progetti che ho nella testa e di cui non ho ancora scritto una riga.

Un saluto ai nostri lettori?

Grazie mille della chiacchierata, cartoonMag. Come ci si saluta dalle vostre parti, stay toon?

Info: www.dariotonani.it

 

 

Intervista di Veronica Lisotti

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