Potrei non essere io: di Vincenzo Di Pino – Capitoli 11 e 12 (di 22)

Potrei non essere io. Capitolo 11 – Occhiosolo, così chiamai quella creatura bizzarra che ebbi di fronte e che mi permise di comprendere parte di quello che mi circondava.

Siccome essi non avevano dei veri e propri nomi, ma semplicemente delle sfumature, di esalazioni di diversi colori, per riuscire a riconoscerli(difficile fu abituarsi a tutte quelle bizzarrie) decisi di inventarmi  dei nomi che li caratterizzassero.
Il nome lo scelsi per la cicatrice che aveva sull’occhio sinistro e che lo copriva completamente.
Mi concentrai cercando di farmi comprendere il più possibile, le mie esalazioni erano scarne di sfumature e dettagli, tuttavia riuscì a farmi comprendere quel tanto che bastava a farmi dare delle risposte soddisfacenti.
La prima cosa che chiesi fu cosa fosse quel posto, Occhiosolo si limitò a fissare un punto imprecisato del bosco senza proferire esalazioni, pensai di lasciar stare e proseguì formulando un altro sbuffo di domanda: cosa facevano in quel luogo, tutte le creature presenti. Mi spiegò che ognuna di quelle creature si operava a quello che era il loro compito (in realtà il significato era destino, ma allora lo intesi come compito).Non soddisfatto della risposta, incalzai chiedendogli quale fosse il loro compito, e Occhiosolo si limitò a farmi notare che ognuno aveva il proprio compito (destino). Capii che il discorso sarebbe finito in un vicolo cieco se non avessi trovato la domanda giusta.
Provai a chiedergli, con tonalità decise e luminescenti, a cosa servissero quelle vasche che s’intravedevano in lontananza. Ottenni una risposta accettabile, esse servivano a generare altre creature utili allo scopo (questa volta capii come differenziare scopo da destino), pensai di chiedere, allora, cosa accadeva a quelle creature appena fuoriuscite dalle vasche e dai gusci che li contenevano.
Un tassello del puzzle si aggiunse al complicato schema cui ero coinvolto. Venni a sapere che chi usciva dalle pozze, rimaneva in uno stato d’intorpidimento e d’incapacità recettive sino a quando non fosse portato sulla riva del grande lago (immaginai subito di quale luogo stesse parlando) e immerso nelle acque scure, questo le permetteva di assorbire le conoscenze e le esperienze utili allo scopo. Ancora una volta rimaneva l’enigma di cosa fosse questo scopo, però fui illuminato su cosa mi fosse accaduto e sul perché, subito dopo esser caduto nel lago, fossi riuscito a capire quello straordinario linguaggio di colori e sfumature.
Tuttavia mi rimaneva un dubbio a riguardo e chiesi a Occhiosolo, che rimase fisso a osservarmi per tutta la conversazione, perché alcune creature(in verità mi riferii a me stesso) erano afferrate e trascinate via di forza, egli mi rispose semplicemente che le creature contaminate non erano accettate e quindi scartate (in quel caso pensai: buttate via). Non lo feci neanche finire di sbuffare l’ultimo rivolo violaceo che gli chiesi se fosse successo qualcosa poco prima e se una creatura fosse stata scartata.
Occhiosolo non proferì esalazione per diversi secondi, come se stesse valutando la domanda e poi mi spiegò che una delle pozze era stata contaminata da un corpo estraneo, qualcosa che si era fatta strada, veloce, attraverso l’intreccio di rami in alto e sprofondando, fumante, in una delle vasche.
Ecco la chiave, pensai, nell’assurdo di quello che mi stava accadendo, cominciavo a capire qualcosa, risposte e chiarimenti che pur se bizzarri mi permettevano di rimanere con i piedi per terra, aggrappato alla, seppur sottile, logica degli eventi.
Ero giunto lì trasportato da qualcosa, Occhiosolo lo definì minuscolo corpo vagante (la definizione reale fu piccolo uccello impazzito), e disse che lasciò dietro di se una scia di fumo e foglie bruciate, già come un proiettile che attraversa la foresta. Di sicuro non sarei sopravvissuto a tutto quello, forse non ero già più io quando attraversai la foresta e caddi nella vasca. Oltretutto poco prima di essere inseguito da quelle bizzarre creature e finire nel lago, qualcosa di simile aveva attraversato il bosco sopra la mia testa … e se non fossi stato l’unico?
Ricordo di essermi perso nei miei pensieri a lungo, mentre Occhiosolo continuava a fissarmi senza un minimo cenno di distrazione. Mi ripresi giusto per formulare un’altra domanda: com’erano portate via le creature scartate. Occhiosolo alzò lo sguardo verso l’intreccio di rami in alto e mi disse che c’erano creature che avevano anch’esse un destino, e che tale destino generava degli scopi che spesso si intrecciavano con quelli delle creature presenti nel rifugio.
Occhiosolo sapeva essere enigmatico nei momenti meno opportuni, ma questa fu una cosa che appresi più avanti.
Provai a farmeli descrivere, ma non ottenni gran che, però mi chiarì che oltre le volte degli alberi esisteva una sorta di mondo a parte, era quasi sconosciuto alle creature presenti tuttavia, sapevano che  anche chi viveva in quell’ ambiente operava per qualcosa di più grosso. Gli chiesi allora se erano le stesse creature che avevo incontrato prima di cadere nel lago, e dopo che glie le descrissi, egli  sembrò infiammarsi per un secondo, mi disse di no, intuii che qualcosa lo avesse turbato e gli chiesi se esse costituissero una minaccia, ci fu una lunga pausa e poi con un baluginio verdastro mi disse che esse erano la causa che rendeva difficile il proseguo dello scopo.
Un altro pezzo del puzzle andava componendosi, inizialmente pensai che fosse una semplice disputa territoriale, o qualcosa del genere, che esse fossero l’unico male che affliggeva le creature di quel luogo, ma con il tempo dovetti ricredermi.
Ero pronto a riempirlo di altre domande tale era la mia sete di conoscenza, ma fummo disturbati da uno di quegli uccelli dalla testolina nera che cominciò a svolazzarci attorno, Occhiosolo, senza dirmi nulla focalizzò l’attenzione sull’uccello arancione e notai che ci fu un veloce scambio d’informazioni, ma non riuscii ad afferrarne nemmeno una parte.
Occhiosolo fece per andare via, dopo che l’uccello tornò a svolazzare in alto su a sfiorare i rami intrecciati, e prima che andasse riuscì a fargli un’ultima domanda: come si fosse causata quella cicatrice sull’occhio, Occhiosolo mi rispose semplicemente:  svolgendo il suo scopo.

Capitolo 12

Osservai Occhiosolo allontanarsi e mescolarsi tra le altre creature vicine.
Ero completamente smarrito, che luogo bizzarro, che situazione bizzarra. Cercai di dare un significato a tutto quello, osservando ogni minimo particolare, dagli alberi agli uccelli che svolazzavano apparentemente affaccendati, fino alle pozze in lontananza e a ogni singola creatura presente.
Fui tentato di avvicinarmi alle pozze, ma ero ancora scosso dal (diciamo così) trattamento ricevuto, ebbi la sensazione che sarebbe potuto accadere nuovamente se mi ci fossi solo avvicinato. Decisi di studiare a fondo le creature che mi circondavano.
C’e’ ne erano di diverso tipo, come detto in precedenza, molte somigliavano a comuni animali, altri invece erano di difficile collocazione.
Tutte avevano in comune quegli occhi cremisi, inespressivi ma così profondi da perdersi dentro. Tra i più strani c’erano un quadrupede dalle corte zampe artigliate, il corpo tozzo impellicciato e un collo sottile e lungo che terminava in una testa serpentina. A dire il vero mi sembrò l’unico esemplare tra tutti quelli presenti, osservando meglio mi resi conto che alcune specie erano più comuni di altre, e mi fu spiegato in seguito che quelle più comuni erano le specie più utili allo scopo, mentre le altre non erano che il ricordo di creature simili vissute li, molto tempo prima.
Tuttavia allora mi sembrò una bizzarra creatura mal riuscita.
Ammassate lì al centro, all’apparenza ferme a fissare il vuoto, non sembravano particolarmente interessate a ciò che accadeva oltre la delimitazione di quel rifugio. Di seguito mi pentii di quel pensiero ma in quel momento non potei fare a meno di pensarlo.

Non ricordo quanto rimasi a studiarli: lì il tempo sembrò non avere valore.

Effettivamente non saprei descrivere quanto tempo rimasi in quel luogo. Il mio corpo non aveva bisogno di riposare, solo la stanchezza mentale si faceva sentire. C’erano periodi di contatti vivaci e interessanti con le creature, ciò nonostante avevo anche lunghi  periodi d’isolamento dovuti a quel forte senso di stanchezza, celebrale.
Non era facile comunicare con tutte le creature, alcune erano più disponibili di altre, i tentativi furono al di sotto delle mie aspettative, alcune si limitarono a ignorarmi, altre rispondevano esalando scarne risposte ai mille quesiti che attraversavano la mia testa, comunque appresi parecchio riguardo le loro metodologie di vita e i loro comportamenti (anche se difficili da percepire, le differenze caratteriali esistevano).
La cosa positiva fu che le mie capacità comunicative aumentarono notevolmente, riuscivo a interpretare e a riproporre, sfumature di colori che inizialmente mi sfuggivano.
In quell’interminabile periodo, tutto mi sembrò scorrere senza particolari problemi e la consapevolezza di dover rimanere relegato in quel mondo così assurdo, mi s’insinuò lentamente.
Forse era rassegnazione, tuttavia preferisco pensarla diversamente.

Fino a quando non accadde qualcosa.

La mia attenzione cadde su due creature, che si erano discostate dalle altre sostando all’ingresso del rifugio, fu palese che avessero l’intenzione di abbandonare il luogo. Fui combattuto tra l’idea di rimanere lì fino a quando qualcuno non mi avrebbe spiegato cosa stava accadendo, oppure cogliere l’attimo e unirmi ai probabili escursionisti. Preferii la seconda ipotesi e raggiunsi le due creature per cercare di capire le loro intenzioni.
Il primo era una sorta di cervo grigio dal muso nero, aveva delle zampe feline, lunghe corna intrecciate e una cresta ossea sul dorso, lo chiamai Musonero. L’altra creatura era simile a Occhiosolo, tranne che per la pelliccia grigio-azzurra e per la zampa posteriore destra mutilata. Lo chiamai Trepassi.
Quando mi avvicinai a loro, tentai come prima cosa di intuirne le intenzioni, dai loro sbuffi giallastri e turchese capii che non era niente più che uno scambio d’informazioni sulle reciproche condizioni. Dopo poco smisero e si limitarono a fissare l’uscita del rifugio senza però muoversi.
Mi avvicinai a Musonero, tentando di convincerlo a dirmi cosa stessero facendo lì, ma non esalò risposta. Allora provai con Trepassi, sembrò essere propenso al dialogo, riuscii a scambiare con lui solo pochi sbuffi amaranto prima di essere interrotti da uno di quegli uccelli arancioni dalla coda lunga. Allora le due creature senza neanche attendere un attimo di più si lanciarono verso l’uscita del rifugio.
Rimasi pochi istanti a fissare il vuoto che avevano lasciato dietro di loro, dopodiché mi lanciai anch’io verso l’ignota meta.
Attraversammo l’intreccio di rami che delimitava il rifugio e procedemmo nelle profondità del bosco a passo deciso.
Trepassi si muoveva agile nonostante la zampa posteriore mancante, e riusciva a tenere il passo di Musonero, che nell’avanzare, muoveva freneticamente la testa ispezionando l’area attorno, supposi, nel fitto del bosco.
Ricordo bene che i miei passi furono disinvolti e leggeri, fui più che consapevole del mio nuovo corpo e delle sue potenzialità.
Non seppi di preciso, dove ci stessimo spingendo, anzi in verità non ne ebbi la più pallida idea, ma mi convinsi che rimanere in quel rifugio non sarebbe servito a nulla, o almeno a darmi maggiori spiegazioni su quanto accadesse attorno.
Gli alberi, con il loro cupo rosso dalla flebile luminescenza, permettevano una minima visuale non lasciandoci completamente al buio, notai di seguito, dopo aver attraversato un lungo tratto di bosco sano, che più ci spingevamo in avanti più l’ambiente cambiava divenendo più cupo e malridotto. Spuntarono nuovamente quegli alberi devastati dal loro male rampicante, mi sembrarono esprimere un silente dolore, lievemente curvati sul peso del loro fardello. Fu quando arrivammo a quella sottile distinzione tra un’entità sana e rigogliosa, ad una malata e morente, che Musonero si fermò voltandosi verso di noi, semplicemente fissandoci, e poi volse lo sguardo ai rami in alto, lo stesso fece Trepassi, prima voltandosi verso di me e poi sollevando il muso verso l’alto senza esalare parola. Non mi rimase null’altro da fare che seguire l’esempio, e alzai il muso verso l’alto in cerca di qualcosa.
Passò del tempo prima che qualcosa si muovesse, apparentemente dal nulla sbucò un uccello, aveva il corpo completamente giallo, e luminescente, corte ali che svolazzavano simili a quelle di un colibrì e un becco nero piccolo come uno spillo.
Si mosse con decisione, sulle nostre teste, freneticamente, passando su tutti noi con ritmica sequenza. Ricordai di aver visto già uno di quegli esseri svolazzanti, più di una volta, e in tutte e due i casi, la loro sorte non fu delle migliori.
Ragionando poi, con il tempo, fui dell’idea che i due incontri fossero semplicemente gli stessi, troppi furono i particolari che combaciavano, la figura enorme simile all’orso accanto ad uno con le fattezze di un cervo, l’uccello giallo morente, anche se nel secondo incontro lo vidi solo cadere sul manto erboso, e poi la stessa scena delle due creature chinate a guardare il corpo caduto. Mi rimane tuttora un mistero.

… Già, mistero, difficile da definire in quel contesto …

Solo allora, dopo il continuo svolazzare mi resi conto che fummo seguiti fin lì da un altro uccello, di colore rosso, che si mimetizzava perfettamente con gli alberi che ci circondavano, aveva le punte delle corte ali, colorate di nero, così come il corto becco.
I due uccelli si sfiorarono in volo per un paio di volte, e la luminescenza dell’uccello giallo, avvolse l’altro uccello, divenendo per quei brevi istanti di un arancione intenso.
Dopo che tutto finì, l’uccello giallo svolazzò nuovamente su di noi per un’ultima volta e poi sparì in alto scomparendo in una piccola fessura nell’intreccio dei rami in alto. L’uccello rosso rimase attorno a noi prima di posarsi su uno dei rami bassi sporgenti che un albero, ancora sano, offriva.
Sospettai di seguito di aver scorto la specie di uccello che mi permise di vedere con i suoi occhi, per la prima volta, quel mondo assurdo.
Trepassi e Musonero rivolsero l’attenzione al nuovo arrivato, che si limitò a sbattere le ali come a sbandierare un codice personale d’informazioni. Mi avvicinai a Musonero cercando di attirare il suo sguardo per esalargli dubbi riguardo quell’incontro e cosa fossero quelle creature svolazzanti e se ne esistessero altre oltre a quelle che avevo visto allora. Musonero ci mise un po’ prima di rispondermi, sembrò fosse perso nei suoi pensieri, poi si volse verso me riempiendomi gli occhi di descrizioni esaurienti e significative su cosa fossero.
Esistevano sette tipi diversi di quelle creature volanti, ognuna aveva un compito ben definito ed erano di fondamentale importanza per lo scopo generale. Le due tipologie di uccelli arancioni visti al rifugio avevano un compito, ciascuno, assegnato e ben definito, quelli dalla testa nera e la coda lunga e sottile, avevano il compito di distribuire informazioni, a chi fosse presente in quel luogo, su cosa stesse accadendo in giro nella foresta e se ci fossero dei pericoli imminenti, c’e’ ne erano molti di quel tipo in giro nel rifugio. La specie arancione con il collo lungo e parte del corpo marrone, invece, aveva il compito di proteggere il rifugio da eventuali intrusioni, di quelle che poi scoprì, essere piccoli parassiti, e qualsiasi cosa contaminasse il luogo. Di quelli ce ne erano in abbondanza, e mi spiegò Musonero che ne morivano altrettanti.
Al di fuori di quel luogo protetto esistevano altre cinque specie.
La specie rossa che incontrammo, che si mimetizzava con gli alberi, viveva al di fuori del rifugio, nascosto per quasi tutto il tempo, sino a quando non fosse chiamato al dovere per, diciamo così, scortare gli esploratori, in quel caso eravamo noi tre, nel ventre malato del bosco. Si muoveva furtivo cercando di segnalare, a chi scortava, se ci fosse bisogno di loro da qualche parte o se ricevevano informazioni preziose su luoghi o accadimenti, dalla razza dell’uccello giallo luminescente e dalle corte ali ronzanti. Quella specie luminescente aveva l’ingrato compito di perlustrare ininterrottamente tutta la superficie del bosco cercando di prevenire( poi mi fu spiegato cosa) il peggio. Della razza dell’uccello rosso ne rimanevano abbastanza da poter continuare le loro attività senza particolari problemi. La razza degli uccelli gialli, tuttavia, si era ridotta a pochi esemplari ed essi non riuscivano più a dare una situazione completa di quello che accadeva attorno, capì poi che questo aveva contribuito al male crescente che tormentava quel bosco. Ne risultava che fosse sempre più raro incontrarli durante quelle escursioni.
… ed io ne avevo visto morire uno, o forse due, chissà, se quelle due situazioni coincidessero a tal punto da divenire un’unica, e quindi avere la conferma di aver vissuto due volte lo stesso evento, ma con occhi diversi …
Poi mi s’insinuò un altro dubbio, se i due eventi fossero stati gli stessi, allora quell’oggetto che sfrecciò sopra la mia testa e che ferì, a quel punto mortalmente, l’uccello giallo, e che io avevo poco prima reputato come qualcuno o qualcosa che avesse viaggiato come me, in quel modo così bizzarro, allora quella cosa potrei essere stata io.
Possibile che fossi riuscito a trovarmi per tre volte nello stesso luogo contemporaneamente, ma in altrettante forme diverse?!
Ricordo ancora i brividi che mi diede quel pensiero.
Ne rimanevano tre specie ancora, una mi raccontò Musonero, vigilava su in alto, oltre le cime più alte degli intricati intrecci di rami, in quell’ambiente sconosciuto e ben oltre le creature che ci abitavano, assicurandosi che quel male non cadesse dall’alto. Musonero non seppe dirmi cosa ci fosse lì e come potesse cadere il male dall’alto, né quanti ce ne fossero e se comunicassero con le specie in basso, egli sapeva questo perché come disse lui,  esalando lampi azzurrini, era giusto che sapesse.
Le ultime due specie, intervenne Trepassi, che intanto si era limitato ad apprendere il discorso della creatura che aveva vicino, erano l’occhio e l’artiglio del bosco (o meglio lui disse che erano l’occhio e l’artiglio di qualcosa che era tutto quello che ci circondava, non diedi peso alla differenza, tuttavia come mi dovetti abituare spesso, intuì l’interpretazione esatta più avanti.)
Non seppe dirmi di più sui due unici esemplari, ne seppe ricordare di qualcuno che li avesse visti.
Rimasi affascinato da quanto appreso, il bosco, o qualunque cosa fosse (pensai in quel momento), per quanto selvaggio aveva un intricato sistema di sopravvivenza, e le creature che avevo osservato e con cui avevo interagito erano parte di quell’intreccio così complicato che era quell’entità.
Fummo disturbati dall’uccello rosso che ci sfrecciò davanti attirando la nostra attenzione e dopo aver girato in cerchio un paio di volte, sparì di fronte a noi nel profondo del bosco malato. Capii che era giunto il momento di seguirlo, l’ esploratore giallo doveva avergli fornito qualche preziosa indicazione, pensai, e lo seguimmo senza esitare.
Tutto cambiò di colpo.
Avanzammo veloci senza neanche badare a ciò che ci circondasse, tutto si fece buio, la luminescenza degli alberi attorno era sparita, mi sembrò che fossero avvizziti, morti, erano piegati su se stessi assumendo pose innaturali, rivestite dal loro bianco velo di morte.
L’uccello guida, divenne più visibile visto il contrasto con l’ambiente circostante, e ci permise di poterlo seguire senza problemi.
Procedemmo per molto tempo in quelle condizioni, ricordo l’ansia crescente, Musonero e Trepassi si mescolavano con l’oscurità che ci circondava, ci furono momenti in cui pensai di essermi perso e di seguire la strada sbagliata ma ogni volta mi bastava intravedere o sfiorare in corsa il corpo di uno dei miei accompagnatori per riprendere coraggio e andare avanti.
E dove l’oscurità raggiunse il suo apice, li trovammo la risposta al nostro quesito.
L’uccello rosso, che s’intravedeva appena, si fermò svolazzando in un punto dove alcuni alberi erano caduti, lasciando intravedere parte del manto erboso sollevato. Musonero fece un paio di balzi in avanti e giunse vicino agli alberi caduti, sembrò volesse evitarne il contatto, Trepassi, invece, rimase immobile sul posto osservando l’ambiente circostante. Rimasi incerto sul da farsi fino a quando la curiosità mi spinse ad avvicinarmi a Musonero per capire cosa stesse fissando.
Riuscì a fare pochi passi, neanche giunsi di fianco al quadrupede dal muso nero che qualcosa di sottile e rapido mi afferrò una delle zampe posteriori facendomi rovesciare per terra. Prima ancora che potessi reagire qualcosa cadde dall’alto, probabilmente penzolante fino a poco prima su uno dei rami alti dell’albero che avevo di fianco, era come un bozzolo morbido grande quanto una palla da rugby (o almeno date le mie dimensioni mi parve tale). Mi agitai per togliermelo di dosso ma sentivo come se fosse aggrappata a me da tanti piccoli aculei, che afferrandomi sottopelle gli permettevano di resistere agli sbalzi.
Esalai richieste di aiuto, agitai la testa per scorgere qualcosa ma tutt’attorno era buio, potevo solo immaginare che di fianco a me ci fosse Trepassi, e mi sembrò così strano che non fosse subito intervenuto per darmi soccorso.
Allora sottovalutai che, privi di udito, l’unico sistema di comunicazione fosse quello visivo.
… ed io non ero nel loro campo visivo …
Sentii stringere la zampa posteriore imprigionata, ogni secondo di più, dal bozzolo fuoriuscirono piccoli tentacoli striscianti, erano rigidi ma al tempo stesso si muovevano lentamente e in modo sinuoso. Li sentii strisciare in tutte le direzioni, ero sicuro che in breve tempo mi avrebbero avvolto completamente, li sentivo spingere sotto il mio strato di pelliccia, l’avrebbero di sicuro bucata e non fu difficile immaginare quale sorte mi sarebbe aspettata. Trepassi, travolse letteralmente il bozzolo con una poderosa manata, gli aculei che mi tenevano legato a lui mi graffiarono lasciandomi segni profondi, mentre i tentacoli furono spezzati dalla violenza dell’urto, provai ad alzarmi, ma la mia zampa posteriore era ancora stretta dalla morsa stritolante. Provai a tirare ma fui vinto dalla stretta che si fece più intensa, cercai con lo sguardo Trepassi e lo vidi ritornare verso di me di corsa, esalai sbiadite urla di dolore, mentre cercò con le fauci di liberarmi, lo vidi barcollare e tirarsi indietro, la morsa si allentò ma non riuscì a liberarmi.
Ebbi la possibilità di potermi tirar su e subito mi lanciai, con le fauci spalancate, sulla cosa che mi stava afferrando. Prima che potesse tornare a stringere morsi con tutta la rabbia che avevo quel viscido tentacolo, affondai i denti aguzzi con difficoltà, anche se Trepassi aveva colpito anch’egli con forza. Mossi la testa per aumentare la forza d’impatto, fui talmente preso dal quel che stavo facendo che non mi resi subito conto del forte dolore che mi attanagliava le fauci. Quasi come se il tentacolo espellesse acido, sentì come se le mie carni stessero bruciando lentamente, anche la zampa intrappolata cominciò a subire quel martirio. Mi fu chiaro, allora, perché Trepassi si fosse tirato indietro, dovetti combattere con l’istinto di mollare la presa per potermi salvare da quella situazione. La foga fu tale che mentre mordevo esalai fumi bluastri e viola di dolore che mi permisero di riconoscere il bianco rampicante a me familiare. Questo mi diede la forza giusta per reagire, il mio unico pensiero, ricordo, fu quello di salvarmi da ciò che mi avrebbe aspettato, come quelle povere creature che avevo visto muovere nella loro macabra danza di non morte.
Infine il rampicante si spezzò, il sollievo fu tale che collassai a terra quasi svenuto.
Mi ripresi, non so quanto tempo dopo, con il muso e la zampa dolorante, mentre mi voltai per tirarmi su, vidi per un attimo, data l’oscurità, Musonero sfrecciarmi accanto travolgendo con le corna un bozzolo simile a quello che mi aveva attaccato, per poi sparire nuovamente nell’oscurità.
Stava accadendo qualcosa tutt’attorno a me, intravedevo sagome muoversi nell’oscurità, difficile fu dire chi o cosa fossero. Il rampicante che mi aveva afferrato era sparito, o meglio vidi solo la parte mozzata, alzai la testa e mi guardai intorno cercandolo, lo trovai poco più in là avvolto a un enorme albero pieno di rami, lentamente si muoveva, come un serpente, attorno al busto e anche se tronco, proseguiva la sua azione imperterrita. Sollevai la testa ancora più in alto e ne vidi altri scendere con la stessa avidità, sovrapponendosi quasi a formare un rivestimento.
D’improvviso sbucò Trepassi, vidi chiari i segni delle bruciature sul muso, con fredda determinazione si lanciò sui rampicanti, artigliandoli e mordendoli, cercando di strapparli ad ogni costo.
Ecco il male che affliggeva il bosco.
Ecco materializzarsi davanti a me “lo scopo” che legava queste creature, esse erano lì per combattere quella piaga anche a rischio di morire, tutto per proteggere il bosco, o meglio, quella cosa che “era tutto quello che ci circondava”.
Fu la rabbia, forse l’empatia con quelle creature amiche, non so di preciso, ma tanto bastò per spingermi, zoppicante e dolorante, ad aiutarli nel loro scopo. Raggiunsi Trepassi e senza esitare artigliai uno dei rampicanti che si stava avvicinando lentamente. Musonero spuntò dal nulla calpestando uno di quei bozzoli,con le zampe artigliate anteriori, uno di quei bozzoli che era caduto di fianco a Trepassi poco prima. Le mie zampe artigliavano il rampicante con foga, segnando la corteccia dell’albero e facendo colare giù del liquido denso di colore cremisi, anche se in superficie avevano la forma di albero, pensai in quel momento, il loro interno tradiva qualcosa di più complesso. I rampicanti non sembravano cedere ai nostri attacchi e presto ebbero il sopravvento sull’albero, Trepassi diede un’ultima zampata ed esalando blandi verdi, sbiaditi, m’impose di seguirlo e si allontanò nell’oscurità che ci circondava.
Quello che sembrò un gesto senza senso, non fu altro che una consapevole conseguenza dell’impossibilità di porre rimedio a quanto stesse accadendo, l’albero era condannato al suo triste destino.
Ero nuovamente nell’oscurità, questa volta la sagoma di Trepassi era visibile al mio fianco e anche se zoppicante riuscì a tenere il passo e non perderlo di vista. Musonero apparve dal nulla al mio fianco, quando esalò uno sbuffo di rabbia, i baluginii luminosi sul suo volto ne mostrarono i tagli che doveva essersi procurato durante lo scontro. Con un paio di agili balzi Musonero ci precedette sparendo nuovamente nell’oscurità, anche Trepassi aumentò l’andatura ed io dovetti adeguarmi.
Davanti a noi, nell’oscurità cominciarono a comparire i primi alberi sani, e la loro luminescenza fu come un faro in tempesta, anche se sofferente mi diedi coraggio e proseguì senza cedere il passo. In breve fummo circondati dalla confortevole luminescenza del bosco, chiari erano anche i segni, dello scontro, sulle due creature che mi accompagnavano, in alto l’uccello guida apparve alla vista giusto pochi secondi prima di dileguarsi nel folto dei rami, era stato lui, non so come, a guidarci fin li, nella parte sana del bosco.
Ero convinto che presto saremmo ritornati al rifugio, fino a quando non sbucammo in tutt’altro luogo.

Scritto da Vincenzo Di Pino

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