Il “creativo mercenario” Stefano Piccoli detto S3keno, tra le pagine di cartoonMag

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Sono Stefano detto S3KENO, autore romano che spesso – anche nei propri biglietti da visita – di autodefinisce “creativo mercenario” (quasi) a 360 gradi: scrittore/disegnatore di fumetti, giornalista musicale e consulente artistico, grafico specializzato soprattutto nel settore abbigliamento (sportwear/urbanwear)… e da poco più di tre anni anche papà a tempo pieno! Ma di tutte queste attività professionali (il cui minimo comun denominatore resta la creatività) il fumetto – ahimè – è proprio quello in cui sono più pigro.

Cosa puoi dirci del Massacratore, una delle serie più longeve autoprodotte per Liska Prod?

Il Massacratore è parte imprescindibile della mia storia. Nato per gioco all’inizio degli anni ’90 sulle pagine di una fanzine, ha vissuto almeno cinque differenti vite editoriali: quella sul cult magazine “Katzyvari”, poi con la sua serie regolare (pubblicata inizialmente dalla Lucky Time Edizioni e solo in seguito dalla mia personale Liska Prod), poi con la Play Press Publishing, poi con la Factory, e infine (recentemente) con una nuova serie per Bottero Edizioni, giunta al nono numero. Non ne sono certo al 100%, ma credo sia il personaggio indipendente con il più lungo percorso editoriale italiano. Sicuramente un’icona dell’underground della scorsa decade unanimemente riconosciuta, che giocoforza poi ha fatto il suo tempo.

Come mai la scelta dell’autoproduzione e come mai scegli di cambiare dopo il numero 10? (Ho apprezzato il fatto che uccidesse Anna Falchi)…

L’autoproduzione – dopo l’esperienza con la Lucky Time, che lo portava anche in edicola – nasceva semplicemente dal fatto che non andavo più d’accordo con quell’editore, che non stava più rispettando gli accordi economici presi all’inizio di quella avventura. Visto che i rapporti con i distributori per le fumetterie li seguivo io in prima persona, forte delle vendite che avevo allora (che erano decisamente alte) decisi che potevo farmelo da solo, senza bisogno di alcun editore a mediare qualcosa che – di fatto – era profondamente mio, e che oramai ero perfettamente in grado di gestire anche dal punto di vista produttivo. Come mi è capitato di dire (con molta onestà) qualche tempo fa all’interno dell’album che mi ha dedicato la Tunué, quella dell’autoproduzione – in quel momento – fu DAVVERO una scelta, non una sorta di inevitabile ripiego come sarebbe potuto succedere negli anni seguenti. Cito testualmente: “L’indipendenza è stata il giusto compromesso tra ideali e necessità. Oggi sostengo questo concetto con serenità, perché se da una parte, ad una certa età, l’appartenenza politica, la militanza e l’idealismo ti fanno credere fermamente nel senso di indipendenza come autore, senza mediazioni o censure da parte di chi ti pubblica, dall’altra l’autoproduzione diventa necessaria quando effettivamente nessuno ti pubblica!”

httpv://youtu.be/-Pb3pbN7X44

Roots 66 nasce dal tuo amore per l’hip pop, legato anche BIZ, essendo tu anche giornalista musicale cosa puoi dirci di questo progetto e a chi ti sei ispirato per Kuore?

Dunque, in realtà Kuore non ha nessuna “ispirazione” vera e propria, nel senso che non è modellato su qualcuno di esistente (a differenza di Inca, per esempio, che ricalca le fattezze di Tupac Shakur, omaggiandolo); Kuore è un simbolo, rappresenta un valore. Cioè il lato più “sano” di questa cultura, quello basato sui valori originali: pace, amore e unità. Insieme a Fat Chuck (che si ispira a Chuck D dei Public Enemy) serviva proprio per contrapporre questi valori della cosiddetta OLD SCHOOL a quelli che la nuova generazione – nel rap, nel business – ha sostituito con una più effimera cultura dell’immagine, dell’ostentazione coatta di ricchezza e donne, del bling bling. Tutto “Roots 66” si basa su questo. Il viaggio nel tempo (quello per cui i protagonisti si ritrovano nel Mississippi di inizio secolo) è solo una specie di pretesto per parlare di scelte. E su quali di quei valori basare le nostre scelte, se ci si presenta la possibilità di cambiare le cose.

Il tuo rapporto con il web e la tecnologia, ho notato che “Roots 66” è anche per iPad…

Il mio rapporto con la tecnologia è di odio e amore, nonostante ne capisca bene la necessità. Rispetto alla media dei miei colleghi fumettari, sono uno che arriva sempre per ultimo a certe novità tecnologiche/sociali. Da questo punto di vista, non si può certo dire che seguo le mode (come lavorare su Apple dal 1993, tanto per dire). Amo le infinite possibilità e gli infiniti strumenti – sia in termini applicativi che comunicativi – che mi offrono il Macintosh o il web. Odio certi loop in cui si rischia di cadere ogni qual volta si utilizzano male le stesse possibilità e gli stessi strumenti! Ad ogni modo, cerco – nel limite del possibile, senza farne una fobia – di stare al passo coi tempi. Ho un sito personale, un blog e un profilo Facebook (molto utile anche a livello promozionale).

Uso Skype dalla mattina alla sera, e da poco (molto poco) sono anche su Twitter e Pinterest. Oltretutto casa mia è un concentrato di tecnologia digitale e sonora. Per quanto riguarda R66 per l’iPad, è stata una scelta progettuale della Tunué, non mia. Mi fa piacere, è ovvio. Ma se non ci avessero pensato loro, dubito che io mi ci sarei sbattuto. Anche perché sono ancora TROPPO legato alla carta stampata (a proposito di vecchia scuola, vedi?) e la mia opinione sul fumetto digitale è abbastanza critica, nel senso che – nonostante pensi che il futuro sarà quasi sicuramente quello – secondo me questi cambiamenti avverranno in tempi MOLTO più lunghi di quelli che la gente si immagina. Probabilmente è qualcosa che riguarderà più mia figlia che me.

Tra i tuoi miti c’è Moebius, ne hai altri?

Non mi piace chiamarli “miti” perché sono sempre stato convinto che non bisogna mitizzare niente e nessuno. Preferisco pensare a loro come a dei Maestri, il cui talento è un’eredità universale che stanno lasciando a tutti noi. Chi vuole, ne assorbe. Moebius è indiscutibile, siamo d’accordo. Ma ne amo molti altri, di tante scuole diverse: Juan Gimenez, Jordi Bernet, Carlos Munoz, Enki Bilal, Dave McKean (soprattutto quando è sceneggiato da Neil Gaiman) o Danjel Zezelj; ma anche autori diversissimi tra loro come possono esserlo Frank Miller e David Mazzucchelli; senza poi dimenticare l’Italia di Magnus, di Andrea Pazienza e di Hugo Pratt (che con Corto Maltese ci sono cresciuto). E sicuramente ne ho dimenticati molto altri. L’unico “limite” che ho è verso il fumetto orientale, il manga. Non è proprio nelle mie corde, non posso farci niente. Non mi ha mai appassionato. Anche se – ovviamente – di fronte a dei Maestri come Katsuhiro Otomo o Masamune Shirow rimango impressionato, ci mancherebbe!

Sei uno dei fondatori del marchio Factory, come nasce questa idea?

La Factory nasceva da una comunione d’intenti dei suoi soci fondatori, cioè nove autori: Paolo “Ottokin” campana, Roberto “Rrobe” Recchioni, Luca Brtelè, Diego Cajelli, Leomax, Walter Venturi, Flavia Scuderi e Marco Farinelli. Nasceva come unione delle singole forze creative e produttive (tutti già attivissimi nell’autoproduzione) in anni in cui il mercato era molto diverso da oggi, offriva molte più possibilità, aveva ancora spazio per le idee. Moriva nel momento in cui l’ego degli stessi nove la faceva implodere. E’ stata comunque un’esperienza umanamente molto bella, e professionalmente molto formativa.

Cosa puoi dirmi di The Shield?

Posso dirti che insieme a “The Wire” e a “Sons of Anarchy” è sul podio dei miei serial TV preferiti di sempre. Raggiunge un livello di qualità (mantenendolo inalterato per sette stagioni) che raramente altre serie televisive più blasonate hanno mantenuto. E’ crudo, asciutto, senza fronzoli: il genere di cose che piace a me. Posso inoltre dirti che su “The Shiled” ho avuto la possibilità di scriverne un libro, pubblicato da Coniglio Editore, che credo sia tuttora reperibile in libreria.

httpv://youtu.be/YraHIpBzpTE

Come definiresti il tuo stile?

Che domanda, come definirlo? E’ una miscela (sempre imperfetta) ti tante influenze visive e stilistiche. Può piacere o non piacere, ma su una cosa mette tutti d’accordo: è riconoscibilissimo. Chiunque vede il mio tratto, lo associa immediatamente a me: “Questo è Piccoli!”… e da questo punto di vista non mi dispiace affatto, perché significa comunque riconoscergli un’identità molto forte. Al contempo, è uno stile che – al di là dei miei progetti, che sono gli unici su cui lavoro da sempre – non concede molte altre possibilità, esclude a priori la stragrande maggioranza delle opportunità lavorative del mercato attuale, cioè quello che – se vuoi camparci – è inevitabilmente dominato dalla seriallità bonelliana e/o bonellide (detta così, non consiglierei a nessun giovane esordiente che punta a quel mercato di seguire i miei passi). Dico sempre che sono tutti più bravi di me a disegnare, anche a coloro che affermano che io non sia proprio capace a disegnare (ma per fortuna esiste sempre qualche editore che la pensa diversamente). Ad ogni modo, trovo un po’ difficile autodefinire il mio stile. Negli anni, colleghi e critica ci hanno trovato dentro di tutto, da Magnus a Sam Kieth. Sicuramente, nel tratto, c’è una grandissima influenza del writing (quindi niente a che fare con questo e quell’autore). Mi piace pensare che le influenza siano ESTERNE al mondo del fumetto, che in troppi casi (anche nei soggetti e nelle sceneggiature) si autoalimenta di se stesso. Posso infine dire che alcuni colleghi molto più affermati di me, mi hanno ripetuto più volte e in diverse occasioni che – al di là del segno/disegno vero e proprio – la cosa che gli piace del mio stile è IL SENSO GRAFICO generale: la composizione, l’equilibrio di bianchi e neri, etc.

Su cosa lavori in questo periodo?

Su diverse cose: prima di tutto sul secondo libro per la Tunué, che è una specie di prequel a R66, nel senso che l’unico elemento che lo lega al libro precedente è proprio Kuore! Ma si svolge interamente a Roma, non ha nessun elemento surreale, e soprattutto – dopo tanta violenza – parla d’amore! Parallelamente (e molto lentamente) lavoro anche al prossimo numero del Massacratore, che si avvia verso la sua conclusione (anche se posso anticiparti che sta per essere ripubblicato integralmente in Francia). Poi, solo come “scrittore”, su due graphic novels che saranno disegnate da alcuni autori che ultimamente si stanno facendo notare parecchio, ma sulle quali per ora non anticipo nulla. Infine c’è anche il web. Proprio la settimana scorsa ho lanciato un mio nuovissimo side-project che si chiama FUNK(ulo) nel quale – pur potendolo ancora definire fumetto – sperimenterò una serie di tecniche grafiche, fotografiche, illustrative e linguistiche che solitamente non mi appartengono. Un ulteriore modo per esplorare altri territori e mettermi nuovamente alla prova: the funk side of (another) art 🙂

Vuoi ringraziare o salutare qualcuno?

Ringrazio te per questa intervista, mia moglie per la pazienza infinita che ha nello starmi sempre accanto, mia figlia per avermi cambiato la vita (!) e tutti quegli amici e quei lettori che – alla faccia di chiunque tenti continuamente di screditare il mio lavoro e/o attaccarmi personalmente – continuano negli anni a seguirmi, sostenermi, supportarmi e SOPPORTARMI. Grazie di cuore, dico davvero.

Il mio sito: http://www.liskaprod.it
Il mio blog: http://s3keno.blogspot.it
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Stefano Piccoli ha disegnato per noi una propria versione dela nostra mascotte guerriera Mira. Grazie! 

Qui trovate altre versioni di Mira.

Veronica Lisotti: Google+

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