Days Gone – giorni di un futuro passato

Tra zombie e biker. Ecco la nostra recensione di Days Gone!

  • Nome completo Days Gone
  • Piattaforme PlayStation 4 
  • Producer Sony Interactive Entertainment
  • Developer – Sony Bend Studios
  • Distribuzione Retail/Digital
  • Data di uscita25 Aprile 2019
  • Genere – Open world/Action
  • Versione testata – PS4

Dopo il grande successo di The Last of Us, in casa Sony è esplosa, in maniera più che mai evidente, la voglia di approcciare in modo sempre più marcata la componente narrativa all’interno delle sue produzioni originali.

Il risultato raggiunto da Naughty Dog con le avventure di Joel e Ellie ha alzato ulteriormente la posta in gioco, ha portato una maturità all’interno del medium che in pochi avevano osato soltanto sfiorare fino a quel momento.

Questa voglia di raccontare grandi storie, a prescindere dal genere stesso del titolo, ha spinto gli studi first party di Sony a progettare produzioni dalla fortissima impronta narrativa e questo può essere ben evidente dalle ultime release: in principio è stato The Last of Us, poi è stato il turno del ben più improbabile God of War, finendo addirittura coll’influenzare lo Spider-Man di Insomniac.

In tutti questi casi elencati, i risultati sono stati notevoli e imprevedibili, al netto dei generi a cui si faceva riferimento.

Days Gone, che arriva finalmente su Playstation 4 dopo diversi posticipi, segna il ritorno sulle scene di un team di sviluppo storico, i vecchi Sony Bend Studios della compianta saga di Syphon Filter. Non vogliamo però negarlo, fin dalla sua presentazione l’esclusiva di Sony non ci aveva convinto tantissimo, complice una curiosa combinazioni di elementi fin troppo canonici da post-apocalittico a tema zombie, rubate direttamente dalle pagine di un qualsiasi fumetto di The Walking Dead, ai quali però subentravano delle atmosfere provenienti dal mondo dei biker.

Una curiosa amalgama che nel tempo è stata definita la fusione imperfetta tra The Walking Dead e la serie TV Sons of Anarchy, calata all’interno di un mondo open world dai tratti fin troppo riconoscibili con altri consanguinei. Dopotutto, gli open world sono diventati uno dei generi più gettonati delle ultime due generazioni, e tutti hanno la tendenza a somigliarsi tra loro a causa di numerose contaminazioni che nel tempo hanno imposto una sorta di linea guida per gli studi di sviluppo.

Proprio Sony, che aveva cercato di abituarci a titoli solidi, a volte atipici, ma con degli impianti narrativi e di gameplay dai valori produttivi di altissimo livello, Days Gone si è sempre mostrato al pubblico come una produzione costruita su tanti elementi poco coesi tra loro. In poche parole, senza anima.

Dopo posticipi, qualche rimaneggiamento in corsa dovuto ai feedback ricavati dalle preview nei mesi scorsi con la stampa, Days Gone ha fatto finalmente il suo esordio sul mercato, e noi siamo qui per tirare finalmente le somme con la nostra recensione.

Il mio nome è Deacon St. John

La scelta di tirare in ballo The Last of Us nel lungo paragrafo introduttivo non è casuale: fin dalle prime battute della storia Days Gone cerca di instaurare un rapporto emotivo con il giocatore, creando le basi di un dramma, di una ricerca personale, di un possibile viaggio tra ricordi che raccontano una storia di amore, quella tra il biker Deacon St. John e Sarah.

Le basi narrative non sono delle più originali: un misterioso contagio ha trasformato la popolazione in terrificanti creature simili agli zombie, detti Furiosi. Questi infatti non sono dei non morti classici, ma agiscono sempre in branco muovendosi ad alta velocità e con riflessi attentissimi ai suoni.

Dopo un prologo che introduce sostanzialmente al protagonista, Deacon, la storia si sposta due anni nel futuro, mostrandoci una società ormai in caduta libera, con i sopravvissuti che stanno cercando di ripopolare il piccolo stato dell’Oregon attraverso le comunità; ognuna con le proprie regole, e anche i relativi problemi.

Il concetto verte, ancora una volta, sulla ricorrente tematica che, l’infezione rappresenta solo la miccia che innesca quanto c’è di peggio nell’essere umano, mostrandone la malvagità all’interno di un mondo fuori controllo. C’è chi affronta il cambiamento, chi si adatta, o chi invece abbraccia totalmente queste dinamiche da “mondo libero” seminando morte e distruzione.



L’Oregon di Days Gone è sfaccettato, fatto di brave persone e altre decisamente poco avvezze al dialogo. Dove il titolo cerca di aggirare i canoni classici (per poi ricaderci comunque) è mettere il giocatore nei panni di un Randagio, ovvero quei sopravvissuti che hanno deciso di vivere liberi lontani dalle comunità.

Il nostro protagonista, Deacon, è un po’ il tipico bonaccione della situazione, un passato traumatico dovuto alla morte della sua compagna durante i primi giorni dell’infezione, che cerca di sopravvivere seguendo un proprio codice morale tarato sostanzialmente per punire solo i “cattivi”. A questo aggiungete un pizzico di fragilità e il suo passato da biker, miscelate tutto e avrete il perfetto anti-eroe post-apocalittico.

Il problema principale di Days Gone nel suo racconto è quello di puntare su una storia intima e fatta di personaggi, ma senza troppi guizzi originali, limitandosi a scimmiottare quei momenti narrativi che hanno consacrato The Last of Us nell’olimpo dei migliori videogiochi di sempre. Sarebbe quanto meno pessimo definirlo una copia sbiadita dell’opera di Naughty Dog, ma è evidente quanto Sony abbia spinto negli studi per stimolarli a replicarne la formula vincente. Ci sono riusciti? Si e no.

L’Incubo

Questo permette quindi di riallacciarci al discorso prettamente più ludico, perché laddove The Last of Us era un titolo single player permeato da una linearità ben circoscritta a capitoli, Days Gone ne riprende le fasi stealth e il gameplay più action calando però il tutto all’interno di un mondo aperto e liberamente esplorabile, con l’inedita possibilità di viverne ogni anfratto a bordo della moto del protagonista, che all’interno del gameplay svolge quasi il ruolo di co-protagonista.

Ambientare la storia in una zona montuosa come l’Oregon (ora definita Incubo) è stata sicuramente una mossa saggia proprio nell’ottica dell’implementazione della motocicletta all’interno dell’organo esplorativo del gameplay. La mappa è gigantesca e affascinante, e alterna alla folta vegetazione anche piccole cittadine in rovina, consumate dal tempo e dalla piega dei Furiosi, mentre oscure gallerie bloccate dagli ingorghi delle automobili nascondono sempre qualche spiacevole sorpresa.

A rendere viva la mappa ci pensano poi i cambiamenti climatici, la pioggia, o l’alternarsi delle stagioni. Ognuno di questi aspetti muta inoltre il comportamento delle creature, o degli stessi predoni che si aggirano all’interno del mondo di gioco.

La natura aperta del gioco ovviamente ha influenzato i ritmi narrativi, che come spesso accade, vengono spezzati e diluiti attraverso il completamento degli incarichi principali e secondari offerti dalle comunità. Completare le missioni, consegnare selvaggina o le taglie accumulate uccidendo Furiosi contribuisce ad aumentare il livello di fiducia nei confronti degli avamposti. Più sarà alto il livello, maggiori saranno gli oggetti disponibili all’acquisto e le modifiche per la moto, la quale inizialmente potrà dare non pochi grattacapi al giocatore a causa della sua durissima manovrabilità.

Questa inoltre richiede una certa attenzione, la benzina si esaurirà e quindi andrà ricaricata recuperandola direttamente sul campo, oppure presso i meccanici. Certe situazioni inoltre possono comportare anche l’usura del motore, che andrà per forza di cose riparato periodicamente utilizzando i rottami recuperati dalle auto sparse in giro.

Gli sviluppatori tuttavia, forse hanno avuto comunque qualche problema nel bilanciare ogni elemento: la varietà dei compiti da portare a termine segue un po’ il filone della vecchia generazione di Assassin’s Creed, con incarichi molto ripetitivi ed estremamente simili tra loro. Liberare avamposti dei banditi, nidi di Furiosi per sbloccare i viaggi rapidi, la caccia alle taglie, recupero di oggetti sul campo. Il lato positivo è che la ripetitività di queste fasi viene fortunatamente retta da una linearità che tanto basta a renderle fruibili sul lungo tempo.

Tra sopravvivenza e sparatorie

Sempre da The Last of Us, il titolo “eredita” anche le medesime meccaniche survival, con il recupero dei materiali utili a costruire progetti come armi, granate particolari, potenziamenti o medicinali. In Days Gone le morti avvengono con una certa frequenza, ed è quindi consigliato dedicarsi tantissimo al crafting, così come al recupero dei proiettili prima di cimentarsi in qualche incarico che prevede l’uccisione di tanti Furiosi o nemici umani.

Questo paragrafo inoltre apre al punto più debole di Days Gone, ovvero una serie di pessime scelte attuate durante la modellazioni delle fasi shooter: troppo grezze e legnose e con un sistema di coperture impreciso che rende gli scontri a fuoco davvero disarmanti.

L’alternativa migliore per  affrontare i nemici umani è quella di adottare l’approccio stealth e le armi bianche, ma anche qui sorge un grosso problema legato alla loro intelligenza artificiale, talmente stupida che in alcuni casi anche effettuando l’uccisione silenziosa a pochissimi passi da un compagno, questo continua a vagare senza rendersene conto.

Gli scontri con i Furiosi risultano sicuramente il piatto migliore, poiché affrontarne anche due o tre in gruppo equivale a morte certa. Giocare in silenzio è l’unico modo per spuntarla, dato che essi reagiscono istantaneamente a qualsiasi suono emesso nel loro raggio di azione.



I Furiosi inoltre sono anche il cuore di alcune sezione (a dire il vero poche) delle spettacolari orde, vere e proprie masse di non morti che ricordano tantissimo quelle viste nel film: World War Z. Questi si radunano in alcune zone dove il livello di infezione è molto alto, spesso nelle fosse comuni dove abbonda la carne. Queste fasi, sempre presentate in pompa magna agli esordi dei primi trailer del gioco, in realtà rappresentano una piccolissima parte dell’esperienza offerta da Days Gone, e nonostante siano piuttosto limitate di numero all’interno del gioco, offrono una grandissima alternanza di momenti che spaziano tra horror e pura adrenalina. Correre senza rendersi conto che la stamina è quasi scesa ai minimi, mentre una gigantesca orda di non morti vi insegue, e magari ritrovarsi con la moto senza benzina, sono decisamente situazioni spiacevoli.

Infine, per non farsi mancare nulla, il gioco presenta anche un sistema di progressione del personaggio, il quale guadagna punti esperienza, sale di livello e ottiene punti di abilità spendibili in tre diversi rami di sviluppo che permettono di migliorare la stabilità della mira, i sensi da sopravvissuto per individuare gli oggetti nell’ambiente circostante e, altre statiche che influenzeranno la sopravvivenza all’interno dell’Incubo.

Bello, ma non troppo

Anche dal punto di vista tecnico Days Gone è un costante alternarsi di alti e bassi. La modellazione dei personaggi principali è di altissimo livello, in particolare è sorprendente il lavoro del motion capture svolto sulla creazione di Deacon (interpretato da Sam Witwer), senza dubbio uno degli elementi più riusciti dell’intera produzione.

Un gradino leggermente sotto troviamo la realizzazione della mappa di gioco, bellissima da vedere e da esplorare, la cui unica pecca si ritrova proprio nella poca quantità di contenuti al suo interno. Per il resto parliamo di una produzione che a livello visivo non svetta rispetto ad altri concorrenti.

Come già detto, le problematiche di tipo tecnico si ritrovano nello shooter imperfetto, l’IA per niente efficiente, e tutta una serie di bug legati all’audio, e la sparizione degli elementi a schermo. A chiudere troviamo un framerate che, almeno su Playstation 4 standard, mostra il fianco a numerosi scatti durante le sessioni a bordo della moto.

Nota di merito al doppiaggio italiano, forse uno dei migliori che siano stati realizzati di recente. La voce di Deacon trasmette perfettamente i dilemmi del personaggio, e aggiunge tantissima autenticità e immersività all’interno della storia. Discorso analogo anche per il cast dei comprimari, ma è ancora una volta il protagonista a spiccare su tutto il resto.

Commento finale

Days Gone è un gioco divertente che riprende il meglio (e il peggio) degli open world più in voga al momento, ma il talento di Bend Studios non basta per dare al prodotto una propria identità. C’è tanto impegno, per tutto il tempo si ha la sensazione di trovarsi per le mani un titolo che vuole faticosamente spiccare, senza tuttavia riuscirci.

Coloro che apprezzano delle storie post-apocalittiche con un buon cast di personaggi e il contorno horror, probabilmente ritroveranno in Days Gone un perfetto passatempo. Un bel ritorno per Bend Studios sulla scena, ma il titolo è decisamente vittima delle sue stesse ambizioni.



Days Gone

7.5

VOTO FINALE

7.5/10

Pros

  • Open world ben realizzato
  • Storia molto longeva
  • Il protagonista è convincente
  • Buona colonna sonora
  • La storia ha i suoi momenti coraggiosi...

Cons

  • ...ma non brilla per originalità
  • è il classico open world, un po' privo di personalità
  • Sistema di shooting grezzo
  • IA troppo stupida
  • Problemi tecnici legati alla scarsa pulizia del codice

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