Fist of the North Star: Lost Paradise – Recensione (PS4)

Il mito di Kenshiro rivive su Playstation 4. Ecco la nostra recensione di Fist of the North Star: Lost Paradise

  • Nome completo – Fist of the North Star: Lost Paradise
  • Piattaforme – PlayStation 4 
  • Developer – Yakuza Studio
  • Producer – SEGA
  • Distribuzione – Digitale / Disco
  • Data di uscita – 2 Ottobre 2018
  • Genere – Avventura, Azione
  • Versione testata – PS4

Dopo averci regalato ben sei capitoli della serie Yakuza, indiretti eredi spirituali di Shenmue, lo studio Ryu ga Gotoku mette temporaneamente da parte la mafia giapponese per dedicarsi ad un gustoso quanto inaspettato intermezzo produttivo incentrato sull’iconico Hokuto no Ken, l’immortale manga di Tetsuo Hara e Buronson lanciato nel 1983 e diventato un vero e proprio simbolo per le generazioni dell’epoca e future.

Da noi noto come: Ken il Guerriero, l’opera si è sempre contraddistinta grazie al suo particolare connubio che incontra il mondo delle arti marziali e quello post-nucleare, fatto di personaggi dai look stravaganti e un tasso di violenza incredibilmente elevato. Lo studio dietro la serie Yakuza si è dovuto quindi confrontare con la responsabilità di maneggiare una licenza preziosa che, almeno nel mondo dei videogiochi, è sempre stata molto poco fortunata.

L’esperienza di uno studio come lo Ryu ga Gotoku dovrebbe quindi garantire una fiducia verso questa produzione, che arriva in occidente a distanza di diversi mesi dall’arrivo in Giappone. Fist of the North Star: Lost Paradise è finalmente il videogioco su Kenshiro che tutti attendavamo da tempo? Scopritelo nella nostra recensione!

Benvenuti nel paradiso perduto. L’Eden

Fist of the North Star: Lost Paradise nasce dichiaratamente come uno spin-off della serie principale Yakuza. Facendo tesoro dell’ormai consolidatissima formula lanciata dal filone principale, lo studio ha quindi deciso di costruire questa avventura di Kenshiro sfruttando l’esperienza accumulata durante questi lunghi anni. Il risultato finale, lo diciamo fin da subito, potrebbe non trovare un riscontro positivo da parte dei fan, dato che oltre al contesto in cui si muove il nostro protagonista, c’è stata una certa libertà anche nello sfruttamento della licenza e dei suoi personaggi, ma è giusto andare con ordine.

Le vicende principali della storia prendono spunto dall’opera originale: nelle fasi iniziali controlleremo un Ken pronto a chiudere i conti con Shin e salvare la sua amata Yuria (Julia).

Il movimentato prologo però inizia lentamente a deviare dalla storia originale, e la ricerca di Yuria porterà Ken alle porte di Eden, una città miracolosa creata per l’occasione che fungerà da vero e proprio nucleo dell’intera vicenda, e che, con una leggera forzatura, gli sceneggiatori hanno deciso di sfruttare per riorganizzare alcuni dei momenti salienti del manga per raccontare una storia completamente diversa da quella nota ai fan.

E’ come se l’universo del manga di Hara e Buronson collidesse all’interno di questa città, risultando oltremodo forzato in molte occasioni, se non a scopo di puro fan service. L’ideale per apprezzare al meglio il costrutto narrativo messo in piedi dagli autori è quello di osservare lo scorrere degli accadimenti come se fosse un omaggio nei confronti dell’opera.



Fatti i conti con questo boccone amaro, che sappiamo essere durissimo da digerire per moltissimi appassionati che speravano di rivivere l’avventura narrata nel manga; tocca fare i conti anche con la struttura recuperata da Yakuza.

L’Eden infatti non è altro che una replica in salsa post-atomica del ricorrente quartiere di Kamurocho visto nella serie Yakuza, con tanto di negozietti sparsi in giro in cui spendere il denaro accumulato. Il sistema di combattimento, neanche a dirlo, riprende analogamente quello della serie madre: un picchiaduro a scorrimento in cui è necessario alternare il numero di colpi i due tasti frontali del controller; l’aggiunta inedita è in questo caso la possibilità di stordire gli avversari e metterli definitivamente KO utilizzando le iconiche tecniche della scuola di Hokuto seguendo i quick time su schermo.

Nonostante possa inizialmente sembrare molto divertente, dopo qualche ora il gioco mostrerà da subito dei limiti evidenti che consistono nella poca varietà delle mosse a disposizione e un parco nemici neanche troppo impegnativo e vario. A peggiorare la situazione è proprio la facilità con cui è possibile spazzare via gli avversari con i quick time, capace di annullare qualsiasi bilanciamento nella difficoltà, fatta eccezione per gli scontri con i boss, più impegnativi e con pattern d’attacco meglio elaborati.

Salendo di livello il  protagonista potrà espandere le proprie capacità grazie ad un albero delle abilità dedicato, mentre un secondo ramo di personalizzazione del personaggio è dedicato ai Talismani, in grado di aggiungere bonus aggiuntivi durante gli scontri.

Se la varietà degli scontri può essere il punto debole della produzione, diverso è invece il discorso sul fronte dei contenuti. che in piena tradizione Yakuza, inonderà progressivamente il giocatore con attività collaterali fatte di minigiochi assurdi e deliranti; basti pensare che sarà possibile interpretare Ken mentre gestisce una clinica attraverso bizzarre combinazioni di tasti, o peggio, mentre si destreggia a preparare i cocktail per i clienti in uno dei bar dell’Eden sfruttando le tecniche apprese con la scuola di Hokuto. Vedere un personaggio così tanto iconico, alle prese con certe situazioni, è senza dubbio fuori luogo, ma ricalca effettivamente quelle che sono le dinamiche della serie Yakuza.

Nonostante i tentativi da parte degli sviluppatori nell’aggiungere pepe alla struttura originale, come la possibilità di esplorare la westland a bordo di un quattro ruote personalizzabile, Lost Paradise finisce per essere un prodotto senza identità, con una grande licenza alle spalle con cui si poteva e doveva fare di più.

Bello, ma non bellissimo

Anche dal punto di vista tecnico Fist of the North Star: Lost Paradise non è certamente un gioiello, dato che per qualche strano motivo lo studio ha deciso di ripiegare sull’engine di vecchia generazione, rielaborato con un comunque convincente effetto cel shading che replica fedelmente le proporzioni e l’imponenza dei personaggi visti nel manga. A deludere è la realizzazione approssimativa del mondo di gioco, e una fisica quasi inesistente durante le fasi di guida. La decisione di non adottare il “Dragon Engine” di Yakuza 6 lascia abbastanza interdetti, ma almeno a compensare troviamo i 60 fotogrammi al secondo.

Nota negativa, che ormai ricorre con le produzioni del franchise SEGA, è la localizzazione dei testi unicamente in lingua inglese, anche se la comprensione è abbastanza elementare.

Commento finale

Fist of the North Star: Lost Paradise è un nuovo Yakuza sotto mentite spoglie, impossibile da odiare per i suoi carismatici e iconici personaggi, e irresistibile nel momento in cui tutte le arti della leggendaria scuola di Hokuto vengono valorizzate dal sistema di combattimento.

E’ un gioco difficile da inquadrare perché quel divertimento riscontrabile nella serie madre è più vivo che mai, e passa per una quantità enorme di attività collaterali, ma costringe anche i fan più temerari a doversi confrontare con delle forzature ludiche e narrative completamente estranee al mondo creato da Tetsuo Hara e Buronson.

Nonostante le numerose contraddizioni del caso, Lost Paradise resta, a modo suo, sicuramente una delle incarnazioni videoludiche di Hokuto no Ken meglio riuscite degli ultimi anni. Si poteva fare di più? Assolutamente si. 



Fist of the North Star

7.5

VOTO FINALE

7.5/10

Pros

  • Combattimenti coreografici che omaggiano con stile il manga
  • Tantissimi contenuti collaterali con cui divertirsi
  • Il fascino intramontabile di un manga cult
  • Ottimo cell shading...

Cons

  • ...ma il resto è abbastanza deludente
  • Storia forzata e con momenti fuori luogo
  • Combattimenti troppo facili e ripetitivi

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